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DIRITTO INCENDIARIO

Published agosto 5th, 2008 by Paolo De Bei

“Io son rimasto, insomma, l’uomo che non accetta il mondo e in questo mio atteggiamento ostinato consiste l’unità e la concordia delle mie anime opposte. Io non voglio accettare il mondo com’è e perciò tento di rifarlo colla fantasia e di mutarlo colla distruzione. Lo ricostruisco coll’arte o tento di capovolgerlo colla teoria. Son due sforzi diversi ma concordi e convergenti.
Così come sono e come ormai rimarrò sento d’essere anch’io una forza creatrice e dissolvitrice, sento di essere un valore, di avere un diritto, una parte, una missione fra gli uomini. Soltanto gli imbecilli confitti a vita nell’imbecillità possono dichiararsi soddisfatti del mondo. Chi tenta di smuoverlo, di animarlo, di incendiarlo, di rinnovarlo ed accrescerlo ha diritto non alla riconoscenza di cui mi strafotto ora e sempre, ma alla libertà di parlare e di esistere. Ogni uomo ha bisogno, per vivere, di non credersi totalmente inutile. Io non chiedo e non voglio altro appoggio ma vivo ed agisco sapendo che tutta la mia vita e la mia azione sprofonderà nel nulla ma voglio che gli altri sentano ch’io ho il diritto di star fra loro e di offenderli perché faccio qualcosa che a loro stessi può giovare.
In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura. In mezzo a una casta larghissima e potentissima di schiavi dell’opinione e della tradizione, di pedanti parassiti e sofistici, di predicatori delle vecchie leggende, di carcerieri di prigioni moralistiche e mistiche, di pappagalli pertinaci di tutte le antiche norme sociali e di tutti i luoghi comuni, è necessario uno svegliatore notturno, una guardia dalla pura intelligenza, uno zappatore di buoni muscoli, un incendiario di buona volontà che bruci e smantelli per dar posto alla luce delle piazze, agli alberi della riconquistata libertà, alle costruzioni future.
Io sono uno di questi uomini che accettano il più ingrato dovere e la parte più pericolosa. E per il bene e il male che voglio e faccio ho diritto di respirare, di riscaldarmi, di camminare, di alzar la testa, di sputare in faccia – di esistere secondo la mia propria legge”.

Giovanni Papini, L’uomo finito