Tag Archive "morale"

QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIA

Published Novembre 7th, 2008 by mastrofabbro

riflesso1nt QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIAMolte volte, nel sopprimere alcuni desideri, ci induciamo ad una forma di apatia, inibendo energia vissuta, propulsione esistenziale.
Soffochiamo traguardi ed aspirazioni per la sola pigrizia spirituale che si ha di fronte a stenti e tribolazioni, pensando troppo onerose le privazioni necessarie per giungere ad una concreta maturazione dell’anima.

Intimamente vigliacchi, invece, si è inclini a fuggire le alte potenzialità di sé, per livellarsi alla comprensione del volgo, per essere da lui amati ed apprezzati, e risultare importanti ad ogni costo.

Il giudizio altrui condiziona fortemente, così che per mezzo di una ben consapevole maschera, ci si appiccica sulla schiena l’etichetta con cui si vuole essere riconosciuti, a discapito di una più profonda realtà dell’essere, più vera ma socialmente meno prestigiosa.

Ci si costruisce una sovrastruttura mentale, un tappeto sotto cui ficcare le polverose nobiltà dell’essere e su cui installare il piedistallo di una fallace realizzazione. Così si arriva ad abolire la meraviglia, la scoperta di un’anamnesi spirituale, mentre la nostra presunzione archivia quel che pensa definitivamente giudicato.

Le ideologie sono scomparse dal mondo, perché hanno preso dimora nella tua anima, così, quel che pensi essere il tuo spirito, non è che un artificio della tua mente.

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QUANDO TUTTI SIAMO BEATI

Published Novembre 6th, 2008 by mastrofabbro

DomusScultura QUANDO TUTTI SIAMO BEATIGandhi osservava che le parole, al pari degli esseri umani, “si evolvono gradualmente nel loro contenuto. Per esempio, il contenuto della parola più ricca - Dio - non è uguale per ciascuno di noi”, ma varia con l’esperienza di ogni singolo.

Le Beatitudini hanno una così insondabile profondità che mi rende curiosa la competenza professorale dei contemporanei, così fumosamente dialogata dalla verbosità modernista e così tragicamente astratta dalla rigidità tradizionalista.

E’ l’eterno ritorno di una tragedia annunciata, ovvero la ruduzione dello spirito religioso in una dimostrazione di un postulato ideologico.
Ed ecco che per alcuni la povertà materiale diverrà la sola via perfetta per chi vuole giungere all’imitatio Christi, mentre altri avranno già incaricato qualcuno di dimostrare che “la povertà” è da intendersi in senso solo spirituale.

Diciamocelo, il Cristianesimo è divenuto un sistema morale, un impianto teologico.
Razionalista od irrazionalista, esso è divenuto un postulato da cui partire e a cui si arrivare, attraverso la strada che più compiace il proprio io, ovviamente a difesa di una mascherata mediocrità.

Il nostro è il mondo dei professori, di quelli che tutto bollano e tutto inscatolano in un manuale, ora vuota robaccia letteraria, ora rigido precetto istituzionalizzato.
Chissà che la Beatitudine non sia altro che la risultante di una coscienza risolutamente ferma nel Bene, capace di partorire, per la sua unicità incarnata in un’irripetibile persona, forme sempre nuove e diverse di grandezza dello spirito, senza dover essere assoggettati a sistemi morali e a scuole teologiche. Chissà che la Beatitudine di un’anima se ne infischi dei nevrotici rituali da ossessionati della forma, ma, nella rispettosità di questi ultimi, ne diventi vera e più essenziale espressione, attraverso l’espressione esistenziale di ciò che altri proclamano a parole. Chissà che la Beatitudine non sia né una causa, né un mezzo, né un fine, ma solamente una grazia gratuitamente ricevuta, a seguito della costante fedeltà al Bene, anche nelle questioni più minute.

Inutile dilungarsi. Ciascuno dà ciò che ha, in base all’evoluzione interiore percorsa da parole che sono uguali per tutti nella forma, ma che l’uomo d’eccezione sa rendere grandi, opportune et inopportune.

E tu, le Beatitudini le pensi con la ragione o le descrivi per visione del cuore?

