Tag Archive "pensiero"

IL DIO ATEO

Published Ottobre 25th, 2008 by mastrofabbro

1156461744TmzjMY IL DIO ATEOSi perde Dio perché si pensa di saperLo: è questo l’aspetto terribile della deriva religiosa. Sapere Dio è la presunzione dell’uomo che attribuisce all’Essere connotazioni antropomorfiche, quando la più alta conoscenza di Dio non è tanto viverLo per come lo si comprende, ma lasciarsi vivere per come Lui comprende il singolo che va ad abitare.

Gli uomini si uccidono a vicenda per questa avanzata arroganza di saperLo, creando barriere invalicabili, che impediscono comunicabilità religiosa, anche all’interno di stesse confessioni.
Ardiamo di fervore per un Dio che abbiamo concettualizzato e fatto nostro, riversando su di lui quegli attributi che più ci aggradano e più si conformano alla nostra persona, distribuendoli in modo e misura da renderlo, più che Dio, quello che noi vorremmo fosse Dio.

In senso fenomenologico, per la maggioranza delle persone, ha ragione Feuerbach: “L’uomo proietta la sua essenza fuori di sé… l’opposizione del divino e dell’uomo è un’opposizione illusoria… tutte la caratteristiche dell’essere divino sono caratteristiche dell’essere umano

A te sta testimoniare con la vita che qualcuno, quel Dio, lo ha incontrato davvero.

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VINCERE PER NON MORIRE

Published Ottobre 19th, 2008 by mastrofabbro

Berlino_Vittoria VINCERE PER NON MORIREChe cosa significa pensare o ritenere giusto un ideale, tanto da spingersi a vivere la vita in modo vero? Significa scoprire ed ideare nuove possibilità, produrre mutamenti che preludono metamorfosi esistenziali.

La vita rende attivo il pensiero, mentre il pensiero rende affermativa la vita. Corpo, passioni, affetti, cessano di essere disordinati e si indirizzano unitamente verso l’obiettivo da raggiungere.
Chi cerca la felicità nella verità è facilmente accusato di essere fonte di divisione, poiché il giusto è fastidioso per chi ha bisogno di avere ragione, di vincere.
La persecuzione è il segno di una libertà esercitata ogni giorno, nella fedeltà continua ai propri valori, per quanto, è necessario dirlo, non è conseguenza logica del perseguitato essere nella verità.

La vita è lottare per scopi sempre più alti. L’energia è la caratteristica della volontà forte; il controllo regola l’espressione della volontà; la concentrazione è il mezzo che mantiene nella coscienza le immagini delle azioni che si vogliono compiere; la decisione aiuta a superare l’insicurezza che ritarda; la perseveranza mantiene la volontà nello stato iniziale; la sintesi è la qualità più importante, che serve ad osservare in solo sguardo il tutto, favorendo l’armonizzazione della persona.
Il mondo è ed è destinato ad essere un luogo di vittoria o di sconfitta: forza di carattere, volontà, perseveranza, pazienza, ci proteggono dal pericolo di essere spiritualmente distrutti. La vita è un continuo combattimento con i nostri ed altrui contrari.
La vita è una lotta, il mondo il campo di battaglia dove l’uomo è chiamato ad affrontare il più terribile degli incubi: la realtà, unica dimensione in cui la verità può davvero incarnarsi.

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ESSENZIALITA’

Published Settembre 23rd, 2008 by mastrofabbro

0000164a ESSENZIALITAAll’essenzialità appartiene la forma più paradossale della conoscenza: la semplicità.

Dall’essere alto ed al contempo profondo, vergine di alto lignaggio e dal carattere fortificato dalla prova, schiaccia col suo calcagno le avide menti degli ottusi, lasciandoli alle attività di erotismo intellettuale intrattenute con il superbo nozionismo.

