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NEVROSI ED INTERIORITA’

Published Ottobre 27th, 2008 by mastrofabbro

1196360475zp7 NEVROSI ED INTERIORITALuomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto piĂą facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertĂ , il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtĂ , abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.

La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto piĂą semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtĂ  l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poichĂ© tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietĂ  della propria immagine.

L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interioritĂ , stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialitĂ .
Essere la propria la interioritĂ , significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale piĂą alto e non dalla glorificazione della propria vanitĂ .

Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.

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FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA’ E ALTRE SCIOCCHEZZE

Published Ottobre 8th, 2008 by mastrofabbro

294_diogene_ou_la_lucidite-300x199 FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA E ALTRE SCIOCCHEZZE1) Nel porsi immediatamente a se stesso, l’uomo vuole in modo frammentato, confusionario. Nel chiedersi cosa esso voglia, non sa dare un prospetto definito. Alla domanda su cosa voglia realmente l’uomo, potremmo rispondere: “Tutto: il piacere e gli infiniti piaceri, anche il dolore per il piacere del dolore, la vita e la morte, questa cosa e la sua contraria, ogni cosa e la sua contraria. L’uomo pensa e vuole indefinitivamente, instancabilmente, quasi perdutamente: quando non pensa, pensa di non pensare: quando non vuole, vuole di non volere; ed ogni desiderio, ogni volizione ha quasi sempre un margine di indefinibilità” (Michele Federico Sciacca).

2) Sinteticamente si potrebbe dire che il volere, nella sua immediatezza, è il caos, e ciò è dovuto proprio a quell’unione di corpo e di spirito che costituisce la natura umana. E’ la stessa molteplicità delle nostre potenze vitali e intellettuali che paradossalmente arriva a confonderci, investendoci in un vortice di pensieri confusi, passioni e sentimenti contraddittori, al punto che, talvolta, è difficile distinguere dove finisca la nostra caoticità e inizi quella degli altri.

3) Questo spiega perché, nel momento in cui si tenta di sintetizzare la vita di un uomo, colta nei suoi momenti più diversi, essa appare irregolare e contraddittoria, successione ininterrotta di eterni ritorni che, ad un tempo, tentano di negarsi vicendevolmente con elevazioni e cadute esistenziali, apparendo come stati incompatibili eppur coesistenti e compenetrantesi.

4) Nonostante ciò è pure da considerare come questo insieme di indefiniti istinti porti con sé, nel suo profondo, l’inclinazione all’ordine, tendente a voler unificare e orientare l’istinto, nella molteplicità delle sue potenze. Ciò spinge l’uomo a specificarsi in un proprio orientamento, così che la riflessione, collaboratrice, affinatrice e purificatrice dell’istinto, riesce a dare equilibrio e priorità in funzione della sua forza equilibrante. La caoticità primordiale giunge, quindi, ad un ordine, convergente in un’unità comprensiva di tutte le potenzialità umane. Ad esempio, il movimento fisico, prima grezzo ed involontario, si fa ora coordinato.

5) E’ grazie alla funzione normativa della ragione che tutto quel caos, presente ad ogni momento dell’esistenza, si va più o meno lentamente ordinando, chiarificandosi in modo sempre più netto, opera di un continuo lavoro del proprio spirito, concepito come l’unione di volontà ed intelligenza, senza che esso sia mai definitivamente compiuto.

6) L’ordine profondo, che giace sotto il caos iniziale di sentimenti, pensieri e volizioni, si chiarisce mano a mano che l’uomo scopre il suo lato spirituale, ovvero proporzionatamente al processo di conquista di se stessi, alla luce della consapevolezza del significato e della finalità della propria natura.

7) L’anarchia primitiva, di cui si è appena parlato, tende a ripresentarsi a più riprese in ogni attimo dell’esistenza, anche nelle attività più nobili dell’uomo. Infatti ciascuna forma di attività umana, al suo sorgere, tende a rendersi esclusiva, talvolta proclamando una norma autonoma da tutto il resto, così che, ad esempio, l’attività conoscitiva pretende di costituirsi distaccata dalla morale, così come la morale è tentata di staccarsi dall’attività raziocinante, per poi ritrovare a loro volta l’estetica, l’economia, ecc., anche loro aspiranti ad imporsi in una dimensione autonoma, rivendicando a spada tratta la propria indipendenza, causando in tal modo un vicendevole indebolimento nella stabilità della persona.

8  ) E’ l’ordine interno dello spirito che, invece, cerca di tenere ciascuna attività nella norma del suo processo, ma non è opera facile ordinare tutto secondo il giusto equilibrio, in armonia e in concorrenza, in modo tale che tutte le attività umane convergano in direzione di un unico fine.

9) Le proprietĂ  dello spirito permettono che la contemporaneitĂ  di molteplici elementi, anche se inizialmente escludentesi vicendevolmente, arrivino infine a convergere in un insieme solidale, orientato verso un unico fine, per quanto sempre nella specificitĂ  della natura di ogni singola parte.

