IO, TU, NOI
Viviamo in una società contrattuale, dove, per una qualunque relazione di scambio, si imbrattano di raffinato inchiostro notarile montagne di carte bollate.
Alla base della radicata usanza giace la sfiducia nel prossimo, la consapevolezza del disonore intellettuale e morale di cui l’uomo è mortalmente affetto.
Di qui il richiamo all’autoconservazione, un tempo regolata da logiche di regolamentazione conti, oggi mutata in logoranti ed altrettanto rabbiose controversie “civili”.
L’idea che una società così burocraticamente estremizzata abbia portato ad un conseguente individualismo, a causa di una sterilità relazionale, lascia intendere un’interpretazione storicistica della realtà, priva di quel contributo volontario e libero che l’uomo apporta. In altri termini pare che la nostra deformazione individuale e sociale sia dovuta all’incontrollabile azione di uno “spirito del mondo” che ci ha catapultato in una data situazione e a cui, poi, abbiamo dovuto dare soluzione con il minor danno.
Mi convince maggiormente l’ipotesi per cui la somma delle corruzioni individuali ha portato ad una degenerazione sociale a cui, poi, si è tentato di dare soluzione con il minor sforzo personale.
Quella che il nostro pigro vittismismo vorrebbe far passare per meccanica ingovernabile dell’universo non è che il risultato di una pregressa causa spirituale, poiché se la contrattualità esasperata affonda le sue radici nella consapevole inaffidabilità della parola data, significa che qualcuno deve aver pure iniziato ad essere inaffidabile. Si elevi la storpiazione morale del singolo ad una consolidata abitudine sociale e si avrà senza forzature concettuali l’evidenza di un corrotto individualismo, regolato da una legislazione altalenante tra l’eccessiva rigidità e l’ingiustificata tolleranza.
La pietra angolare di una civiltà è inevitabilmente l’onore della civiltà stessa, il cui grado è valutabile solo attraverso l’unità degli elementi che la compongono.
Senza onore viene a mancare l’idea stessa di civiltà, poiché quest’ultima si ciba di ideali in cui il singolo concepisce la dimensione privata e quella pubblica come necessariamente compenetranti, facendo coincidere il bene personale ad uno bene sociale.
Il meccanismo individualista concepisce invece la dimensione comunitaria come dimensione artificiale assoggettata al singolo, le cui dinamiche vanno semplicemente regolamentate per via contrattuale. Ergo in una società individualistica non esiste la compenetranza tra il bene individuale e quello sociale, così da ricondurre la sua anima ad un’utilitaristica visone d’insieme, in cui i diversi individui schermagliano tra loro per primeggiare in qualsivoglia settore.
La rivoluzione democratica può vantare in sé diversi vantaggi, quali l’instaurazione di un’uguaglianza di diritto ed una mobilità sociale che permetterebbe potenzialmente il consolidamento della meritocrazia, ma è inutile il presupposto teorico se la prassi ha già al suo baricentro il germe dell’atomizzazione, dove i corpi intermedi sono andati a livellarsi e poi a perdersi.
La società contrattuale è simbolo di questa lotta intestina, dove la consapevolezza del reciproco disonore porta all’elaborazione di infinite clausole, a loro volta già tattiche di guerra per una mobilitazione legale.
Non è stato il mondo ad implodere su se stesso, generando tanti piccoli individui autocefali: siamo noi ad avere fatto implodere il mondo con quel concepire la relazione fra uomini come artificio contrattuale, a sua volta generato dal disonore di una scelta che continua a vedere l’io carceriere del “noi”.






“[…] Mettersi contro la Folla è sempre, per la maggioranza, un nonsenso; perché la Folla e la pluralità e il pubblico sono appunto le forze della salvezza, quelle riunioni amanti della libertà da cui deve uscire la salvezza – contro i Re e i Papi ed i funzionari che ci vogliono tiranneggiare! Ahimé! O piuttosto poveri noi! Ecco la conseguenza dell’aver per secoli combattuto contro Papi e Re e potenti e di aver considerato la Folla come la cosa sacra. Nessuno sospetta che le categorie della storia umana s’invertono, e che la Folla è diventata l’unico tiranno e la perdizione fondamentale. Ma naturalmente ciò è per la Folla la cosa più incomprensibile. Avida di dominio è la Folla ed essa si crede assicurata contro ogni rappresaglia: perché, come è possibile afferrare la Folla? Ciò che qui da noi si chiama opposizione, vive ancora nel solito luogo comune che si debba combattere la tirannia del governo. Quando un poliziotto commette un errore, il più insignificante, ecco che il superiore lo punisce, subito si fa un chiasso del diavolo. Ma se la Folla, il pubblico, la plebaglia, ecc. di anno in anno si rendono colpevoli dei delitti e degli abusi di potere più abominevoli, l’opposizione non fiata. O non riesce a capire che sono delitti (perché è l’idolo dell’opposizione a far questo); o non sa denunziarli perché vigliacca. Quando un uomo è vittima di una piccola ingiustizia (ma badate bene, da parte del re, di un altolocato, ecc.), ecco che tutti provano simpatia per lui: ne fanno un ‘martire’. Ma quando un uomo, in senso spirituale, tutti i giorni è schernito, perseguitato, maltrattato dall’insolenza, dalla curiosità e sfrontatezza della Folla, del pubblico, della plebaglia; allora è un caso perfettamente normale, ‘non è niente’…! […]” (Kierkegaard).