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LA VENDETTA DEI PICCOLI DI SPIRITO

Published Novembre 4th, 2008 by mastrofabbro

La vendetta dei ristretti di spirito contro coloro che lo sono meno è quella di giudicarli e pregiudicarli secondo una condotta di una morale precettistica; per loro questo è anche una specie di indennizzo del fatto che la natura con loro abbia operato così male, ed infine anche un’opportunità per attingere un po’ di spirito e farsi affini: la cattiveria spiritualizzata.
Per essi è un beneficio che i grandi di spirito siano contenuti e ribassati da un codice di regolamentazione di fronte al quale ciascuno è livellato al pari di tutti e la loro vendetta li porta a credere a Dio per una necessità logica, e non tanto per fede, perché la divinità permette loro di proclamare l’uguaglianza dei mediocri con i giganti di fronte a quel dio fabbricato dalla loro cattiveria.
Sovvertono il mondo e le sue leggi con un’ossessiva e feroce spiritualità, sintesi di invidia e acuta malizia.

Invece è cosa di pochissimi essere indipendenti: è una prerogativa dei forti.
Costoro si inoltrano in un labirinto, moltiplicano i rischi che la vita già per sua natura reca con sé, dei quali non è il minore il fatto che nessuno abbia sotto gli occhi il modo in cui cominciano a smarrirsi e, isolati da tutti, vengono dilaniati brano a brano da un qualche minotauro partorito dagli abissi della loro coscienza.
Posto che un individuo simile se ne torni sulla terra, tutto ciò accade in un mondo così lontano dall’umano senno che gli uomini non se ne avvedono, né lo condividono: - eppure quello non può più tornare indietro. Egli non può più tornare indietro, fino alla comprensione degli uomini.

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DA SDEGNO A CAPRICCIO

Published Ottobre 14th, 2008 by mastrofabbro

255637 DA SDEGNO A CAPRICCIOLa De Monticelli, con un articolo-intervista su Micromega, torna alla ribalta contro la posizione dei vescovi italiani in fatto di testamento biologico.

Già una volta (qui) ho speso qualche parola sulle vicissitudini tra Mons. Betori e la Prof. De Monticelli, ma come ogni cosa che si protrae oltre la reciproca ed argomentata presa di posizione, la bagarre in oggetto è finita con il diventare l’impegnata giustificazione ad un discorso ampollosamente inconcludente.
La filosofia diventa un gran brutto mestiere nel momento in cui le parole iniziano a staccarsi dalla loro finalità: quella di voler dare evidenza ad una certezza.
Sforare in una discorsività puntigliosamente orgogliosa, dove la supremazia dell’io supera il disinteressato ricercare la verità, è il rischio che decide di correre colui che si confronta con posizioni opposte o, comunque, diverse dalle proprie.

Da un punto di vista stilistico, il nuovo intervento della De Monticelli risulta accattivante, intellettualmente vivace e piacevole alla lettura, ma è come se lasciasse intendere che oramai la resa dei conti con Betori è più diventata una questione personale che non di valore.
Tutto il rigoroso argomentare, quella explicatio terminorum, quell’incedere di chi ci crede davvero, finisce con il rimanere sterile ed autoreferenziale, perché incapace di disarcionare e contraddire l’interlocutore. Spiegare, approfondire e ampliare questo o quel significato terminologico, rimane un’opera di pia vanitosaggine culturale quando si è consapevoli di allontanarsi da ciò che l’obiezione ricevuta voleva mettere in evidenza.
Ad esempio è inutile battere sul principio di autodeterminazione come slogan di responsabilità personale, quando si sa benissimo che la Chiesa intende quella posizione filosofica non come una negazione della libertà d’arbitrio, ma come individualismo morale che tende ad assolutizzare la percezione soggettiva della realtà. Più saggio sarebbe stato applicare un affilatissimo Rasoio di Ockham, cestinando tutte quelle parti satellite del discorso, per andare a verificare se davvero l’oggettività morale proposta dai Vescovi abbia il diritto di divenire così invasiva da proibire ad una coscienziosa libertà d’arbitrio il suo stesso applicarsi, senza tanti arroccamenti concettuali e terminologici.

