Tag Archive "folla"

PAGINE IN DISSOLVENZA

Published Ottobre 11th, 2008 by mastrofabbro

 PAGINE IN DISSOLVENZATra i primi sintomi della morte di una civiltà è riconosciuta la mancata comprensione del linguaggio dai componenti di uno stesso popolo. Una libera interpretazione del contenuto di un termine senza previa e ordinaria relazione all’oggettività a cui esso rimanda, produce un’incomunicabilità dirompente, che mina le fondamenta stesse di una tradizione.

Il suddetto è un male di cui molti si sono accorti e denunciato per tempo. L’utilitarismo verbale è il virus che ha scatenato la polemica fine a se stessa, l’usurpazione dei diritti, la fumosa propaganda politica e religiosa, e le mille ramificazioni che la scaltrezza umana ha saputo estrapolare… ma ciò non sottolinea nulla di nuovo sotto il sole, se non un marcato individualismo personale o di setta, che impedisce una cooperazione di intenti per restituire solidità ad un putrefatto corpo sociale.
Un male la cui colpa ricade sulla rantolante élite contemporanea, sempre presa a perfezionare il proprio collaudatissimo sistema di totalitarismo democratico, di cui il Signor Tocqueville ebbe grazia di avvertirci in tempi non sospetti.

L’istinto polemico e vittimista della classe media non resta a guardare e lamenta i mille soprusi subiti, senza risalire alla radice del problema, che trova nel pigro disinteresse sociale del singolo l’apice della condizione presente. Il chiuso imborghesimento individualista, misto ad un livellamento culturale e religioso, hanno portato ad una dispersione cronica delle energie investite per gli interessi comuni, venendo a creare un abisso in quel canale intermediario che dovrebbe sussistere tra la classe dirigente ed il popolo.

Quest’ultimo, il popolo, mette in campo le proprie comare, gli artisti del lamento, pronunciando il proprio grido di guerra agli oppressori della vita, senza, però, nulla aggiungere ad un impegno di risanamento operativo.
Becero ed egoista nel suo vivere intona i suoi osanna ai guru di turno, già preparando la croce su cui crocefiggerli il giorno seguente. Instabile ed ingestibile si fraziona in mille e mille sottoinsiemi scismatici, logorati da un potere che vorrebbe con tutte le proprie forze e frustrato dall’impossibilità di ottenerlo, dietro la maschera di vittima sofferente, ma colpevolmente passiva.

L’autoformazione, il tentativo di crescere nella propria individualità al fine di creare sinergia sociale, forse l’unica risoluzione moderata dei nostri tempi, è ciò che meno si addice all’uomo contemporaneo: egoista, superficiale, pigro, borghese, falso, invidioso, geloso, chiuso, vittimista, approssimativo, lontano dal chiedersi chi esso sia, per non intaccare la tintinnante brama dell’avere.

Ogni giorno è come se mi sentissi l’anima uccisa dalla folla, dalla massificante totalitarietà del suo prolifico caos, da quel Leviatano formato da mille e mille singoli uniti e saldi in un unico mostro, a difesa del proprio egoistico interesse, e che con la sua bocca voraginosa risucchia ogni impegno personale, ogni sacrificio, ogni nuovo tentativo di riuscita, ogni energia, ogni idea, ogni entusiasmo, ogni speranza e mi rendo conto che queste pagine solo un effetto caleidoscopico dell’incontenibile dissolvenza contemporanea.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

