Tag Archive "spirito"

IL NUOVO TESTAMENTO

Published Novembre 16th, 2008 by mastrofabbro

 IL NUOVO TESTAMENTOIl Nuovo Testamento è un libro adatto agli spiriti forti, agli avventurieri, a chi non sa che farsene dei sentimentalismi da femmina lagnosa ed isterica o dei cavilli logici da scolastici incalliti.

Nel Nuovo Testamento il vero ed il falso sono presentati in termini ideali ed i traviamenti proposti in grande scala: si ammonisce contro l’ipocrisia, si avverte contro le false dottrine, si punta il dito contro la menzogna illusoria di un fatto apparente, ecc… Insomma, faccende toste per gente che vive con un pugnale spirituale fra i denti.

Strano a dirsi, però, di tutte quelle cose di cui il mondo è eccessivamente sommerso e da cui è maggiormente rappresentato, il Nuovo Testamento pare non tenerne conto per nulla. Sproloqui, miserie, mediocrità, sciocchezze, insulsaggini, ridurre anche le cose più nobili a luogo comune, giocare al cristianesimo… di tutto ciò il Nuovo Testamento tratta in termini proporzionalmente ridotti.

Grande cosa l’uomo per questo Cristo, che conta l’eccelsa verità come rivolta ad un essere eroicamente buono, così come conta la più rigida giustizia rivolta ad un essere eroicamente cattivo. Tra i due modelli una specie di vuoto. In qualche modo il pedante, il mediocre, la mezza tacca sembrano passarla sempre liscia, ed è sulla base di questo giochino che noi oggi abbiamo facoltà di riempire le chiese dei più eterogenei babbei.

Se non si tocca il fondo, così come idealmente presentano i Vangeli, allora è ancora possibile farcela e beatamente piazzarsi in mezzo a quella scompigliata massa, che assomiglia al vero cristianesimo solo perché essa incontestabilmente non professa altra religione, per quanto essa rappresenti il cristianesimo ancor meno di una qualunque eresia.

Il fatto è questo: tanto in alto sta il vero cristianesimo, sopra tutti gli errori e traviamenti eretici, così altrettanto in basso, sotto tutte le eresie ed i traviamenti, sta la moscia emulazione di un cristianesimo falsato nel proprio cuore, fiore marcio e secco, avvelenato da quel grande ed immenso idealistico male presentato nei Vangeli: l’ipocrisia.

Il Nuovo Testamento si rivolge agli eroi del bene come agli eroi del male, a coloro che hanno in volontà di incarnare la pienezza della loro scelta. Ai mediocri, alle mezze tacche, agli instabili sentimentali dalle emozioni intense ma superficiali, ai cattedratici freddi e razionali che hanno ridotto il cristianesimo ad una faccenda filosofica, ai chiacchieroni da ambone che distorcono il messaggio evangelico aggiungendo od omettendo a seconda della circostanza, no, il Nuovo Testamento non trova il tempo di rivolgersi loro.

Riempire le chiese di simili cuori equivale a tradire il cristianesimo nel modo più marcio, perché in essi non vi è alcuna proporzione tra alto e basso, ma esiste solo una rappresentazione di ciò essi vogliono trovare nel cristianesimo: salvezza a basso costo e nel modo più comodo possibile.