In altri termini si è trasformato quello che inizialmente era uno sdegno del cuore, in un pungente capriccio d’intelletto.

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FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA’ E ALTRE SCIOCCHEZZE

Published Ottobre 8th, 2008 by mastrofabbro

294_diogene_ou_la_lucidite-300x199 FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA E ALTRE SCIOCCHEZZE1) Nel porsi immediatamente a se stesso, l’uomo vuole in modo frammentato, confusionario. Nel chiedersi cosa esso voglia, non sa dare un prospetto definito. Alla domanda su cosa voglia realmente l’uomo, potremmo rispondere: “Tutto: il piacere e gli infiniti piaceri, anche il dolore per il piacere del dolore, la vita e la morte, questa cosa e la sua contraria, ogni cosa e la sua contraria. L’uomo pensa e vuole indefinitivamente, instancabilmente, quasi perdutamente: quando non pensa, pensa di non pensare: quando non vuole, vuole di non volere; ed ogni desiderio, ogni volizione ha quasi sempre un margine di indefinibilità†(Michele Federico Sciacca).

2) Sinteticamente si potrebbe dire che il volere, nella sua immediatezza, è il caos, e ciò è dovuto proprio a quell’unione di corpo e di spirito che costituisce la natura umana. E’ la stessa molteplicità delle nostre potenze vitali e intellettuali che paradossalmente arriva a confonderci, investendoci in un vortice di pensieri confusi, passioni e sentimenti contraddittori, al punto che, talvolta, è difficile distinguere dove finisca la nostra caoticità e inizi quella degli altri.

3) Questo spiega perché, nel momento in cui si tenta di sintetizzare la vita di un uomo, colta nei suoi momenti più diversi, essa appare irregolare e contraddittoria, successione ininterrotta di eterni ritorni che, ad un tempo, tentano di negarsi vicendevolmente con elevazioni e cadute esistenziali, apparendo come stati incompatibili eppur coesistenti e compenetrantesi.

4) Nonostante ciò è pure da considerare come questo insieme di indefiniti istinti porti con sé, nel suo profondo, l’inclinazione all’ordine, tendente a voler unificare e orientare l’istinto, nella molteplicità delle sue potenze. Ciò spinge l’uomo a specificarsi in un proprio orientamento, così che la riflessione, collaboratrice, affinatrice e purificatrice dell’istinto, riesce a dare equilibrio e priorità in funzione della sua forza equilibrante. La caoticità primordiale giunge, quindi, ad un ordine, convergente in un’unità comprensiva di tutte le potenzialità umane. Ad esempio, il movimento fisico, prima grezzo ed involontario, si fa ora coordinato.

5) E’ grazie alla funzione normativa della ragione che tutto quel caos, presente ad ogni momento dell’esistenza, si va più o meno lentamente ordinando, chiarificandosi in modo sempre più netto, opera di un continuo lavoro del proprio spirito, concepito come l’unione di volontà ed intelligenza, senza che esso sia mai definitivamente compiuto.

6) L’ordine profondo, che giace sotto il caos iniziale di sentimenti, pensieri e volizioni, si chiarisce mano a mano che l’uomo scopre il suo lato spirituale, ovvero proporzionatamente al processo di conquista di se stessi, alla luce della consapevolezza del significato e della finalità della propria natura.

7) L’anarchia primitiva, di cui si è appena parlato, tende a ripresentarsi a più riprese in ogni attimo dell’esistenza, anche nelle attività più nobili dell’uomo. Infatti ciascuna forma di attività umana, al suo sorgere, tende a rendersi esclusiva, talvolta proclamando una norma autonoma da tutto il resto, così che, ad esempio, l’attività conoscitiva pretende di costituirsi distaccata dalla morale, così come la morale è tentata di staccarsi dall’attività raziocinante, per poi ritrovare a loro volta l’estetica, l’economia, ecc., anche loro aspiranti ad imporsi in una dimensione autonoma, rivendicando a spada tratta la propria indipendenza, causando in tal modo un vicendevole indebolimento nella stabilità della persona.