IL PECCATO DELLA FOLLA

Published Ottobre 4th, 2008 by mastrofabbro

repressione IL PECCATO DELLA FOLLA“[…] Mettersi contro la Folla è sempre, per la maggioranza, un nonsenso; perché la Folla e la pluralità e il pubblico sono appunto le forze della salvezza, quelle riunioni amanti della libertà da cui deve uscire la salvezza – contro i Re e i Papi ed i funzionari che ci vogliono tiranneggiare! Ahimé! O piuttosto poveri noi! Ecco la conseguenza dell’aver per secoli combattuto contro Papi e Re e potenti e di aver considerato la Folla come la cosa sacra. Nessuno sospetta che le categorie della storia umana s’invertono, e che la Folla è diventata l’unico tiranno e la perdizione fondamentale. Ma naturalmente ciò è per la Folla la cosa più incomprensibile. Avida di dominio è la Folla ed essa si crede assicurata contro ogni rappresaglia: perché, come è possibile afferrare la Folla? Ciò che qui da noi si chiama opposizione, vive ancora nel solito luogo comune che si debba combattere la tirannia del governo. Quando un poliziotto commette un errore, il più insignificante, ecco che il superiore lo punisce, subito si fa un chiasso del diavolo. Ma se la Folla, il pubblico, la plebaglia, ecc. di anno in anno si rendono colpevoli dei delitti e degli abusi di potere più abominevoli, l’opposizione non fiata. O non riesce a capire che sono delitti (perché è l’idolo dell’opposizione a far questo); o non sa denunziarli perché vigliacca. Quando un uomo è vittima di una piccola ingiustizia (ma badate bene, da parte del re, di un altolocato, ecc.), ecco che tutti provano simpatia per lui: ne fanno un ‘martire’. Ma quando un uomo, in senso spirituale, tutti i giorni è schernito, perseguitato, maltrattato dall’insolenza, dalla curiosità e sfrontatezza della Folla, del pubblico, della plebaglia; allora è un caso perfettamente normale, ‘non è niente’…! […]†(Kierkegaard).

La nostra moribonda civiltà si compiace nella condanna.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

ENTRANDO IN UNA CHIESA

Published Settembre 19th, 2008 by mastrofabbro

 ENTRANDO IN UNA CHIESAEntrato in una chiesa sento leggere questo passo evangelico

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti. (
Lc 6,17.20-26)

Talvolta mi chiedo se vi sia rimasta una cellula sana nel sistema nervoso che regola l’equilibrio psichico degli ossequiosi osservanti delle festività.

Con la compunzione degna del miglior galateo si assiste all’annuncio degno di una patologia psichica e, senza batter ciglio, si sopporta pazienti le congetture del prelato su tali pazzie. Anzi, c’è chi sonnecchia sul cadenzato nulla contenutistico, chi confronta il proprio vestito con quella del banco a lato, chi pensa più semplicemente ai fatti suoi, mentre un individuo sull’altare tratta argomentazioni sacre, quasi fossero faccende che non lo riguardassero, mettendo un po’ di pepe qua e là, al fine di ottenere il plauso della folla.

Nessuno si accorge che a leggere il passo in oggetto, sarebbe necessario sussultare di scandalo per le assurdità pronunciate, problematizzare seriamente il fatto che, a quelle condizioni, un uomo sano di mente, non si abbasserebbe mai. Non ricordo di aver mai incontrato un pagante del biglietto domenicale invocare su di sé disgrazie e persecuzioni, inveendo sinceramente contro le proprie ricchezze ed ai gozzovigli della carne e dello spirito. Piuttosto è possibile incontrare patetici sentimentali inneggianti la croce, gioiosi e festanti nel portare i pesi del mondo, alla sola condizione che il modello ed il peso della croce sia deciso di volta in volta da loro stessi.

Nessuno mai che noti le offese che, le comuni interpretazioni delle beatitudini, recano all’intelligenza, quella concreta e superiore facoltà di raziocinio che permette una proporzione tra il sensato e lo sciocco.

Perché? Mi si vorrebbe far credere che la persecuzione sarebbe per me un bene? Si pretende che io goda nella sofferenza? E’ mai possibile questo per un uomo?
Non si dice, forse, che un uomo soffre, proprio perché non gli appartiene alcuna gioia consolatrice? Sono lontane in quei momenti gli alti concetti teologici, soffocata è la fiducia nell’amore, schiacciata la voglia di vivere. Dove sta dunque la beatitudine nella sofferenza di cui tanto si ciancia? Dove mai si nasconde il sorriso quando la lacrima riga il volto della vittima della vita. Forse l’Uomo-Dio avrebbe potuto spiegarlo se anche Lui non avesse patito l’abbandono di Dio, lo stato della prova in cui è vanificato ogni tentativo di reazione spirituale, fisica e psicologica. L’uomo, non vive forse per analogia questo dramma, in proporzione al proprio livello spirituale? Se fosse così facilmente sopportabile, non sarebbe degna di essere chiamata sofferenza.