10) In definitiva, tutto quell’insieme di impulsi, istinti, sentimenti, ragioni, principi e quant’altro, i quali hanno inizialmente tendenza ad escludersi l’un l’altro, si ritrovano infine fusi dal potere sintetico dello spirito, unione di volontà ed intelligenza, e ciò sia che riguardi l’attività morale, sia quella intellettiva o estetica.

11) Ciò che si dovrà evitare sarà il permettere ad un apparente e viziato ordine di dare origine ad un’unione falsata o solo apparente delle diverse componenti che costituiscono l’uomo, al fine di non giungere ad una percezione alterata di sé stessi.

12) E’ per questa proprietà ordinatrice e di sintesi che l’atto spirituale, inteso come unione di volontà ed intelligenza, va detto: integrale, proprio perché ogni separazione di specifica funzionale è comunque veicolata dall’atto spirituale, in un insieme compenetrante e cooperante per un unico fine.

13) Assodato questo, è pure giusto osservare che, tra queste diverse facoltà dell’uomo, non regna certo la pace, ma piuttosto continue battaglie, seguite da sudati armistizi: ad esempio, la ragione interviene per frenare gli impulsi, mentre questi le resistono con tenacia e ribellione.

14) Si può dire senza tema che il dinamismo della vita spirituale è talmente complesso che oltrepassa di gran lunga la pura logicitĂ  astratta e la capacitĂ  di razionalizzazione dell’uomo.

15) Ogni forma di attività tende ad essere una specie di dispotica imperatrice, così che il filosofo tende a farsi sopraffare dalla razionalità, il matematico dalle formule, lo scienziato dalla sperimentabilità, ecc., per cui la molteplice complessità della realtà rischia sempre di essere vista da un solo punto di vista e filtrata da lenti deformanti a causa della loro pretesa esclusività.

16) Incapace per struttura di veicolare ogni aspetto di se stesso ad un ordine armonico per via strettamente intellettiva, all’uomo necessita una dimensione soprarazionale che, come sapiente demiurgo, arrivi anche laddove la ragione non può spingersi. E’ lĂ , nell’anima di ciascuno, dove il cuore riposa e, ad un tempo, minaccia tempesta. E’ lĂ , dove il nostro sguardo rimane contemplativo, che si genera la dimensione vissuta in profonditĂ  ed intensitĂ  dell’esistenza e tanto sarĂ  piĂą alto e nobile un ideale, tanto sarĂ  piĂą severa ed esigente la coscienza nel richiedere obbedienza ai molteplici elementi caratterizzanti l’uomo.

17) Un ideale che non appartiene ai libri, ma al segreto del re che ciascuno conserva gelosamente dentro di sé.
Oggi l’uomo non ha piĂą questa dimensione soprarazionale dello spirito, non riconosce piĂą un ideale al cospetto del quale formare la propria persona, o, almeno, non si constata piĂą alcuna corrispondenza tra le dichiarazioni di ideale e le azioni che ne dovrebbero seguire.
Oggi c’è solo caos.

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ENTRANDO IN UNA CHIESA

Published Settembre 19th, 2008 by mastrofabbro

 ENTRANDO IN UNA CHIESAEntrato in una chiesa sento leggere questo passo evangelico

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti. (
Lc 6,17.20-26)

Talvolta mi chiedo se vi sia rimasta una cellula sana nel sistema nervoso che regola l’equilibrio psichico degli ossequiosi osservanti delle festivitĂ .

Con la compunzione degna del miglior galateo si assiste all’annuncio degno di una patologia psichica e, senza batter ciglio, si sopporta pazienti le congetture del prelato su tali pazzie. Anzi, c’è chi sonnecchia sul cadenzato nulla contenutistico, chi confronta il proprio vestito con quella del banco a lato, chi pensa piĂą semplicemente ai fatti suoi, mentre un individuo sull’altare tratta argomentazioni sacre, quasi fossero faccende che non lo riguardassero, mettendo un po’ di pepe qua e lĂ , al fine di ottenere il plauso della folla.

Nessuno si accorge che a leggere il passo in oggetto, sarebbe necessario sussultare di scandalo per le assurdità pronunciate, problematizzare seriamente il fatto che, a quelle condizioni, un uomo sano di mente, non si abbasserebbe mai. Non ricordo di aver mai incontrato un pagante del biglietto domenicale invocare su di sé disgrazie e persecuzioni, inveendo sinceramente contro le proprie ricchezze ed ai gozzovigli della carne e dello spirito. Piuttosto è possibile incontrare patetici sentimentali inneggianti la croce, gioiosi e festanti nel portare i pesi del mondo, alla sola condizione che il modello ed il peso della croce sia deciso di volta in volta da loro stessi.

Nessuno mai che noti le offese che, le comuni interpretazioni delle beatitudini, recano all’intelligenza, quella concreta e superiore facoltĂ  di raziocinio che permette una proporzione tra il sensato e lo sciocco.