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FANNULLONE

Published Novembre 12th, 2008 by mastrofabbro

0829-w FANNULLONELo spirito fannullone è dotato di quell’infingardia tipica di chi usufruisce dei talenti altrui più che dei propri, per caricare il prossimo di quelle responsabilità che non si ha convenienza portare.
Vestito di buone intenzioni, esercita segretamente una ladra malvagità, pronta a rubare il prodotto della ricca semina spirituale del gigante interiore.
Severo e timorato in quel suo aspetto di rigida compunzione, attende paziente di intravedere la ricchezza di cui impadronirsi, da cui attingerà con ingordigia d’intelletto, al fine di custodirla con avida compiacenza ed elargirne in proporzione alla soddisfazione di cui si fa mendicante.
Eppure, nonostante tutta questa fedifraga operosità, è puntellato dalla consapevolezza del suo insipido sapere e della sua sterile talentuosità, limitata ad operazione di concetto più che di reale sentimento, ad instabile vampata di sentimentalismo più che ad equilibrata valutazione d’intelletto, ad ideologia astratta più che a reale discernimento e distacco da sé. E per questo, in cuor suo, odia ed invidia la stessa fonte da cui vorrebbe succhiare la sapienza, perché pietra d’inciampo di quel formalismo che lo condanna allo specchio della propria coscienza, che lo voglia vedere o meno.
Quindi, alla costante ricerca della decapitazione spirituale di quell’interiorità rifinita e sfumata nelle mille ramificazioni e colorazioni dell’anima, sorride velenoso e, velato di falso rispetto, resta in attesa di potersi accattivare un novello Erode, che gli farà ottenere la testa di chi un tempo chiamava maestro.
Come coloro che furono sazi di pani e di pesci (Gv 6, 26), il servo malvagio ed infingardo si lascia primariamente conquistare dall’ardore iniziale, falsamente convinto di poter tramutare quell’ardore in sapienza, ma ben presto si rende conto che non vi è relazione tra la soddisfazione dello spirito ed il suo progredire. Non passerà molto che la situazione si evolverà nella consapevolezza di non poter colmare la distanza tra sé ed il maestro di spirito, poiché incolmabile è la discrepanza tra colui che soffre senza nulla pretendere e chi va in cerca di compiacimento e tutto vorrebbe senza patimento.
Infondo, l’unico segno concesso all’uomo a dimostrazione della propria interiorità, è quello di Giona (Lc 11, 29), esattamente quello che nessun fannullone dello spirito potrà mai esibire nel suo cuore.

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MAESTRO E AMICO

Published Novembre 9th, 2008 by mastrofabbro

immaginemanico7 MAESTRO E AMICOL’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

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QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIA

Published Novembre 7th, 2008 by mastrofabbro

riflesso1nt QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIAMolte volte, nel sopprimere alcuni desideri, ci induciamo ad una forma di apatia, inibendo energia vissuta, propulsione esistenziale.
Soffochiamo traguardi ed aspirazioni per la sola pigrizia spirituale che si ha di fronte a stenti e tribolazioni, pensando troppo onerose le privazioni necessarie per giungere ad una concreta maturazione dell’anima.

Intimamente vigliacchi, invece, si è inclini a fuggire le alte potenzialità di sé, per livellarsi alla comprensione del volgo, per essere da lui amati ed apprezzati, e risultare importanti ad ogni costo.

Il giudizio altrui condiziona fortemente, così che per mezzo di una ben consapevole maschera, ci si appiccica sulla schiena l’etichetta con cui si vuole essere riconosciuti, a discapito di una più profonda realtà dell’essere, più vera ma socialmente meno prestigiosa.

Ci si costruisce una sovrastruttura mentale, un tappeto sotto cui ficcare le polverose nobiltà dell’essere e su cui installare il piedistallo di una fallace realizzazione. Così si arriva ad abolire la meraviglia, la scoperta di un’anamnesi spirituale, mentre la nostra presunzione archivia quel che pensa definitivamente giudicato.

Le ideologie sono scomparse dal mondo, perché hanno preso dimora nella tua anima, così, quel che pensi essere il tuo spirito, non è che un artificio della tua mente.

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LA VENDETTA DEI PICCOLI DI SPIRITO

Published Novembre 4th, 2008 by mastrofabbro

La vendetta dei ristretti di spirito contro coloro che lo sono meno è quella di giudicarli e pregiudicarli secondo una condotta di una morale precettistica; per loro questo è anche una specie di indennizzo del fatto che la natura con loro abbia operato così male, ed infine anche un’opportunità per attingere un po’ di spirito e farsi affini: la cattiveria spiritualizzata.
Per essi è un beneficio che i grandi di spirito siano contenuti e ribassati da un codice di regolamentazione di fronte al quale ciascuno è livellato al pari di tutti e la loro vendetta li porta a credere a Dio per una necessità logica, e non tanto per fede, perché la divinità permette loro di proclamare l’uguaglianza dei mediocri con i giganti di fronte a quel dio fabbricato dalla loro cattiveria.
Sovvertono il mondo e le sue leggi con un’ossessiva e feroce spiritualità, sintesi di invidia e acuta malizia.