Con sguardo veloce e penetrante, l’essenzialità passa in rassegna l’umano genere, in cerca di un singolo, di quel singolo a cui comunicare il proprio sapere e con cui intrattenere dialoghi con la mente, solo dopo averne attraversato la purezza del cuore.
Bianca ed immacolata, sensibile ad ogni sfumatura differente dalla trasparenza, scruta con occhio attento l’anima dell’eccezione: la compattezza della volontà, l’altezza della prospettiva, la lungimiranza degli orizzonti, la profondità del sentimento, la coerenza della nobiltà, il grado di sensibilità, la purezza dell’intenzione, la costanza del suo volere, la forza dell’applicazione, la temperanza dell’assimilazione, la prudenza nella circostanza, la concretezza della speranza, la veemenza della carità, il vigore della fede. In altri termini cercherà semplicità, una qualunque assenza di composizione nel cuore di quel singolo, la privazione di un qualunque compromesso tra il bene ed il male.

Risalirà le vie dell’intelletto per scoprire il coraggio della ragione, la proporzione del suo intendere, la meraviglia del suo scoprire, la sofferenza del suo sapere, l’irrequietezza della sua ricerca, l’umiltà dinanzi al mistero, la pazienza nell’incomprensione, poiché “più d’uno raggiunge la sua cima come carattere, ma la sua mente è inadeguata a questa altezza - e più d’uno il contrario” (Nietzsche).

Qualora l’essenzialità trovasse in quel singolo adeguate caratteristiche, ad egli si concederà come sposa fedele e gioiosa, manifestandosi in lui con la forza portentosa di chi sa distinguere senza dividere, di chi sa unire senza confondere, di chi tutto combatte senza distruggere, di chi sa vincere nella sconfitta.

Ed ecco che l’uomo essenziale, dall’intelletto veloce, profondo e creativo trova la sua beatitudine nell’essere per una volta come i pesci volanti e di giocare sulle estreme creste delle onde, permanendo nel suo essere senza distrazione, al cospetto di quel bene di cui ama farsi libero schiavo.

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IL FILOSOFO

Published Settembre 20th, 2008 by mastrofabbro

458px-Sanzio_01_Plato_Aristotle IL FILOSOFOLa scienza oggi è ben pasciuta, ed ha sul viso la cura della buona coscienza, mentre ciò a cui si è progressivamente ridotta tutta la filosofia moderna, questo odierno rimasuglio di filosofia, non suscita che diffidenza e insofferenza, quando non addirittura scherno e compassione.

La filosofia, ridotta a teoria della conoscenza, non è più che una scialba epochistica, (dal greco epoché - dubbio, dottrina dell’astinenza) una filosofia che resta impalata sulla porta ed inibisce a se stessa il diritto di penetrare nell’uomo. Una filosofia al lumicino e in agonia, una cosa da far compassione.

Come potrebbe mai un simile sapere farsi sovrano?
Il filosofo si trova oggi, nel corso della sua formazione, minacciato da pericoli di così numerosa specie che si può ben dubitare che gli sia mai dato di raggiungere la maturità.
Al giorno d’oggi le scienze comprendono un campo vastissimo, e ciascuna eleva la sua torre ad altezza cosi vertiginosa da rendere elevata anche la probabilità che il filosofo, già all’inizio dei suoi studi, scambi il volo naturale dell’anima con la presunzione artificiale di Icaro.

Ecco che la modernità ha partorito uno specialista. Le vette cui il filosofo originario mirava non le toccherà più; quelle da cui lo sguardo si può spingere lontano, al di sopra e al di sotto di lui. Oppure arriverà in alto troppo tardi, quando la stagione a lui propizia, le sue migliori energie, se ne saranno andati; o vi arriverà provato, involgarito, degenerato, di modo che il suo sguardo, la sua capacità di dare un giudizio complessivo sui valori , avranno meno pregnanza.

Talvolta sarà proprio la sua eccessiva delicata coscienza a farlo indugiare e tardare per via; egli può temere la seduzione del dilettante, il millepiedi coi suoi molteplici tentacoli, perché sa fin troppo bene che chi ha perduto la nobiltà dell’essere, non sarà più in grado di prendere la guida di sé, ma tale inibizione lo porterà inevitabilmente ad una fallace staticità. Anche costui, stanco e appesantito, piegherà la sua ambizione al traguardo di farsi un grande commediante, un Cagliostro della filosofia, un pifferaio magico della filosofia; insomma un seduttore.