8  ) E’ l’ordine interno dello spirito che, invece, cerca di tenere ciascuna attività nella norma del suo processo, ma non è opera facile ordinare tutto secondo il giusto equilibrio, in armonia e in concorrenza, in modo tale che tutte le attività umane convergano in direzione di un unico fine.

9) Le proprietà dello spirito permettono che la contemporaneità di molteplici elementi, anche se inizialmente escludentesi vicendevolmente, arrivino infine a convergere in un insieme solidale, orientato verso un unico fine, per quanto sempre nella specificità della natura di ogni singola parte.

10) In definitiva, tutto quell’insieme di impulsi, istinti, sentimenti, ragioni, principi e quant’altro, i quali hanno inizialmente tendenza ad escludersi l’un l’altro, si ritrovano infine fusi dal potere sintetico dello spirito, unione di volontà ed intelligenza, e ciò sia che riguardi l’attività morale, sia quella intellettiva o estetica.

11) Ciò che si dovrà evitare sarà il permettere ad un apparente e viziato ordine di dare origine ad un’unione falsata o solo apparente delle diverse componenti che costituiscono l’uomo, al fine di non giungere ad una percezione alterata di sé stessi.

12) E’ per questa proprietà ordinatrice e di sintesi che l’atto spirituale, inteso come unione di volontà ed intelligenza, va detto: integrale, proprio perché ogni separazione di specifica funzionale è comunque veicolata dall’atto spirituale, in un insieme compenetrante e cooperante per un unico fine.

13) Assodato questo, è pure giusto osservare che, tra queste diverse facoltà dell’uomo, non regna certo la pace, ma piuttosto continue battaglie, seguite da sudati armistizi: ad esempio, la ragione interviene per frenare gli impulsi, mentre questi le resistono con tenacia e ribellione.

14) Si può dire senza tema che il dinamismo della vita spirituale è talmente complesso che oltrepassa di gran lunga la pura logicità astratta e la capacità di razionalizzazione dell’uomo.

15) Ogni forma di attività tende ad essere una specie di dispotica imperatrice, così che il filosofo tende a farsi sopraffare dalla razionalità, il matematico dalle formule, lo scienziato dalla sperimentabilità, ecc., per cui la molteplice complessità della realtà rischia sempre di essere vista da un solo punto di vista e filtrata da lenti deformanti a causa della loro pretesa esclusività.

16) Incapace per struttura di veicolare ogni aspetto di se stesso ad un ordine armonico per via strettamente intellettiva, all’uomo necessita una dimensione soprarazionale che, come sapiente demiurgo, arrivi anche laddove la ragione non può spingersi. E’ là, nell’anima di ciascuno, dove il cuore riposa e, ad un tempo, minaccia tempesta. E’ là, dove il nostro sguardo rimane contemplativo, che si genera la dimensione vissuta in profondità ed intensità dell’esistenza e tanto sarà più alto e nobile un ideale, tanto sarà più severa ed esigente la coscienza nel richiedere obbedienza ai molteplici elementi caratterizzanti l’uomo.

17) Un ideale che non appartiene ai libri, ma al segreto del re che ciascuno conserva gelosamente dentro di sé.
Oggi l’uomo non ha più questa dimensione soprarazionale dello spirito, non riconosce più un ideale al cospetto del quale formare la propria persona, o, almeno, non si constata più alcuna corrispondenza tra le dichiarazioni di ideale e le azioni che ne dovrebbero seguire.
Oggi c’è solo caos.

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IDOLATRIA E ALIENAZIONE

Published Settembre 10th, 2008 by mastrofabbro

golden-calf IDOLATRIA E ALIENAZIONEIn un manifesto datato 1975, intitolato A Non-Christian humanist addresses Himself to Humanist Christian, Erich Fromm così si esprimeva in merito all’idolatria contemporanea:

“Oggi siamo testimoni di un fenomeno storico di gravità estrema. A partire dal pensiero greco e giudeo-cristiano con i relativi valori fino agli inizi del ventesimo secolo, la società nordamericana ed europea ha vissuto una tradizione mai interrotta nonostante alcuni tentennamenti: intendo l’ascesa e la fioritura di un movimento umanistico che si è prefisso come scopo supremo lo sviluppo delle qualità per cui l’uomo può dirsi veramente uomo.