Invece è cosa di pochissimi essere indipendenti: è una prerogativa dei forti.
Costoro si inoltrano in un labirinto, moltiplicano i rischi che la vita già per sua natura reca con sé, dei quali non è il minore il fatto che nessuno abbia sotto gli occhi il modo in cui cominciano a smarrirsi e, isolati da tutti, vengono dilaniati brano a brano da un qualche minotauro partorito dagli abissi della loro coscienza.
Posto che un individuo simile se ne torni sulla terra, tutto ciò accade in un mondo così lontano dall’umano senno che gli uomini non se ne avvedono, né lo condividono: - eppure quello non può più tornare indietro. Egli non può più tornare indietro, fino alla comprensione degli uomini.

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NEVROSI ED INTERIORITA’

Published Ottobre 27th, 2008 by mastrofabbro

1196360475zp7 NEVROSI ED INTERIORITALuomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto più facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertà, il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtà, abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.

La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto più semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtà l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poiché tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietà della propria immagine.

L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interiorità, stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialità.
Essere la propria la interiorità, significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale più alto e non dalla glorificazione della propria vanità.

Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.

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VINCERE PER NON MORIRE

Published Ottobre 19th, 2008 by mastrofabbro

Berlino_Vittoria VINCERE PER NON MORIREChe cosa significa pensare o ritenere giusto un ideale, tanto da spingersi a vivere la vita in modo vero? Significa scoprire ed ideare nuove possibilità, produrre mutamenti che preludono metamorfosi esistenziali.

La vita rende attivo il pensiero, mentre il pensiero rende affermativa la vita. Corpo, passioni, affetti, cessano di essere disordinati e si indirizzano unitamente verso l’obiettivo da raggiungere.
Chi cerca la felicità nella verità è facilmente accusato di essere fonte di divisione, poiché il giusto è fastidioso per chi ha bisogno di avere ragione, di vincere.
La persecuzione è il segno di una libertà esercitata ogni giorno, nella fedeltà continua ai propri valori, per quanto, è necessario dirlo, non è conseguenza logica del perseguitato essere nella verità.

La vita è lottare per scopi sempre più alti. L’energia è la caratteristica della volontà forte; il controllo regola l’espressione della volontà; la concentrazione è il mezzo che mantiene nella coscienza le immagini delle azioni che si vogliono compiere; la decisione aiuta a superare l’insicurezza che ritarda; la perseveranza mantiene la volontà nello stato iniziale; la sintesi è la qualità più importante, che serve ad osservare in solo sguardo il tutto, favorendo l’armonizzazione della persona.
Il mondo è ed è destinato ad essere un luogo di vittoria o di sconfitta: forza di carattere, volontà, perseveranza, pazienza, ci proteggono dal pericolo di essere spiritualmente distrutti. La vita è un continuo combattimento con i nostri ed altrui contrari.
La vita è una lotta, il mondo il campo di battaglia dove l’uomo è chiamato ad affrontare il più terribile degli incubi: la realtà, unica dimensione in cui la verità può davvero incarnarsi.

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C’ERA UNA VOLTA UN PRETE

Published Ottobre 16th, 2008 by mastrofabbro

io_prete_gay CERA UNA VOLTA UN PRETELa massa, ecco la fagocitante creatura che ha preso vita dal morboso desiderio del plebiscito religioso. Come segugio ben addestrato, il moderno oratore di vuota spiritualità, il prete, suole illuminare di fluorescenza il proprio volto ispirato, nonché il sacro abito, talismano più volte rodato, utilizzato al fine di scacciare l’eventuale titubanza degli ascoltatori sulla pienezza dei contenuti espressi.

Ed ecco che si dà il via ai più diversi repertori, a seconda del pubblico in ascolto: c’è il cliché del fervorino, quello di cortesia, quello carismatico, quello tradizionalista, quello a sfondo sociale, quello per i mass media, e via via si discerne con attento mestiere con quale pezzo esibirsi, per meglio riscuotere il plauso dei paganti domenicali.

Il pastore di anime, ora evoluto nelle spoglie del manager clericale in gran carriera, esibisce con voce ispirata la sua irraggiungibile promiscuità spirituale, ora frutto di una confusa elaborazione degli astrattismi da lezionario, ora abbagliante inconcludenza di chiara impronta introspettiva. E’ lui la moderna guida delle anime, è lui il sapiente pastore di caproni da sagrestia.