Alla fin fine è una questione di gusto, quand’anche non fosse una questione di coscienza.

A causa della denaturalizzazione della scienza filosofica, si è creata una radicata confusione nel volgo, il quale si è a lungo ingannato sul conto del filosofo, confondendolo con altri; ora concependolo come uomo di scienza, ora identificandolo con un sapiente, ora considerandolo come figura desueta, o tutta rapita nell’estasi di Dio, ubriaco fradicio di misticismo; ed anche se capita di sentire lodare qualcuno perchè vive da saggio o come un filosofo, ciò non vuol dir niente più che fa una vita prudente e ritirata.

La saggezza, alla plebe, sembra una specie di fuga, un mezzo, un colpo da maestro col quale ci si tira fuori da un brutto gioco; ma il vero filosofo è tutt’altro.

Vive lontano dai sistemi di pensiero accademici, soprattutto in modo personalmente e socialmente temerario, e su di sé avverte il peso e l’obbligo di cento tentativi e cento tentazioni di vita, ed arrischia se stesso di continuo, nella mira di nuove riforme di cui sente la necessità di farsi esempio.

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SMS Post

Published Settembre 11th, 2008 by admin

Oggigiorno accade che l’approssimativa coscienza dell’uomo non arrivi, per un’ottusita’ conseguente ad un’abitudine alla colpa, a cogliere le contraddizioni e le sproporzioni del male che essa produce e determina. Ciò porta ad un abbassamento qualitativo del Bene da perseguire, poiche’ la distanza tra il giusto e l’errato si riduce sempre piu’: in altri termini il bene viene imbruttito ed il male abbellito. Nello spirito si ha dunque un rovesciamento: la mente ottusa non produce piu’ i suoi giudizi su base oggettiva, ma ignora volontariamente la realta’ per indolenza spirituale, arrivando a configurare un mondo in cui le contraddizioni personali sono risolte nel processo di un pensiero astratto, autoreferenziale ed omertoso, per cui se la realta’ non coincide con il proprio giudizio, tanto peggio per la realta’. E’ l’ideologia elevata ad egoismo. - scritto via sms -

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DANZARE NEL PENSIERO

Published Agosto 29th, 2008 by mastrofabbro

premio-al-valore-per-fabio-grossi-punta-di-diamante-del-ballo-del-teatro-dell-opera DANZARE NEL PENSIEROChe volete da me, acculturati manigoldi e cenciosi scribacchini di pensiero? Le vostre cataratte trovano forse somiglianza tra il vostro riflettere polveroso ed il mio vibrare musicalità?
Flemmatici e vaporosamente polemici anestetizzate le anime con un dire rigido e mieloso, tranciando con denti di squalo dal midollo d’invidia le gambe che ancor vogliono scalpitare nella marcia.
Malaticci ed infingardi ritenete inconcepibile che il genio possa spingersi fino alle articolazioni più estreme, per rendere nuovamente una danza gagliarda e vitale, poiché il vostro canceroso sapere altro non conosce che la penombra di una ragione svigorita e pesante.
Tacitamente concordi nel vostro sodalizio, divulgate verboso noziosnismo o zozza banalità, reputando superfluo un qualsiasi stile che dia vigoria all’essere, poiché incapaci di una qualunque profondità che voglia unire e fondere in musica uno sterile pensiero.
Già vedo il vostro capo chino dinanzi al calamaio e lo stomaco borbottante pigrizia: a quale incomparabile velocità io mi stancherò della vostra noiosa ed inconcludente intelligenza?
Non mi fido della vostra carne sedentaria, fiaccamente partoriente un pensiero che non conosce movimento, dolore, canto, gioco, forza, volontà, corsa, danza e musica, poiché anche l’esubero muscolare e nervoso deve accompagnare una creazione, per dare ad essa la vivacità del predatore a caccia di anime.
Nessuna vivacità dell’esistenza in voi, ma solo boriosa vanità e vicendevole compiacimento d’intelletto.
Che avrò mai a che fare con voi, io che non so far altro che cercare la musicalità del pensiero per danzare in esso?

