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ECCE HOMO!

Published agosto 6th, 2008 by Paolo De Bei

Mai la mia anima fu più triste che nell’udir il tuo macilento ragionare e mai la mia intelligenza fu tanto acutamente oltraggiata come fu nel sopportare il tuo rigido spirito da esattore.
Con vista miope e offuscata dalle piccinerie cavillose della tua dottrina, rimani appollaiato rigido sul piedistallo del precetto, mentre ripassi con spicciola ed ossessiva superficialità le strade imposte dai labirinti farisaici di una sterile morale.

Ricalchi nei tuoi gobbi gesti il vago definir “bene” dei tuoi docenti da bottega e copri il cielo di uno spesso velo grigio per non confrontare il tuo dire con il balenare della folgore.
All’albero sono necessari bufere, dubbi, brulichio di vermi e malvagità, per manifestare la qualità e la forza del suo germoglio: e che si rompa, se non è forte abbastanza! (Nietzsche) Ma tu fuggi il fragore della guerra tacciandolo come troppo vigoroso per il buoncostume del tuo paraplegico spirito; tu stigmatizzi il rombo del tuono e la devastante grandine, perché troppo spaventosi per esser contenuti dai piatti schemi geometrici del tuo vivere; tu condanni le incontenibili onde del mare e le alte cime innevate, poiché incontenibili dall’anima che ha perduto la lucentezza creatrice di cui all’origine era dotata!

Come una divinità dedita alla distruzione, sbaragli con sopita rabbia la dimensione di bellezza, che ti impegni ad ignorare per una plebea indolenza verso il sofferente parto dello spirito, che in cuor tuo disprezzi. E quandanche tu vedessi un uomo dotato di spirito di falco, tu lo riconosceresti come amico della folgore e del tuono, della grandine e del mare, delle montagne e dei venti e in esso tu vedresti esser contenuto tutta la spaventosa grandezza che non puoi sostenere.
Ecce homo! sarà il tuo grido, poiché verrà il giorno che la sua vigoria nel danzare diverrà per te paragone di condanna e allora dovrai decidere se tentare a tua volta il volo o abbattere il simbolo della tua pochezza.
Viene il giorno in cui devi scegliere chi portare alla morte: se il tuo squittio da topo selvatico o il roboante ruggito del forte, che, come abile fromboliere, scuote e fracassa il tuo vetusto mondo.

Tu vedrai il suo spirito d’artista e quanto il suo occhio abbia in potere di scrutare il mistero celantesi nella bellezza, unica regina ch’egli riconosce, unica visionaria musa ch’egli porta in cuore. E conoscerai l’equilibrio e la proporzione della saggezza di chi soppesa il contesto, l’altezza dell’intelligenza di chi la scala di Giacobbe ha percorso, la profondità del cuore di chi è sopravvissuto alla morte, ma ancor più vedrai l’opera di un dio che crea con le sue proprie mani la potenza di cui è portatore, poiché non vani sillogismi e vuota emotività lo conducono, ma piena visione di luce e colore.

Suvvia, incalza il tuo spirito e muoviti veloce nel divincolarti il cuore e la mente dalle sabbie in cui sprofondi, poiché se quel giorno tu sarai impreparato, non potrai rispondere al ruggito del forte con degna fierezza, così che nuovamente il mondo ascolterà il tuo grido di condanna: Ecce homo, ecce homo!

DIRITTO INCENDIARIO

Published agosto 5th, 2008 by Paolo De Bei

“Io son rimasto, insomma, l’uomo che non accetta il mondo e in questo mio atteggiamento ostinato consiste l’unità e la concordia delle mie anime opposte. Io non voglio accettare il mondo com’è e perciò tento di rifarlo colla fantasia e di mutarlo colla distruzione. Lo ricostruisco coll’arte o tento di capovolgerlo colla teoria. Son due sforzi diversi ma concordi e convergenti.
Così come sono e come ormai rimarrò sento d’essere anch’io una forza creatrice e dissolvitrice, sento di essere un valore, di avere un diritto, una parte, una missione fra gli uomini. Soltanto gli imbecilli confitti a vita nell’imbecillità possono dichiararsi soddisfatti del mondo. Chi tenta di smuoverlo, di animarlo, di incendiarlo, di rinnovarlo ed accrescerlo ha diritto non alla riconoscenza di cui mi strafotto ora e sempre, ma alla libertà di parlare e di esistere. Ogni uomo ha bisogno, per vivere, di non credersi totalmente inutile. Io non chiedo e non voglio altro appoggio ma vivo ed agisco sapendo che tutta la mia vita e la mia azione sprofonderà nel nulla ma voglio che gli altri sentano ch’io ho il diritto di star fra loro e di offenderli perché faccio qualcosa che a loro stessi può giovare.
In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura. In mezzo a una casta larghissima e potentissima di schiavi dell’opinione e della tradizione, di pedanti parassiti e sofistici, di predicatori delle vecchie leggende, di carcerieri di prigioni moralistiche e mistiche, di pappagalli pertinaci di tutte le antiche norme sociali e di tutti i luoghi comuni, è necessario uno svegliatore notturno, una guardia dalla pura intelligenza, uno zappatore di buoni muscoli, un incendiario di buona volontà che bruci e smantelli per dar posto alla luce delle piazze, agli alberi della riconquistata libertà, alle costruzioni future.
Io sono uno di questi uomini che accettano il più ingrato dovere e la parte più pericolosa. E per il bene e il male che voglio e faccio ho diritto di respirare, di riscaldarmi, di camminare, di alzar la testa, di sputare in faccia – di esistere secondo la mia propria legge”.

Giovanni Papini, L’uomo finito