Published gennaio 11th, 2009 by Paolo De Bei
Mi piacciono quelle persone che si presentano fin da subito sorridenti, simpatiche, dallo sguardo vuoto di una volontà di prevaricazione e di anticipato giudizio, dotate di quella misurata solarità che non difetta in malinconia e non eccede nell’ostentata necessità di fare ridere per forza. Intelletti arguti ma semplici, profondi ma non pesanti, spontanei ma non superficiali, capaci di agitare un discorso con la stessa facilità che dimostrano nel quietarlo.
Una simpatia che non sia solo una maschera, un atteggiamento di circostanza od un malsano ottimismo da osteria, a sua volta pregiudizievole sulla condizione umana, ma tangibile manifestazione di gioia nello stare insieme, sollievo dalla sofferenza della solitudine e rimedio ad un’inopportuna seriosità.
Ho riscontrato più vicine a questa descrizione le scalcinate risa dei sofferenti che non l’impavida comicità di chi, incapace di realmente soffrire nella profondità del cuore, non comprende quanto realmente costa la gratuità di un sorriso.
Probabilmente per realmente risorgere, bisogna prima realmente morire.
Published agosto 18th, 2008 by Paolo De Bei
Qualcuno mi ha detto che l’ultimo nome che si pronuncia in punto di morte è quello che più si è amato durante la vita.
Una commovente speranza romantica, sebbene di poco realismo. Infatti anche al morire appartiene una certa teatralità scenica e sarebbe di ben scarso valore estetico andarsene da questo mondo pronunciando ripetutamente il proprio nome.
Io ho già deciso che esalerò l’ultimo respiro artisticamente all’avanguardia, citando “pane e Nutella”.
Published agosto 6th, 2008 by Paolo De Bei
Mai la mia anima fu più triste che nell’udir il tuo macilento ragionare e mai la mia intelligenza fu tanto acutamente oltraggiata come fu nel sopportare il tuo rigido spirito da esattore.
Con vista miope e offuscata dalle piccinerie cavillose della tua dottrina, rimani appollaiato rigido sul piedistallo del precetto, mentre ripassi con spicciola ed ossessiva superficialità le strade imposte dai labirinti farisaici di una sterile morale.
Ricalchi nei tuoi gobbi gesti il vago definir “bene” dei tuoi docenti da bottega e copri il cielo di uno spesso velo grigio per non confrontare il tuo dire con il balenare della folgore.
All’albero sono necessari bufere, dubbi, brulichio di vermi e malvagità, per manifestare la qualità e la forza del suo germoglio: e che si rompa, se non è forte abbastanza! (Nietzsche) Ma tu fuggi il fragore della guerra tacciandolo come troppo vigoroso per il buoncostume del tuo paraplegico spirito; tu stigmatizzi il rombo del tuono e la devastante grandine, perché troppo spaventosi per esser contenuti dai piatti schemi geometrici del tuo vivere; tu condanni le incontenibili onde del mare e le alte cime innevate, poiché incontenibili dall’anima che ha perduto la lucentezza creatrice di cui all’origine era dotata!
Come una divinità dedita alla distruzione, sbaragli con sopita rabbia la dimensione di bellezza, che ti impegni ad ignorare per una plebea indolenza verso il sofferente parto dello spirito, che in cuor tuo disprezzi. E quandanche tu vedessi un uomo dotato di spirito di falco, tu lo riconosceresti come amico della folgore e del tuono, della grandine e del mare, delle montagne e dei venti e in esso tu vedresti esser contenuto tutta la spaventosa grandezza che non puoi sostenere.
Ecce homo! sarà il tuo grido, poiché verrà il giorno che la sua vigoria nel danzare diverrà per te paragone di condanna e allora dovrai decidere se tentare a tua volta il volo o abbattere il simbolo della tua pochezza.
Viene il giorno in cui devi scegliere chi portare alla morte: se il tuo squittio da topo selvatico o il roboante ruggito del forte, che, come abile fromboliere, scuote e fracassa il tuo vetusto mondo.
Tu vedrai il suo spirito d’artista e quanto il suo occhio abbia in potere di scrutare il mistero celantesi nella bellezza, unica regina ch’egli riconosce, unica visionaria musa ch’egli porta in cuore. E conoscerai l’equilibrio e la proporzione della saggezza di chi soppesa il contesto, l’altezza dell’intelligenza di chi la scala di Giacobbe ha percorso, la profondità del cuore di chi è sopravvissuto alla morte, ma ancor più vedrai l’opera di un dio che crea con le sue proprie mani la potenza di cui è portatore, poiché non vani sillogismi e vuota emotività lo conducono, ma piena visione di luce e colore.
Suvvia, incalza il tuo spirito e muoviti veloce nel divincolarti il cuore e la mente dalle sabbie in cui sprofondi, poiché se quel giorno tu sarai impreparato, non potrai rispondere al ruggito del forte con degna fierezza, così che nuovamente il mondo ascolterà il tuo grido di condanna: Ecce homo, ecce homo!
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