Forse dovremmo valutare il fatto che la croce si identifica con tutto ciò che fuggiamo, piuttosto che con quello che siamo disposti a scegliere. E quando incombe la disgrazia, chi mai sarà così affetto da pazzia da dirsi beato? Quale uomo sano di mente abbraccerebbe volontariamente una simile via, non certamente paragonabile alle vanitose penitenze con cui si tenta invano di rafforzare una volontà che si maschera dietro al perbenismo.

Le beatitudini, in realtà, sono uno stato di grazia che non dipende dalla croce penitenziale che siamo disposti a portare, ma dal modo in cui affrontiamo tutto ciò che vorremmo evitare. La beatitudine è uno stato che si gode a posteriori, non certo nella sofferenza, perché quando il dolore ha la dignità di essere chiamato tale, nel cuore opera la falce della morte.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

ARTIGIANI DELLO SPIRITO

Published Agosto 3rd, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro ARTIGIANI DELLO SPIRITOChi siamo noi, dunque, artigiani dello spirito? Proprio non lo capite? Quand’anche io mi sforzassi di disarcionare gli steccati della vostra intelligenza, per apririvi ad una nuova evoluzione, voi non arrivereste che ad una vostra precettistica definizione, ad una categorizzazione di basso rigore, poiché mancate di arte, di quella potenza del creare in dote solo allo spirito che ha saputo abbattere con i colpi impietosi del suo martello, le cataste di precetti, di definizioni, di categorie, che il mondo suol dare in consegna alle anime plebee.

Offensivo il mio dire? E quale offesa voi mi recate con il soffio malato del vostro spirito, imbellettato dalle più diverse forme di tiepidezze creatrici?
Superbo il mio approccio? E a quale purulenta presunzione vi atteggiate voi, nozionisti del perbenismo e boia di cartapesta?

Profeti, esaltati, visionari, sapienti, saggi, santi, indemoniati, pazzi, uomini di Dio e missionari del diavolo… Molti i nomi con cui siamo chiamati, ma chi noi siamo non è argomento da professori di retorica o da barbari opinionisti, ma piuttosto ti avvicinerai a noi cercando tra la silente terra dei campi, nel fragore della marcia, tra i freddi venti boreali, nella rocciosa grotta montana, nel nascondimento del torrido deserto o mille e mille leghe sotto i mari. Lì vive il nostro spirito e chi ad esso ha vuto la forza e la costanza di giungere è stato mondato dalle capricciose vanità di cui voi ancora credete di propagandare virtù, incatenati dalla malizia di un sedentario disimpegno e dai calcoli egoistici del vostro ghigno verboso e distorto.

Oh stolti e chiacchierosi portavoce di una sentimentale e stitica interiorità, troppo evoluti noi siamo per poter soddisfare la vostra curiosità, poiché essa manca della capacità di contenerci, manca dell’unità per misurarci, manca della profondità per esplorarci. Come bambini intenti a raccogliere l’intero mare in un secchiello voi siete, ma iniziarsi ai segreti degli artigiani dello spirito non è attività degna dell’anima verbosa e triviale della donnicciola mentalmente tarata.

Cercateci con l’insistenza sincera di chi sa di non capire; veniteci a scovare laddove non avreste mai osato inoltrarvi; vagate scalzi in luoghi taglienti del vostro nulla e noi vi osserveremo nel vostro impegno evolutivo e quando vedremo il sangue sgorgare a fiotti dal corpo e mille e mille piaghe nella vostra anima, noi verremo a voi e vi doneremo le armi forgiate con il fuoco dell’inferno in cui avrete avuto il coraggio di recarvi e vi porteremo nei remoti ed eterni nascondigli in cui avrete guadagnato di regnare con scettro di costanza, corona di dedizione e trono di sapienza.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!