Prima dell’esibizione ufficiale, è richiesta una preparazione di molti anni. Formatori addestrati ad ogni situazione, educano gli aspiranti pastori a quella mediocrità che tanto egregiamente sanno incarnare, fino a che l’allievo non supera il maestro e diventa a sua volta formatore. Gran profeta della mediazione e dell’incompetenza spirituale, conosce la sapiente arte del predicozzo standard che, in ultimo, affida la pia anima nelle mani di Dio, senza nulla indicare di concreto che non sia la penitenza base da confessione, unita a pompose benedizioni, giusto per sviare un po’ il discorso.

Ecco quindi giungere, tra i tanti cristicoli di terz’ordine, la vera pecorella bisognosa di guida, ma ahimé: essa dovrà fare i conti con il marcio discernimento del pastore, che la ammucchierà insieme al resto del gregge selvaggio, distruggendone le predisposizioni, umiliandola nel profondo e gettandola nello sconforto invece che fra le sapienti mano di un dottore dello spirito. E invece no: passeranno i giorni, i mesi e gli anni, e quell’anima, che aveva incontrato realmente un moto sincero del cuore, sarà pienamente omologata agli sterili bovi, allevati ad immagine e somiglianza del loro riferimento, a loro volta assai più attenti a gareggiare sul numero di rosari recitati che non al più sostanziale problema dei contenuti. Come attenti agenti segreti, macchinano nel buio della sagrestia, al fine di decodificare i messaggi subliminali insiti nel’inconcludenza oratoria del pastore, che certamente celava una lode per il proprio operato ed una critica all’acerrimo nemico di banco. Freddi come iceberg, si trastullano a spacciare per sentimento la propria instabilità emotiva, ben lontani dall’andare oltre quella ibrida idea di dio creata nella propria testa, che si gestiscono a seconda della circostanza.

Non c’è poi da meravigliarsi se dai fronti avversi alla Chiesa si useranno questi sterili bovi per esemplificare la ridicola condizione ecclesiale.

Cari pastori, permettetemi di usarvi consiglio nell’indicarvi un più alto e profondo orizzonte personale, preferendo il silenzio agli aborti espressivi ed inconcludenti che disperdono la forza dell’esempio. Si lascino perdere i pizzi e merletti dei pontificali, si lasci perdere il desiderio del consenso, si lasci perdere la pigrizia della mediazione. Non sarò io ad insegnarvi il mestiere del prete, proprio perché tale ministero non è un mestiere, ma il servizio che vi responsabilizza come riferimento delle anime, e, come tali, vi carica del dovere di risultare autorevoli e sapienti dottori degli spiriti. Ma come farete a curare i mali altrui se prima non avete saputo riconoscere ed ammettere le bassezze di cui colpevolmente vi fate carico? No, non è questione di cultura o intelligenza. L’intelletto è una proprietà insita nell’anima e la sua altezza si sviluppa proporzionalmente alla profondità della volontà di permanere costanti e risoluti nel bene. Ecco perché la mediocrità è una colpa: perché è manifesta pigrizia del volere e perciò volontario connubio con il peccato. Non esistono attenuanti, solo aggravanti, e questo spazio, più che ai fedeli, è dedicato a voi, che tanto danno vi permettete di recare col vostro malsano accontentarsi.

Chi sono io per dire questo? Uno che, semplicemente, vi vuole molto bene.

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FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA’ E ALTRE SCIOCCHEZZE

Published Ottobre 8th, 2008 by mastrofabbro

294_diogene_ou_la_lucidite-300x199 FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA E ALTRE SCIOCCHEZZE1) Nel porsi immediatamente a se stesso, l’uomo vuole in modo frammentato, confusionario. Nel chiedersi cosa esso voglia, non sa dare un prospetto definito. Alla domanda su cosa voglia realmente l’uomo, potremmo rispondere: “Tutto: il piacere e gli infiniti piaceri, anche il dolore per il piacere del dolore, la vita e la morte, questa cosa e la sua contraria, ogni cosa e la sua contraria. L’uomo pensa e vuole indefinitivamente, instancabilmente, quasi perdutamente: quando non pensa, pensa di non pensare: quando non vuole, vuole di non volere; ed ogni desiderio, ogni volizione ha quasi sempre un margine di indefinibilità†(Michele Federico Sciacca).

