Tag Archive "spirito"

SOSPETTI SULLA RAGIONE

Published agosto 7th, 2009 by Paolo De Bei

Chi supera i limiti dell’essenzialità indispettisce l’intelletto. Chi per timore di prolissità balbetta accenni di concetto produce parodie del pensiero.
L’intelligenza è Intersecata dalla ragione, ma la ragione non per forza è intrisa dello spirito d’intelligenza, così che spesso, coloro che sono privi del vigore dell’intelletto, si prodigano volentieri in lunghi discorsi tinteggiati di logica, per mascherare l’assenza di genio creatore o di audacia spirituale.
La discorsività e la persuasione risultano essere pratiche sospette all’intelligenza

VERITA’ CHE FERISCONO

Published febbraio 3rd, 2009 by Paolo De Bei

La vendetta dei piccoli di spirito nei confronti di coloro che lo sono meno, consiste spesso nel tentativo di confondere le rotte di navigazione, al fine di vedere arenata una così nobile imbarcazione, anche se solo per un istante.

Spruzzare fanghiglia in acque cristalline è la soddisfazione su cui il ciarlatano fonda il suo contemplare, misurando il proprio gaudio nella proporzione in cui riesce a ribassare profondità e altezza ad un più mediocre intendere.
L’inganno gioca per lo più nella proiezione di ombre confuse, così come Chateaubriand ha ben inteso:

“Gli uomini prendono spesso verità per errore, perché ogni qualità del cuore o dello spirito ha in corrispondenza la sua immagine falsata: la freddezza somiglia alla virtù, il ragionare alla ragionevolezza, la vuotezza alla profondità”.

Che l’invidioso persegua scrupolosamente la natura della sua scelta non è una novità, ma ciò che più ferisce è il commento che nasce nel suo cuore una volta riuscito nel suo intento: “L’ho messo alla prova: è lui a non essere stato degno della regalità del percorso intrapreso “.
Ferisce perché, probabilmente, è vero. 

IL NUOVO TESTAMENTO

Published novembre 16th, 2008 by Paolo De Bei

Il Nuovo Testamento è un libro adatto agli spiriti forti, agli avventurieri, a chi non sa che farsene dei sentimentalismi da femmina lagnosa ed isterica o dei cavilli logici da scolastici incalliti.

Nel Nuovo Testamento il vero ed il falso sono presentati in termini ideali ed i traviamenti proposti in grande scala: si ammonisce contro l’ipocrisia, si avverte contro le false dottrine, si punta il dito contro la menzogna illusoria di un fatto apparente, ecc… Insomma, faccende toste per gente che vive con un pugnale spirituale fra i denti.

Strano a dirsi, però, di tutte quelle cose di cui il mondo è eccessivamente sommerso e da cui è maggiormente rappresentato, il Nuovo Testamento pare non tenerne conto per nulla. Sproloqui, miserie, mediocrità, sciocchezze, insulsaggini, ridurre anche le cose più nobili a luogo comune, giocare al cristianesimo… di tutto ciò il Nuovo Testamento tratta in termini proporzionalmente ridotti.

Grande cosa l’uomo per questo Cristo, che conta l’eccelsa verità come rivolta ad un essere eroicamente buono, così come conta la più rigida giustizia rivolta ad un essere eroicamente cattivo. Tra i due modelli una specie di vuoto. In qualche modo il pedante, il mediocre, la mezza tacca sembrano passarla sempre liscia, ed è sulla base di questo giochino che noi oggi abbiamo facoltà di riempire le chiese dei più eterogenei babbei.

Se non si tocca il fondo, così come idealmente presentano i Vangeli, allora è ancora possibile farcela e beatamente piazzarsi in mezzo a quella scompigliata massa, che assomiglia al vero cristianesimo solo perché essa incontestabilmente non professa altra religione, per quanto essa rappresenti il cristianesimo ancor meno di una qualunque eresia.

Il fatto è questo: tanto in alto sta il vero cristianesimo, sopra tutti gli errori e traviamenti eretici, così altrettanto in basso, sotto tutte le eresie ed i traviamenti, sta la moscia emulazione di un cristianesimo falsato nel proprio cuore, fiore marcio e secco, avvelenato da quel grande ed immenso idealistico male presentato nei Vangeli: l’ipocrisia.

