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PATOLOGIE DELLA RELIGIONE

Published Ottobre 3rd, 2008 by mastrofabbro

 PATOLOGIE DELLA RELIGIONEIL FONDAMENTALISMO
UNA PATOLOGIA DELLA RELIGIONE
Intervista a Rosino Gibellini
di Achille Rossi

Intervista pubblicata su “L’Altrapagina”, mensile d’informazione, politica e cultura, Città di Castello (Perugia).

Tutti i movimenti fondamentalisti vanno a cercare le motivazioni ultime sul versante religioso. Come mai? Siamo in presenza di una perversione del fatto religioso? O di cos’altro?

Il fondamentalismo religioso non è la religione, ma una manifestazione patologica della religione. Questo deve essere chiaro e come manifestazione patologica della religione investe soltanto alcuni settori, particolarmente vivaci nel nostro tempo, come dimostra anche una rilevante letteratura su questo tema. Basterebbe citare alcuni titoli: “La rivincita di Dio” oppure “I difensori di Dio”: titoli eloquenti nel descrivere il fenomeno. Il fenomeno del fondamentalismo, essendo patologico, è anche minoritario. Ma si deve ricordare che ci sono filosofi che parlano anche di manifestazioni patologiche della ragione, come razzismo, antisemitismo, militarismo ecc. Da qui la necessità di un’alleanza strategica tra ragione e fede, tra ragione e religioni per resistere al fenomeno e per superarlo per una cultura e per una pratica della pace e della giustizia. Credo che non si debba evocare lo spettro dello “scontro delle civiltà” in quanto si tratta di un concetto troppo generico e in fondo pericoloso. Il fenomeno del fondamentalismo deve essere ben definito e ben circoscritto. Se si vuol essere precisi, il fondamentalismo religioso nasce da una lettura letterale dei testi religiosi, che, per quanto riguarda la teologia cristiana, è ormai superata dall’ermeneutica con cui la comunità cristiana legge e interpreta i testi della propria tradizione religiosa. Su questo versante c’è una difficoltà, come sottolinea la critica, per quanto concerne la lettura del Corano, che non ammette, nelle più accreditate scuole coraniche, una ermeneutica interpretativa.

Oggi le religioni sono sul banco degli imputati perché sospettate da un certo pensiero laico di istigare alla violenza e all’assolutismo. Qual è il suo parere in merito?

Le religioni sono vie di salvezza. Così si auto comprendono e si definiscono. Se la filosofia è una Weltanschauung, una visione della vita e del mondo, le religioni si auto comprendono e si presentano come vie che, con le loro dottrine, riti e pratiche, conducono alla salvezza, ossia a pienezza di vita anche oltre la barriera della morte. Nelle religioni c’è sempre questa ulteriorità, oltre il tempo. Assoluto è soltanto Dio, e non le varie tradizioni religiose, che hanno una lunga e variegata storia (a volte anche contorta e non esemplare). Per sé l’esperienza di Dio è un’esperienza liberante e non violenta, in quanto suscita il coraggio di rendere più umani tutti i settori della vita. È stato detto in forma aforismatica: «Chi pesta i piedi all’uomo, li pesta a Dio». Ma il nostro rapporto con l’Assoluto non esiste mai allo stato puro, non è un rapporto diretto, ma è sempre mediato data la nostra creaturalità. Queste mediazioni possono corrompere il nostro rapporto con l’Assoluto. Il rapporto con l’Assoluto è sempre liberante, ma in forza di cattive mediazioni può diventare minaccioso. Anche su questo tema e sulla distinzione che ora ho proposto esiste una letteratura rilevante. La religione non può essere assunta per giustificare l’odio e l’assassinio, rinunciando all’etica della compassione che è quella di tutte le religioni del mondo. Il fondamentalismo violento rappresenta una disfatta per la fede religiosa.

Il relativismo, a detta dei laici, sembra offrire un migliore punto d’appoggio per garantire una convivenza democratica, perché rispettoso delle differenze e non assillato dal problema dell’Assoluto. Cosa ne pensa?