2) Sinteticamente si potrebbe dire che il volere, nella sua immediatezza, è il caos, e ciò è dovuto proprio a quell’unione di corpo e di spirito che costituisce la natura umana. E’ la stessa molteplicità delle nostre potenze vitali e intellettuali che paradossalmente arriva a confonderci, investendoci in un vortice di pensieri confusi, passioni e sentimenti contraddittori, al punto che, talvolta, è difficile distinguere dove finisca la nostra caoticità e inizi quella degli altri.

3) Questo spiega perché, nel momento in cui si tenta di sintetizzare la vita di un uomo, colta nei suoi momenti più diversi, essa appare irregolare e contraddittoria, successione ininterrotta di eterni ritorni che, ad un tempo, tentano di negarsi vicendevolmente con elevazioni e cadute esistenziali, apparendo come stati incompatibili eppur coesistenti e compenetrantesi.

4) Nonostante ciò è pure da considerare come questo insieme di indefiniti istinti porti con sé, nel suo profondo, l’inclinazione all’ordine, tendente a voler unificare e orientare l’istinto, nella molteplicità delle sue potenze. Ciò spinge l’uomo a specificarsi in un proprio orientamento, così che la riflessione, collaboratrice, affinatrice e purificatrice dell’istinto, riesce a dare equilibrio e priorità in funzione della sua forza equilibrante. La caoticità primordiale giunge, quindi, ad un ordine, convergente in un’unità comprensiva di tutte le potenzialità umane. Ad esempio, il movimento fisico, prima grezzo ed involontario, si fa ora coordinato.

5) E’ grazie alla funzione normativa della ragione che tutto quel caos, presente ad ogni momento dell’esistenza, si va più o meno lentamente ordinando, chiarificandosi in modo sempre più netto, opera di un continuo lavoro del proprio spirito, concepito come l’unione di volontà ed intelligenza, senza che esso sia mai definitivamente compiuto.

6) L’ordine profondo, che giace sotto il caos iniziale di sentimenti, pensieri e volizioni, si chiarisce mano a mano che l’uomo scopre il suo lato spirituale, ovvero proporzionatamente al processo di conquista di se stessi, alla luce della consapevolezza del significato e della finalità della propria natura.

7) L’anarchia primitiva, di cui si è appena parlato, tende a ripresentarsi a più riprese in ogni attimo dell’esistenza, anche nelle attività più nobili dell’uomo. Infatti ciascuna forma di attività umana, al suo sorgere, tende a rendersi esclusiva, talvolta proclamando una norma autonoma da tutto il resto, così che, ad esempio, l’attività conoscitiva pretende di costituirsi distaccata dalla morale, così come la morale è tentata di staccarsi dall’attività raziocinante, per poi ritrovare a loro volta l’estetica, l’economia, ecc., anche loro aspiranti ad imporsi in una dimensione autonoma, rivendicando a spada tratta la propria indipendenza, causando in tal modo un vicendevole indebolimento nella stabilità della persona.

8  ) E’ l’ordine interno dello spirito che, invece, cerca di tenere ciascuna attività nella norma del suo processo, ma non è opera facile ordinare tutto secondo il giusto equilibrio, in armonia e in concorrenza, in modo tale che tutte le attività umane convergano in direzione di un unico fine.

9) Le proprietà dello spirito permettono che la contemporaneità di molteplici elementi, anche se inizialmente escludentesi vicendevolmente, arrivino infine a convergere in un insieme solidale, orientato verso un unico fine, per quanto sempre nella specificità della natura di ogni singola parte.

10) In definitiva, tutto quell’insieme di impulsi, istinti, sentimenti, ragioni, principi e quant’altro, i quali hanno inizialmente tendenza ad escludersi l’un l’altro, si ritrovano infine fusi dal potere sintetico dello spirito, unione di volontà ed intelligenza, e ciò sia che riguardi l’attività morale, sia quella intellettiva o estetica.

11) Ciò che si dovrà evitare sarà il permettere ad un apparente e viziato ordine di dare origine ad un’unione falsata o solo apparente delle diverse componenti che costituiscono l’uomo, al fine di non giungere ad una percezione alterata di sé stessi.