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PROCLAMARE LA VERITA’

Published Agosto 26th, 2008 by mastrofabbro

tristezza_1 PROCLAMARE LA VERITALa riflessione intelligente e socialmente impegnata è il modo attraverso cui l’anima gioca a barare con se stessa, compiacendosi nell’inganno dell’aver superato la brutalità ignorante in cui era confinata. Con un colpo di coda si bea nell’illusione di aver spazzato via la propria grossolanità e di aver ad essa sostituito la cultura, la conoscenza, la nozione, il ragionamento, il metodo, il sistema, il pensiero apologeta ed edificante. E’ il pensiero, dunque, è la sua oggettiva capacità di speculazione la soluzione borghese e benpensante all’imbarbarimento degli spiriti, poiché è la capacità di compiacere eticamente il gregge che rende la comunità fiera della sua stessa dottrina e riappacificata con quella sua dimensione ovina dell’essere.

Qualora si manifestasse uno spirito più risoluto, ostinato a non voler tanto riflettere sul discorso per cui la verità è la verità, come colui che trova beatitudine nell’osservare il sole affermandone, spiegandone e dimostrandone la presenza; se tale spirito avesse in sé l’ardire di volersi relazionare in prima persona con tale verità, non più dall’esterno, ma dall’interno della sua persona, cosa mai accadrebbe a quel pensiero così meravigliosamente già compiuto nella sua stessa dottrina e propugnato in modo così battente? Di certo accadrebbe l’irreparabile, poiché subentrerebbe in esso la categoria mobile ed incerta del divenire.

La dottrina, il pensiero oggettivo ed i suoi inganni, sarebbero presto smascherati da colui che andrebbe a conoscere in prima persona ogni aspetto di quella conoscenza che i predicatori del sistema conoscevano solo per una misera via speculativa, tanto che da sopra i tetti di ogni casa si sentirà proclamare:
“Ascoltate e udite le mie parole! Molto è il talento da voi sviluppato nell’analisi e nello studio dei problemi, ma è giunta l’ora di divenire problema a voi stessi: abbandonate le vie della dialettica e della dimostrazione, ma insinuatevi nelle vibrazioni dell’essere ed imparatene il linguaggio, così che la vostra cultura non sia più vano sproloquio della ragione, ma sia generato dal sapere vivo dell’abbondanza del cuore! Abbandonate le verbose divergenze intellettuali, mettete a silenzio il vostro falso e concettuoso dialogare e provate sulla vostra pelle le stigmate che la verità imprime nei cuori, tanto che il suo essere proclamata non sarà più segno di compiacimento personale, ma sarà l’eccesso di sofferenza che lo spirito non saprà contenere!”

Et respondens universus populus dixit sanguis eius super nos et super filios nostros (Mt. 27,25)

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IN SPIRITO E VERITA’

Published Agosto 20th, 2008 by mastrofabbro

liberaci-dal-male IN SPIRITO E VERITAI giganti dello spirito non sono mai stati una cosa sola con se stessi. Le psicologie basse ed ingarbugliate che in via approssimativa si assestano e si barricano su un unico modus essendi, assomigliano a quell’artista che per dipingere il mondo pensa di potersi servire delle volgari mescole di colore vendute al dispaccio sotto casa.

Ecco, dunque, che gli scienziati si assolutizzano il metodo sperimentale, degenerandolo in scientismo presuntuosamente onniscente; ecco che gli economisti proiettano le categorie di dare/avere su ogni particella del mondo, negando ipso facto la supremazia dell’essere; ecco che gli intellettuali si arrabattano sugli astratti specchi partoriti dai loro postulati teorici, seppellendo la loro anima sotto le macerie di un fedifrago pensiero ; ecco che i religiosi innalzano i loro vuoti osanna, partorendo nella loro spensierata, tronfia ed autoreferenziale religiosità, la più vistosa prova del tradimento della fede che vanno professando.

