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TUTTI ALLA MESSA

Published settembre 29th, 2008 by Paolo De Bei

“Io credo, io credo”: l’infingarda menzogna preposta dinanzi alle convenzioni domenicali, ove le mani si incrociano in gesti di pace, oltre la cui apparenza è pronto il veleno omicida, atto a finire la preda, già immobilizzata dalla stretta mortale dell’invidia.

Al suono delle campane ecco accorrere gli inguaribili romantici, gli immancabili paganti questuali, prontissimi a barattare il proprio euro con una dose di auto suggestione e filanti parole annuncianti amore e pentimento, ma ahimé: come ogni teatro anche il sacro tempio deve chiudere le proprie porte e ciascuno tornare nelle proprie latrine spirituali, ove il puzzo del proprio liquame si è arricchito dell’ipocrisia festiva.

Il piacere della considerazione, il sentirsi buoni, il compiacimento del vittimismo, l’aver trovato qualcuno che ti giustifica, la suggestione pseudo mistica, il clamore dello straordinario, il vagabondare in pellegrinaggi per riempire il proprio tempo, l’incrociare la spada per vincere battaglie puramente ideologiche… non è fede, ma è solo ciò che ci interessa della fede, reinterpretato a nostro piacimento. Si sceglie solo ciò che ci è piacevole, coronando con la croce la nostra apparente santità, conquistata sotto le integerrime prove mandate dal maligno, attraverso le quali si è dato mostra di come la propria anima sia arrivata alla fusione con Dio.

Tutte vomitevoli sciocchezze di basso profilo, emananti insopportabile fetore.

Abbiamo la presuntuosa concezione di conoscere chi sia Dio, solo perché nella Persona di Dio riusciamo ad imprimervi la proiezione di tutta la nostra superbia. Ciò che noi abbiamo la presunzione che sia Dio è spesso ciò che noi vorremmo essere o, nel migliore dei casi, come a noi piacerebbe che fosse Dio.

Forse dovremmo avere l’umiltà di riflettere un secondo per analizzare che cosa stiamo facendo, che cosa stiamo scegliendo.

In verità credo che non ci attendano buone notizie.

NUOVI GIACOBBE

Published agosto 9th, 2008 by Paolo De Bei

Riposare non mi serve, forse neppure più il lottare. 
Come novello Giacobbe (Gen. 32, 25-31) ho osato spingere il cuore sui monti proibiti degli déi, per confrontarmi con gli spiriti che di fortezza son portatori e per misurar di quale valore fosse la vita mia.

Esplorate le vette sacre e gettati gli occhi dell’uomo imperfetto nel baratro del mondo apparente, altro non mi è rimasto che contemplar Verità, sì pura e vittoriosa da esser indipendente dal sentimento infuocato di chi per lei lotta, sì alta e profonda da rimaner annoiata del riflessivo pensar del saggio.

Eppur, per a lei giungere, le cicatrici del guerriero ho dovuto imprimermi nella pelle; e, per a lei presentarmi, le numerose notti insonne del sapiente contano ora le mie membra! Ma Verità mai si è lasciata tangere dalle mie mani, poiché troppa lontananza vi è tra lei che domina ed io che servo.

Ella di tutto ha voluto spogliarmi, e con sé mi ha portato in questo luogo senza ritorno, né vuoto né pieno, ove il caldo è simile al freddo e dove l’ingaggiar battaglia più non desta né ardimento né furor nel cuore, poiché nulla più ha il sapor dell’umano.
Non mi rimane che forgiare l’acciaio dalla tempra gagliarda, affinché voi, nuovi Giacobbe, possiate dar percussione implacabile al vostro spirito, risalendo la cruenta scala, per giungere quaddove l’esser di Lei schiavi, coincide con il massimo del regno e della gloria.