12) E’ per questa proprietà ordinatrice e di sintesi che l’atto spirituale, inteso come unione di volontà ed intelligenza, va detto: integrale, proprio perché ogni separazione di specifica funzionale è comunque veicolata dall’atto spirituale, in un insieme compenetrante e cooperante per un unico fine.

13) Assodato questo, è pure giusto osservare che, tra queste diverse facoltà dell’uomo, non regna certo la pace, ma piuttosto continue battaglie, seguite da sudati armistizi: ad esempio, la ragione interviene per frenare gli impulsi, mentre questi le resistono con tenacia e ribellione.

14) Si può dire senza tema che il dinamismo della vita spirituale è talmente complesso che oltrepassa di gran lunga la pura logicità astratta e la capacità di razionalizzazione dell’uomo.

15) Ogni forma di attività tende ad essere una specie di dispotica imperatrice, così che il filosofo tende a farsi sopraffare dalla razionalità, il matematico dalle formule, lo scienziato dalla sperimentabilità, ecc., per cui la molteplice complessità della realtà rischia sempre di essere vista da un solo punto di vista e filtrata da lenti deformanti a causa della loro pretesa esclusività.

16) Incapace per struttura di veicolare ogni aspetto di se stesso ad un ordine armonico per via strettamente intellettiva, all’uomo necessita una dimensione soprarazionale che, come sapiente demiurgo, arrivi anche laddove la ragione non può spingersi. E’ là, nell’anima di ciascuno, dove il cuore riposa e, ad un tempo, minaccia tempesta. E’ là, dove il nostro sguardo rimane contemplativo, che si genera la dimensione vissuta in profondità ed intensità dell’esistenza e tanto sarà più alto e nobile un ideale, tanto sarà più severa ed esigente la coscienza nel richiedere obbedienza ai molteplici elementi caratterizzanti l’uomo.

17) Un ideale che non appartiene ai libri, ma al segreto del re che ciascuno conserva gelosamente dentro di sé.
Oggi l’uomo non ha più questa dimensione soprarazionale dello spirito, non riconosce più un ideale al cospetto del quale formare la propria persona, o, almeno, non si constata più alcuna corrispondenza tra le dichiarazioni di ideale e le azioni che ne dovrebbero seguire.
Oggi c’è solo caos.

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MONDI APPARENTI

Published Ottobre 1st, 2008 by mastrofabbro

FC1158~Autumn-in-the-Village-Posters MONDI APPARENTILa volontà che ha per mira il vero, si rende conto che un’altissima percentuale di problemi si aggirano al fine di non soffrire, sostituendo soluzioni giuste con surrogati di verità.
L’uomo saggio si interroga sull’aspetto oggettivo di un problema e quali implicazioni personali ne derivino e non adatta la realtà al suo intendimento, ma, viceversa, cerca di inserire il suo intendere nella circostanza per trarre la corretta interpretazione del fatto e coglierne, dunque, l’essenza più intima, bella o brutta che essa si presenti.

La realtà è un po’ la matrigna dei desideri irrisolti, la cartina tornasole che annulla le proiezioni che i nostri ciechi ed egoisti desideri vogliono imprimere sul quotidiano, la dominatrice della dittatura che il nostro io vorrebbe esercitare sui fatti.
Egoisti ed indifferenti, invidiosi e gelosi, ci si chiude ad una realtà che si patisce, misconosce e altera, al fine di non vedere una verità che talvolta porta a sofferenza, ma che per questo non cessa di essere verità.
In tal modo ci si adagia ad una morale insana, conforme allo star meglio ed al quieto vivere, con la conseguenza di dover arbitrariamente distorcere la verità delle cose. E’ una pulsione tirannica, che toglie la più spirituale volontà, che ha per mira il vero ed il bene, dall’accezione generale a quella particolare.

Il fine zelo del dittatore sulla realtà è metodico nel suo sottile conseguimento distruttivo di tutto ciò che va a minare il suo proiettarsi in un mondo apparente, con cui, invece, il saggio va a lottare in un corpo a corpo sfinente.
Il mondo a cui la nostra volontà vorrà concedersi, avrà la meglio.

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