Spirti piccoli, bassi, incapaci di potenza creatrice, così ignobilmente cannibali da cibarsi degli altrui pensieri, per rivisitarli a proprio piacere e chiuderli all’interno del tabernacolo del proprio Io, abitato da precetti asettici e perentoriamente da seguire, divulgare e far trionfare.

E’ forse in vista di questi fastidiosi e talvolta velenosi insetti spirituali che Pascal ebbe l’intuizione di dire che bisognerebbe essere ad un tempo pirroniani, matematici e cristiani, per avvicinarsi ad una qualunque scienza, fosse anche quella della vita.
Laddove il pirroniano dubita, il matematico afferma e laddove la ragione non giunge la fede si assoggetta.

Uno, cento, mille esseri vivono nel gigante dello spirito, ciascuno desideroso di trovare predominio e tutti tormentati da un caos vibrante, incontenibile, imperioso, che permette loro di legarsi, scambiarsi, penetrarsi ed intersecarsi, fino a che lo spirito, demiurgo ordinatore e fabbro dall’impietoso martello, trova la combinazione irradiante della novella creazione, della sfavillante grandezza, della magnificente potenza e del vivo sapere.
In colui che è predestinato alla grandezza vigila con scettro di ferro l’occhio penetrante rivolto all’essenziale e morte trovano le superflue ramificazioni dell’essere, utili soltanto a rubare linfa vitale e a rallentare la fortificazione.

Non più differenza tra mente e cuore, ma solo spirito e nient’altro che spirito, inespugnabile fortezza in cui la carne, l’intelligenza ed il sentimento si son dovuti alleare e fondere assieme, per forgiare il macete con cui farsi strada nell’impervia selva in cui il gigante precipita.

Non più canzonette per uditi rozzi e grossolani, ma danze maschie e risolute alle note di maestosi flauti; non più attesa di riflessione, non è più tempo oramai: questa è l’ora di accedere al mistero della bellezza e della sua visione.
Portate le cianfrusaglie del vostro cuore al fabbro dei cuori: egli le trasformerà in sciabole, vi trafiggerà e amputerà con mano sicura ogni parte a voi inessenziale, per poi accrescere un caos vorticoso dentro di voi da cui solo i più forti sapranno uscire. Coloro che sopravviveranno, conosceranno cosa significa “in spirito e verità” (Gv 4,23).

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DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

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MEDIATORI E GIGANTI

Published Luglio 31st, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro MEDIATORI E GIGANTITu che vuoi tradurre gli spiriti risoluti per mezzo di dilettanteschi fraseggi approssimativi, meglio sarebbe se ti occupassi di astri di cartone, già nati dalle manipolazioni di intelligenze sterili e professorali.
Tu che vorresti abbassare al tuo carattere grezzamente emotivo le rocciose anime dei sapienti, più opportuno sarebbe che ti confondessi con i cuori polverosi e femminei di questo brulicare di poeti.
Tu che offendi le vette dell’intelligenza e le leghe abissali del sentimento per via di quelle flaccide analogie con cui tenti di ammortizzare l’urto dello spirito, meglio sarebbe se ti cibassi di provviste più consone alla tua inesistente dentatura dello spirito.

I tuoi occhi deboli non riescono a vedere la cima, così che pensi di poterti appropriare dello stesso nettare, proponendo il tuo volgare livellamento della montagna, abbruttendo tutto ciò di cui ti fai blasfemo mediatore.
Taci, se non sai parlare come il tuono.
Fermati, se non sai danzare come la libellula.
Placati, se non sai correre come il cervo.
“Più d’uno raggiunge la sua cima come carattere, ma la sua mente è inadeguata a questa altezza - e più d’uno il contrario” (Nietzsche).
Odi la tua mediocrità e chiamala per nome; assaggia il suo essere disgustoso, viscido, verboso, odorante di cricca velenosa. Lascia penetrare nei tuoi polmoni il suo tossico aroma e battiti forte il petto per esserti accostato con imperdonabile presunzione ai pilastri che del mondo sorreggono i destini.
Ritirati nella tua spelonca insieme ai tuoi simili ed esci solo quando non vorrai più tradurre il linguaggio dei forti, ma sarai tu stesso a possedere l’irripetibilità del gigante. 

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