Il Nuovo Testamento si rivolge agli eroi del bene come agli eroi del male, a coloro che hanno in volontà di incarnare la pienezza della loro scelta. Ai mediocri, alle mezze tacche, agli instabili sentimentali dalle emozioni intense ma superficiali, ai cattedratici freddi e razionali che hanno ridotto il cristianesimo ad una faccenda filosofica, ai chiacchieroni da ambone che distorcono il messaggio evangelico aggiungendo od omettendo a seconda della circostanza, no, il Nuovo Testamento non trova il tempo di rivolgersi loro.

Riempire le chiese di simili cuori equivale a tradire il cristianesimo nel modo più marcio, perché in essi non vi è alcuna proporzione tra alto e basso, ma esiste solo una rappresentazione di ciò essi vogliono trovare nel cristianesimo: salvezza a basso costo e nel modo più comodo possibile.

FANNULLONE

Published novembre 12th, 2008 by Paolo De Bei

Lo spirito fannullone è dotato di quell’infingardia tipica di chi usufruisce dei talenti altrui più che dei propri, per caricare il prossimo di quelle responsabilità che non si ha convenienza portare.
Vestito di buone intenzioni, esercita segretamente una ladra malvagità, pronta a rubare il prodotto della ricca semina spirituale del gigante interiore.
Severo e timorato in quel suo aspetto di rigida compunzione, attende paziente di intravedere la ricchezza di cui impadronirsi, da cui attingerà con ingordigia d’intelletto, al fine di custodirla con avida compiacenza ed elargirne in proporzione alla soddisfazione di cui si fa mendicante.
Eppure, nonostante tutta questa fedifraga operosità, è puntellato dalla consapevolezza del suo insipido sapere e della sua sterile talentuosità, limitata ad operazione di concetto più che di reale sentimento, ad instabile vampata di sentimentalismo più che ad equilibrata valutazione d’intelletto, ad ideologia astratta più che a reale discernimento e distacco da sé. E per questo, in cuor suo, odia ed invidia la stessa fonte da cui vorrebbe succhiare la sapienza, perché pietra d’inciampo di quel formalismo che lo condanna allo specchio della propria coscienza, che lo voglia vedere o meno.
Quindi, alla costante ricerca della decapitazione spirituale di quell’interiorità rifinita e sfumata nelle mille ramificazioni e colorazioni dell’anima, sorride velenoso e, velato di falso rispetto, resta in attesa di potersi accattivare un novello Erode, che gli farà ottenere la testa di chi un tempo chiamava maestro.
Come coloro che furono sazi di pani e di pesci (Gv 6, 26), il servo malvagio ed infingardo si lascia primariamente conquistare dall’ardore iniziale, falsamente convinto di poter tramutare quell’ardore in sapienza, ma ben presto si rende conto che non vi è relazione tra la soddisfazione dello spirito ed il suo progredire. Non passerà molto che la situazione si evolverà nella consapevolezza di non poter colmare la distanza tra sé ed il maestro di spirito, poiché incolmabile è la discrepanza tra colui che soffre senza nulla pretendere e chi va in cerca di compiacimento e tutto vorrebbe senza patimento.
Infondo, l’unico segno concesso all’uomo a dimostrazione della propria interiorità, è quello di Giona (Lc 11, 29), esattamente quello che nessun fannullone dello spirito potrà mai esibire nel suo cuore.

MAESTRO E AMICO

Published novembre 9th, 2008 by Paolo De Bei

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIA

Published novembre 7th, 2008 by Paolo De Bei

Molte volte, nel sopprimere alcuni desideri, ci induciamo ad una forma di apatia, inibendo energia vissuta, propulsione esistenziale.
Soffochiamo traguardi ed aspirazioni per la sola pigrizia spirituale che si ha di fronte a stenti e tribolazioni, pensando troppo onerose le privazioni necessarie per giungere ad una concreta maturazione dell’anima.

Intimamente vigliacchi, invece, si è inclini a fuggire le alte potenzialità di sé, per livellarsi alla comprensione del volgo, per essere da lui amati ed apprezzati, e risultare importanti ad ogni costo.

Il giudizio altrui condiziona fortemente, così che per mezzo di una ben consapevole maschera, ci si appiccica sulla schiena l’etichetta con cui si vuole essere riconosciuti, a discapito di una più profonda realtà dell’essere, più vera ma socialmente meno prestigiosa.

Ci si costruisce una sovrastruttura mentale, un tappeto sotto cui ficcare le polverose nobiltà dell’essere e su cui installare il piedistallo di una fallace realizzazione. Così si arriva ad abolire la meraviglia, la scoperta di un’anamnesi spirituale, mentre la nostra presunzione archivia quel che pensa definitivamente giudicato.