Siamo testimoni del progresso di una forma nuova di antiumanesimo, ovvero di idolatria (spesso affatto astratta, intellettualistica). La nuova idolatria non veste sicuramente i panni delle vecchie religioni pagane, si presenta invece come un neopaganesimo che assai spesso si nasconde sotto il mantello delle grandi Chiese e costituisce il perfetto opposto della religiosità cristiana, giudaica, musulmana e buddista.

Essere idolatri non significa adorare certi dèi invece di altri, o un Dio solo invece di molti. L’idolatria è un atteggiamento, è il ridurre a cosa tutto quanto è vivo. E’ la soggezione dell’uomo alle cose, è la sua autonegazione come essere vivente, aperto, trascendente il proprio io. Gli idoli sono dèi che non offrono la liberazione; l’uomo che adora gli idoli si riduce a prigioniero e rinuncia alla liberazione. Gli idoli sono dèi non viventi; l’uomo che adora gli idoli diminuisce se stesso.

Il concetto di alienazione è la traduzione moderna dell’idea tradizionale di idolatria. L’uomo alienato si prostra dinanzi all’opera delle sue mani e alle circostanze in cui egli agisce. Cose e circostanze si impossessano di lui, lo sovrastano e lo inceppano, e lui non si sente più il soggetto creativo della vita. Si aliena da se stesso, dal suo lavoro e dal suo simile.

L’uomo d’oggi pensa che il sacrificio di bimbi a Moloch fosse un fenomeno ripugnante del passato idolatrico. Mai adorerebbe Moloch o Marte o Venere e non si rende conto che adora quei medesimi idoli: cambiano soltanto i nomi.

Oggi gli idoli prendono il nome di generale avidità: avidità di denaro, di potere, di piaceri, di fama, di mangiare e bere. Di tale avidità luomo adora i mezzi e i fini: produzione, consumo, potenza militare, affari, Stato, ma quanto più forti rende i suoi idoli, tanto più egli si impoverisce, si sente svuotato. Non cerca più la gioia come l’eccitazione, non ama più la vita ma il mondo meccanizzato dei gadget, non si sforza di crescere ma di star bene, all’essere preferisce l’avere ed il consumare.

Ne consegue che oggi l’uomo ha smarrito ogni sistema di valori universale che non siano quelli idolatrici: è preda dell’ansia, depresso, senza prospettive, pronto a rischiare l’autodistruzione nucleare, poiché per lui la vita non ha più senso, non gli interessa più, non gli dà più gioia [...]“, poiché la vita è diventata a sua volta un mezzo del fine principale: l’avere, a cui tutto va sacrificato.

In altri termini si può forse dire che, in tutto il nostro decantar conquiste, ci ritroviamo a constatare che il rimedio è stato peggiore del male.

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COME SOLDATI ROMANI

Published Settembre 8th, 2008 by mastrofabbro

0h.jpg%5B1%5D COME SOLDATI ROMANILa vita è costituita di tante e continue piccole scelte, a loro volta generate da quelle grandi e radicali svolte dell’esistenza su cui vertono numerosi dubbi ed incertezze, ma sulle quali scommettiamo gli anni della giovinezza, e attraverso le quali attendiamo quelli della vecchiaia. Viviamo peregrinando con passo incerto, scegliendo di percorrere strade senza ritorno, sulla cui via incontriamo i segni di altri che provarono ad intraprenderle: di alcuni miriamo la gloria, di altri il fallimento (Cfr. Lc 9,61).
Le scelte da cui non si ha più la possibilità morale e spirituale di indietreggiare non sono poi molte, ma una volta effettuate inutile rimuginare, poiché, oltrepassata una determinata soglia, la volontà non è più in grado di recedere a se stessa.
Anche se controvoglia ci si ritroverà ad imitare quel soldato romano le cui gambe furono trovate a Pompei davanti ad una porta: egli morì perché quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio, ci si dimenticò di rilevarlo dal suo posto (Cfr. Oswald Spengler, L’uomo e la macchina)
I grandi uomini pagano a caro prezzo la loro specialità.

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