La religione non è la politica. Se la politica è l’arte di amministrare e di governare i popoli, la religione guida i singoli e i popoli a salvezza, ossia a pienezza di umanità e di vita, quindi si deve innanzitutto distinguere tra politica e religione. La religione tuttavia non può essere relegata alla sfera privata, perché ha anche una rilevanza pubblica. Questa rilevanza pubblica deve essere fatta però valere in una società democratica tenendo presente la distinzione tra Chiesa e Stato, religione e società civile. Su questo punto ha più difficoltà l’Islam, con il suo concetto di “sharia” per cui la legge religiosa diventa legge civile e statale. Qui c’è una vera difficoltà ma bisogna convivere con le difficoltà, e convivere pacificamente, per un cammino verso più giustizia e pace nel mondo. Come la politica deve guardarsi da forme di autoritarismo, assolutismo, manipolazione dell’opinione pubblica, mantenendo la società nella legalità, così le religioni, pur affermando la loro identità, devono concepire questa identità come identità relazionale. Se vogliamo attenerci al cristianesimo, e guardare alla teologia che sta elaborando di fronte al problema nuovo del pluralismo religioso compresente negli stessi spazi geografici, si nota lo sforzo di elaborare un cristianesimo relazionale. E cioé: un cristianesimo che afferma la propria identità, ma la vive e la costruisce nella relazionalità e cioé nel dialogo e nella cooperazione in ordine a pace e giustizia. È questo il compito del dialogo interreligioso, che per i cristiani ha il suo manifesto nei documenti del Concilio Vaticano II, nello spirito di Assisi ma ancor più, per rifarci agli inizi della storia cristiana, nel manifesto evangelico delle beatitudini, che chiama beati gli operatori di pace. I testi fontali della tradizione cristiana e cioé i Vangeli, che esprimono l’originaria esperienza cristiana, mettono la comunità cristiana su cammini di pace e di giustizia. In senso più generale, si deve dire che le religioni con la loro storia e con la loro pratica autentica rappresentano una riserva di sapienzialità che può aiutare la società civile alla convivenza e alla collaborazione, come recentemente hanno riconosciuto importanti filosofi, come il grande filosofo della politica Habermas. La religione pertanto è distinta dalla politica, ma influisce sulla società civile e deve influire positivamente con l’etica dell’amore del prossimo, o con l’etica della compassione, che sono sconosciuti in sé e per sé ad una teoria della democrazia. Questo è un punto di grande attualità nel dibattito filosofico, teologico e interreligioso.

Attualmente le religioni sono capaci di rispettarsi come differenti vie di salvezza, oppure sono sottilmente guidate dal desiderio di egemonizzare le altre non appena ne hanno i mezzi?

Per rispondere vorrei rifarmi al secondo Parlamento delle religioni che si è tenuto a Chicago nel 1993. È noto che nel 1893 si è celebrato a Chicago il primo Parlamento delle religioni, che è stato il primo tentativo di avvicinamento tra le religioni al servizio dell’umanità; esattamente cent’anni dopo, e precisamente nel 1993, si è celebrato il secondo Parlamento con la presenza anche cattolica del cardinale di Chicago e del rappresentante del Consiglio ecumenico delle Chiese, che si è concluso con un documento approvato da una così variegata assemblea ma steso dal teologo cattolico Hans Küng. Il documento elabora i punti di un progetto per un’etica mondiale (Weltethos). Si tratta di questo. Ogni religione deve essere fedele alle sue Scritture originarie: in questo senso esse hanno bisogno di continua riforma. È una riforma che riguarda le singole religioni. Ma ogni religione, in quanto via di salvezza, deve convergere con le altre religioni nel servizio della pace e della giustizia, che sono gli elementi fondamentali della salvezza intesa religiosamente. Questa è la convergenza da realizzare nella differenza delle varie tradizioni religiose. Si potrebbe dire le vie convergono al servizio dell’umanità. Le identità si costruiscono nella relazionalità, e si autodistruggono con la violenza e con l’aggressione. Anche il Papa ad Assisi 1986, parlando ai leaders delle diverse tradizioni religiose ha parlato dell’elaborazione di un codice etico comune al servizio della comunità umana. Senza etica non c’è convivenza. E le religioni sono chiamate, ciascuna con il suo contributo di sapienza e umanità, soprattutto nell’era della mondializzazione, al costituirsi di un nuovo ordine della solidarietà. Si tratta, in definitiva, di attivare nel reciproco rispetto il patrimonio di pace di ogni tradizione religiosa.

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IN COLLOQUIO CON FALCO BIANCO

Published Settembre 13th, 2008 by mastrofabbro

image001 IN COLLOQUIO CON FALCO BIANCOEcco un’interessante intervista a Paolo De Bei, presidente dell’Associazione Falco Bianco, a cura di don Massimo Nocchi.
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Sono passati più di due anni dalla fondazione di Falco Bianco: cosa è cambiato nell’arco di questo tempo?