Le ideologie sono scomparse dal mondo, perché hanno preso dimora nella tua anima, così, quel che pensi essere il tuo spirito, non è che un artificio della tua mente.

LA VENDETTA DEI PICCOLI DI SPIRITO

Published novembre 4th, 2008 by Paolo De Bei

La vendetta dei ristretti di spirito contro coloro che lo sono meno è quella di giudicarli e pregiudicarli secondo una condotta di una morale precettistica; per loro questo è anche una specie di indennizzo del fatto che la natura con loro abbia operato così male, ed infine anche un’opportunità per attingere un po’ di spirito e farsi affini: la cattiveria spiritualizzata.
Per essi è un beneficio che i grandi di spirito siano contenuti e ribassati da un codice di regolamentazione di fronte al quale ciascuno è livellato al pari di tutti e la loro vendetta li porta a credere a Dio per una necessità logica, e non tanto per fede, perché la divinità permette loro di proclamare l’uguaglianza dei mediocri con i giganti di fronte a quel dio fabbricato dalla loro cattiveria.
Sovvertono il mondo e le sue leggi con un’ossessiva e feroce spiritualità, sintesi di invidia e acuta malizia.

Invece è cosa di pochissimi essere indipendenti: è una prerogativa dei forti.
Costoro si inoltrano in un labirinto, moltiplicano i rischi che la vita già per sua natura reca con sé, dei quali non è il minore il fatto che nessuno abbia sotto gli occhi il modo in cui cominciano a smarrirsi e, isolati da tutti, vengono dilaniati brano a brano da un qualche minotauro partorito dagli abissi della loro coscienza.
Posto che un individuo simile se ne torni sulla terra, tutto ciò accade in un mondo così lontano dall’umano senno che gli uomini non se ne avvedono, né lo condividono: – eppure quello non può più tornare indietro. Egli non può più tornare indietro, fino alla comprensione degli uomini.

NEVROSI ED INTERIORITA’

Published ottobre 27th, 2008 by Paolo De Bei

Luomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto più facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertà, il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtà, abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.

La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto più semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtà l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poiché tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietà della propria immagine.

L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interiorità, stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialità.
Essere la propria la interiorità, significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale più alto e non dalla glorificazione della propria vanità.

Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.

VINCERE PER NON MORIRE

Published ottobre 19th, 2008 by Paolo De Bei

Che cosa significa pensare o ritenere giusto un ideale, tanto da spingersi a vivere la vita in modo vero? Significa scoprire ed ideare nuove possibilità, produrre mutamenti che preludono metamorfosi esistenziali.

La vita rende attivo il pensiero, mentre il pensiero rende affermativa la vita. Corpo, passioni, affetti, cessano di essere disordinati e si indirizzano unitamente verso l’obiettivo da raggiungere.
Chi cerca la felicità nella verità è facilmente accusato di essere fonte di divisione, poiché il giusto è fastidioso per chi ha bisogno di avere ragione, di vincere.
La persecuzione è il segno di una libertà esercitata ogni giorno, nella fedeltà continua ai propri valori, per quanto, è necessario dirlo, non è conseguenza logica del perseguitato essere nella verità.

La vita è lottare per scopi sempre più alti. L’energia è la caratteristica della volontà forte; il controllo regola l’espressione della volontà; la concentrazione è il mezzo che mantiene nella coscienza le immagini delle azioni che si vogliono compiere; la decisione aiuta a superare l’insicurezza che ritarda; la perseveranza mantiene la volontà nello stato iniziale; la sintesi è la qualità più importante, che serve ad osservare in solo sguardo il tutto, favorendo l’armonizzazione della persona.
Il mondo è ed è destinato ad essere un luogo di vittoria o di sconfitta: forza di carattere, volontà, perseveranza, pazienza, ci proteggono dal pericolo di essere spiritualmente distrutti. La vita è un continuo combattimento con i nostri ed altrui contrari.
La vita è una lotta, il mondo il campo di battaglia dove l’uomo è chiamato ad affrontare il più terribile degli incubi: la realtà, unica dimensione in cui la verità può davvero incarnarsi.