PerchĂ©? Mi si vorrebbe far credere che la persecuzione sarebbe per me un bene? Si pretende che io goda nella sofferenza? E’ mai possibile questo per un uomo?
Non si dice, forse, che un uomo soffre, proprio perchĂ© non gli appartiene alcuna gioia consolatrice? Sono lontane in quei momenti gli alti concetti teologici, soffocata è la fiducia nell’amore, schiacciata la voglia di vivere. Dove sta dunque la beatitudine nella sofferenza di cui tanto si ciancia? Dove mai si nasconde il sorriso quando la lacrima riga il volto della vittima della vita. Forse l’Uomo-Dio avrebbe potuto spiegarlo se anche Lui non avesse patito l’abbandono di Dio, lo stato della prova in cui è vanificato ogni tentativo di reazione spirituale, fisica e psicologica. L’uomo, non vive forse per analogia questo dramma, in proporzione al proprio livello spirituale? Se fosse così facilmente sopportabile, non sarebbe degna di essere chiamata sofferenza.

Forse dovremmo valutare il fatto che la croce si identifica con tutto ciò che fuggiamo, piuttosto che con quello che siamo disposti a scegliere. E quando incombe la disgrazia, chi mai sarà così affetto da pazzia da dirsi beato? Quale uomo sano di mente abbraccerebbe volontariamente una simile via, non certamente paragonabile alle vanitose penitenze con cui si tenta invano di rafforzare una volontà che si maschera dietro al perbenismo.

Le beatitudini, in realtà, sono uno stato di grazia che non dipende dalla croce penitenziale che siamo disposti a portare, ma dal modo in cui affrontiamo tutto ciò che vorremmo evitare. La beatitudine è uno stato che si gode a posteriori, non certo nella sofferenza, perché quando il dolore ha la dignità di essere chiamato tale, nel cuore opera la falce della morte.

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LO SPIRITO SUPPONENTE

Published Agosto 24th, 2008 by mastrofabbro

Odio LO SPIRITO SUPPONENTELa storia dell’uomo non presenta quasi mai elementi di reale novitĂ , ma presenta sempre la continua mutazione dell’ordine degli attributi dello spirito.

Nessuno ha mai negato il valore dell’umiltĂ , dell’equilibrio, della caritĂ , della sapienza, del coraggio, della risolutezza, ecc., ma come durante la CristianitĂ  questi elementi assumono una precisa connotazione contenutistica ed un assetto a finalitĂ  teologica, così con l’avanzare di nuove ideologie vanno affermandosi sistemi di pensiero differenti, che, pur sempre basandosi su una precisa ascetica, propongono un ordinamento spirituale diverso, perchĂ© diverso il fine da raggiungere.

Ogni sistema di pensiero, però, porta con sĂ© numerose cellule infette, coloro che non hanno sufficiente grandezza per conformarsi ad un modello, che, se non prontamente sanate e recuperate, generano morbi spiritualmente parassitari ed incontrollabili, i quali presto arrivano a formare una vera e propria colonia di anime di terz’ordine: gli spiriti supponenti.

Sono i rappresentanti dell’ipocrisia della mezza intelligenza, dall’atteggiamento ignobilmente sornione e maldicente, il cui fare è determinato da quel loro essere semi erudito che, non posizionandosi nĂ© in alto nĂ© in basso nella gerarchia dello spirito, finisce per schiacciarli nella loro insopportabile mediocritĂ .
E’ di vendetta che essi vanno alla ricerca, è l’ascolto di quella ossessionante voce di invidia e di quel livore rancoroso di odio attivo che li porta alla supponente provocazione, alla supponente polemica, alla supponente ed incontrollabile necessitĂ  di ribassare i giganti dello spirito al loro livello di scaltrezza ciarliera ed inconsistente. Come esseri castrati nell’intelligenza o come schiavi evirati nel sentimento, cospirano spavaldi ed orgogliosi, poichĂ© spesso ciechi di fronte alla distanza che suole affermarsi tra la loro arrogante presunzione ed il vivo sapere di chi invidiano.
Enfatizzano razionalità orizzontale perché deficienti nella dimensione verticale e come pagliacci drogati gesticolano in ogni modo affinché discorsi e fatti permangano nel basso profilo in cui amano destreggiarsi.
Si esprimono attraverso domande di cui vogliono giĂ  far intravedere l’orgoglioso scetticismo con cui tratteranno una qualunque risposta, arroccandosi su provocazioni personali legate ad esperienze che confluiscono sull’intera complessitĂ  dell’umano, così da creare quella voluta incomprensione tra le ragioni del cuore e le ragioni della geometria. Ridicola e pretestuosa usanza, quasi che il loro misero argomentare razionale possa assumersi il diritto di chiedere al sentimento prove dei primi principi, di fronte ad un cuore che non pretende dalla ragione capacitĂ  di sentimento per accettare ciò che esso prova.

Incapaci di modellare una danza sulle note rombanti dello spirito, la supponenza si pone in quel caratteristico coraggio del vigliacco, che, pur di non perdere quel miserrimo bottino di lenticchie che nasconde in cuore, non affronta la sua stessa mediocrità, preferendo livellare piuttosto di emulare, optando per la fuga attraverso le vie superbe della cecità volontaria.

Dio ce ne scampi dal divenire quello scarto del seme con cui lo spirito supponente viene generato in connubio con la mediocritĂ .

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