Ogni realtà umana porta con sé una costante progressione e ogni singolo che se ne fa partecipe ne influenza la direzione evolutiva o involutiva. Nel caso di Falco Bianco penso si possa considerare decisamente proficuo lo sforzo estensivo, ovvero quello rifacentesi all’iniziativa e alla partecipazione pratica ai più diversi eventi. Più cauta è la mia considerazione in vista della dimensione intensiva, ovvero di quella propulsione interiore che mira ad affermare un’autocoscienza soggettiva ed oggettiva di ciascun singolo e dell’associazione tutta.
Non siamo un gruppo costituitosi per scomporre intellettualisticamente i problemi del tempo presente: nasciamo come nucleo operativo, ma non siamo neppure fautori di facili spontaneismi o teorie approssimative. Un’azione ben direzionata è sempre dovuta ad una chiarificazione di concetto, mai intesa come fine a se stessa, ma come ricerca e costante approfondimento delle ragioni che muovono gli spiriti. Il rapporto che noi vorremmo frapporre tra teoria e prassi è esattamente quello della coincidenza, ovvero quella relazione simbiotica di una comprensione, che spinge, per diretta conseguenza, all’azione.
In questi anni la nostra associazione è potuta evolversi nelle sue ramificazioni organizzative e partecipative, grazie all’aiuto dei molti collaboratori che si sono impegnati a tal fine, ma, a mio modo di vedere, manca ancora la costituzione di un solido scheletro che definisca più nel dettaglio il modus essendi ed il modus operandi di Falco Bianco.

In cosa consiste la dottrina che i membri dovrebbero apprendere per creare una coscienza associativa?

Parlare di dottrina è improprio, poiché ciò implicherebbe una componente dogmatica, postulatoria, aprioristica. Falco Bianco ha per definizione un orientamento cristiano, ma il nostro scopo non è di natura catechistica, ma consiste in un lavoro a monte del Cristianesimo stesso. La dottrina non è che una serie di formule, frasi di senso compiuto, parole soggette alla rigidità della definizione formale. Noi vogliamo operare integralmente sull’uomo, in modo tale da maturare in lui la chiarezza del principio e la lungimirante elasticità che tale principio necessita nella sua applicazione. Se le parole permangono vuote, acerbe nel loro più profondo significato, una qualunque dottrina sarà a sua volta sterile e priva di reale interiorizzazione.
Le situazione con cui ci relazioniamo quotidianamente possono avere analogie, affinità, ma mai uguaglianza sic et simpliciter. Se il valore di riferimento permane immutabile, sarà necessario sviluppare uno spirito pronto, attento, veloce, capace, acuto, lungimirante, intuitivo, equilibrato e saggio al fine di non tradire l’ideale perseguito, ma, ad un tempo, senza scadere in ottusità eccessivamente conservatrici o progressismi discutibilmente relativisti.
Per arrivare a questo risultato e perciò alla maturazione di ciascun singolo, non può esistere una ricetta preconfezionata, un programma valevole per tutti, dato che ciascuno partirà da una condizione a se stante: a ciò servono i nostri tutor, persone di provata esperienza, capaci di orientare l’individuo verso una vocazione specifica in vista di una reale indipendenza fusa alla dimensione comunitaria.
Inoltre, ciò che deve unire la comunità e formare un’unione coscienziosa del gruppo, devono essere le finalità e le regole comuni espresse nello statuto e nel direttorio, che, come in ogni famiglia, non vogliono essere né di restrizione né atte all’omologazione, ma di essenziale ordinamento ad una sensibilità comune e ad una collaborazione fondata su punti ben definiti.

Si è parlato di progressismo e conservatorismo: come si situa Falco Bianco rispetto a questi orientamenti culturali?

Per noi una terminologia siffatta, rappresenta una malattia del pensiero. Così come non esistono problemi progressisti o tradizionalisti, altrettanto non vedo perché debbano esistere soluzioni affette da tali colorazioni ideologiche. La relazione che sussiste tra pensiero e azione deve essere determinata sulla dialettica concreta tra la realtà data e la comprensione che ciascun singolo dà di quella realtà: qualora una sovrastruttura concettuale esterna e pregiudiziale intervenisse ad influenzare questo o quel giudizio, avremmo a che fare con un postulato pregiudizievole che tenta di camuffare e modellare la realtà su base ideologica. Una cosa è un principio che fa capo al discernimento tra vero e falso o il bene ed il male, altro è inibire la propria libertà con artefatti e vincoli concettuali.
In altri termini critichiamo progressismo e conservatorismo non tanto ponendoci a terzo polo, bensì situandoci completamente al di fuori da quel modo di relazionarsi al pensiero e al concreto vivere.