C’ERA UNA VOLTA UN PRETE

Published ottobre 16th, 2008 by Paolo De Bei

La massa, ecco la fagocitante creatura che ha preso vita dal morboso desiderio del plebiscito religioso. Come segugio ben addestrato, il moderno oratore di vuota spiritualità, il prete, suole illuminare di fluorescenza il proprio volto ispirato, nonché il sacro abito, talismano più volte rodato, utilizzato al fine di scacciare l’eventuale titubanza degli ascoltatori sulla pienezza dei contenuti espressi.

Ed ecco che si dà il via ai più diversi repertori, a seconda del pubblico in ascolto: c’è il cliché del fervorino, quello di cortesia, quello carismatico, quello tradizionalista, quello a sfondo sociale, quello per i mass media, e via via si discerne con attento mestiere con quale pezzo esibirsi, per meglio riscuotere il plauso dei paganti domenicali.

Il pastore di anime, ora evoluto nelle spoglie del manager clericale in gran carriera, esibisce con voce ispirata la sua irraggiungibile promiscuità spirituale, ora frutto di una confusa elaborazione degli astrattismi da lezionario, ora abbagliante inconcludenza di chiara impronta introspettiva. E’ lui la moderna guida delle anime, è lui il sapiente pastore di caproni da sagrestia.

Prima dell’esibizione ufficiale, è richiesta una preparazione di molti anni. Formatori addestrati ad ogni situazione, educano gli aspiranti pastori a quella mediocrità che tanto egregiamente sanno incarnare, fino a che l’allievo non supera il maestro e diventa a sua volta formatore. Gran profeta della mediazione e dell’incompetenza spirituale, conosce la sapiente arte del predicozzo standard che, in ultimo, affida la pia anima nelle mani di Dio, senza nulla indicare di concreto che non sia la penitenza base da confessione, unita a pompose benedizioni, giusto per sviare un po’ il discorso.

Ecco quindi giungere, tra i tanti cristicoli di terz’ordine, la vera pecorella bisognosa di guida, ma ahimé: essa dovrà fare i conti con il marcio discernimento del pastore, che la ammucchierà insieme al resto del gregge selvaggio, distruggendone le predisposizioni, umiliandola nel profondo e gettandola nello sconforto invece che fra le sapienti mano di un dottore dello spirito. E invece no: passeranno i giorni, i mesi e gli anni, e quell’anima, che aveva incontrato realmente un moto sincero del cuore, sarà pienamente omologata agli sterili bovi, allevati ad immagine e somiglianza del loro riferimento, a loro volta assai più attenti a gareggiare sul numero di rosari recitati che non al più sostanziale problema dei contenuti. Come attenti agenti segreti, macchinano nel buio della sagrestia, al fine di decodificare i messaggi subliminali insiti nel’inconcludenza oratoria del pastore, che certamente celava una lode per il proprio operato ed una critica all’acerrimo nemico di banco. Freddi come iceberg, si trastullano a spacciare per sentimento la propria instabilità emotiva, ben lontani dall’andare oltre quella ibrida idea di dio creata nella propria testa, che si gestiscono a seconda della circostanza.

Non c’è poi da meravigliarsi se dai fronti avversi alla Chiesa si useranno questi sterili bovi per esemplificare la ridicola condizione ecclesiale.

Cari pastori, permettetemi di usarvi consiglio nell’indicarvi un più alto e profondo orizzonte personale, preferendo il silenzio agli aborti espressivi ed inconcludenti che disperdono la forza dell’esempio. Si lascino perdere i pizzi e merletti dei pontificali, si lasci perdere il desiderio del consenso, si lasci perdere la pigrizia della mediazione. Non sarò io ad insegnarvi il mestiere del prete, proprio perché tale ministero non è un mestiere, ma il servizio che vi responsabilizza come riferimento delle anime, e, come tali, vi carica del dovere di risultare autorevoli e sapienti dottori degli spiriti. Ma come farete a curare i mali altrui se prima non avete saputo riconoscere ed ammettere le bassezze di cui colpevolmente vi fate carico? No, non è questione di cultura o intelligenza. L’intelletto è una proprietà insita nell’anima e la sua altezza si sviluppa proporzionalmente alla profondità della volontà di permanere costanti e risoluti nel bene. Ecco perché la mediocrità è una colpa: perché è manifesta pigrizia del volere e perciò volontario connubio con il peccato. Non esistono attenuanti, solo aggravanti, e questo spazio, più che ai fedeli, è dedicato a voi, che tanto danno vi permettete di recare col vostro malsano accontentarsi.

Chi sono io per dire questo? Uno che, semplicemente, vi vuole molto bene.