Usate lo stesso metro di misura anche per ciò che riguarda il mondo politico?

L’ostinazione culturale che ha visto protrarsi le categorie di destra e sinistra è il simbolo di dottrine sociali prive di reale spessore teoretico e sintomatiche di un’assunzione di responsabilità quanto mai impersonale. Il tempo presente ha necessità di fuoriuscire dalla propaganda massmediatica, per ricollocare la vita politica nella connessione concreta e semplificata tra i diversi strati sociali.
Oggigiorno non siamo che la raffigurazione di ciò che Tocqueville profetizzò al sorgere delle democrazie occidentali: uomini simili ed uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziamo il nostro animo. Ciascuno vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri, mimetizzando il proprio egoismo all’ombra della sovranità popolare.
La situazione è irreversibile se l’impegno non parte dal singolo individuo, innanzitutto per riformare se stesso dal proprio degrado interiore, di cui spesso non ne avverte neppure la gravità.
Falco Bianco è presente per il singolo che vuole ristabilire un rapporto adeguato ed integro con il proprio essere e la realtà tutta, ma l’iniziativa deve partire dall’individuo.

Per quale motivo ci si dovrebbe unire a Falco Bianco?

Se esistesse una ragione universale per unirsi a noi, ciò porterebbe ad una necessità morale, ad una partecipazione doverosa alla nostra associazione, ma Falco Bianco non è che un percorso, una libera scelta che noi osiamo proporre come opzione ad altre strade altrettanto valide. E’ attraverso un incontro, la fiducia, l’amicizia, la stima e tutto quell’universo di reciproco scambio che in ciascuno di noi matura la coscienza di avere in cuore il desiderio di crescere in una data realtà.
Per la verità a noi non interessa l’affiliazione strettamente intesa; piuttosto poniamo attenzione al risveglio delle potenzialità della persona e allo sviluppo di quei talenti già emersi e se durante il faticoso riscoprirsi si venisse a presentare una vocazione diversa da quella proposta da Falco Bianco, noi saremmo i primi ad evidenziarne il punto.
Non abbiamo una struttura omologante, perciò non penso vi siano mai state pressioni riguardo a nulla che fuoriuscisse dalla condivisione essenziale delle finalità associative. In altri termini noi siamo più sviluppatori di diversità che non di manichini prestampati, alla luce del fatto che maggiore è la ramificazione dei talenti personali, maggiore anche il potenziale umano da offrire per ogni situazione, visto e considerato che nessuno è mai sufficientemente completo da potersi considerare come universo indipendente dagli altri. C’è chi avrà talentuosità pratica, chi concettuale, chi esperienza in un settore chi in un altro, arrivando man mano a costituire un sistema armonico e coordinato delle rispettive differenze, ordinate per un medesimo fine.

Ordinare queste differenze non sembra cosa facile…

Infatti non lo è. Talvolta si scambia l’eterogeneità caratteriale o spirituale per incompatibilità, ma ciò avviene per un’incomprensione radicale della struttura sia umana che associativa. L’incompatibilità è causata dalla volontà di emergere rispetto ad un altro, dagli egoismi, dalle invidie, dalla chiusura in se stessi, da una mancata volontà di comprendere l’altrui prospettiva e dalla pigrizia di non volersi migliorare pretendendo di abbassare anche l’altro al proprio livello. Ecco, quindi, che l’incompatibilità non è dovuta tanto dalla diversità, ma da malattie dello spirito che non si ha in cuore di guarire: è un radicarsi su una posizione senza ammettere l’eventualità di mettersi in discussione.
Ciò riporta ai temi trattati in precedenza: è possibile fuoriuscire da questa condizione di invidia e gelosia solo per mezzo di un profondo lavorio interiore, di un sincero rapporto con il prossimo e di una ricerca coscienziosa delle finalità comuni, in vista del fatto che a ciascuno di noi appartiene lo stesso valore e merita la giusta considerazione, per quanto debba necessariamente esistere una concezione organizzata e piramidale, così come vuole il buon senso e la natura delle cose.

Se dovessi dare un consiglio all’uomo di oggi, cosa gli diresti?

Non lamentarti di ciò che hai e smetti di accontentarti di quel che sei, perché ubi major minor cessat.

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