TRATTATO DI ATEOLOGIA
Anche se con un po’ di sangue amaro ho portato a termine la lettura del saggio di Michel Onfray Trattato di ateologia, trattatello per la verità un po’ rozzo, ma sicuramente efficace nella trasmissione di quelle vibrazioni negative nei confronti della dimensione religiosa e del Cristianesimo in particolare.
L’impronta generale del saggio è condita di un livore saccente e presuntuoso su cui esercitare pazienza, ma con la dovuta cautela mi permetto di complimentarmi con l’autore per alcune osservazioni centrate, almeno se spogliate di quella prepotenza stilistica di cattivo gusto.
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Il libro in oggetto procede con una concezione aprioristicamente orizzontale della fede, il che rende l’autore incolmabilmente lontano dalla confutazione del problema religioso. Limitandosi a trattare della religiosità come un costrutto ideologico, come un impianto razionale postulatorio, non fa che scadere in una irriverente ateismo autoreferenziale.
Ad Onfray va risposto che il presupposto religioso si fonda su una relazione tra il singolo e Dio e la pretesa di trattare di Cristianesimo, mortificando quella dimensione verticale senza cui il Cristianesimo viene a mancare, non è propriamente indice di serietà .
Tale fattore, rimanendo pressoché ignorato, rende vana l’intenzionalità distruttiva che sta alla base del libro, poiché non è attraverso una stigmatizzazione degli errori umani, provati o meno che siano, che si smonta una metafisica dell’esistenza.
Ad ogni modo, se letto sotto una certa ottica, Onfray rende un servigio encomiabile al popolo cristiano, che, se onesto con se stesso, noterà di essere affetto da numerose delle malattie spirituali elencate.
Una certa diffidenza nei confronti dell’intelligenza e della scienza, un insano atteggiamento fideistico per la dottrina rivelata, la riluttanza ad ammettere i torti storici del passato, l’ottusità nel comprendere le posizioni non-cristiane, un certo squilibrio nella relazione tra dimensione corporea e spirituale, un’eccessiva voglia del sensazionale, una vaga forma di presunzione del sapere etico, l’incapacità di relazionarsi a culture a noi differenti, la mancata volontà di adeguare un linguaggio accettabile anche per i non religiosi nell’esprimere le proprie ragioni, ecc. fanno di questo libro un esame di coscienza per quelle che dovrebbero proporsi come élite della fede.
Certo, un libro rozzo e sprezzante, di impronta indecorosamente ideologica, ma che permette di muovere lo sguardo ad un’autocritica sincera, a dimostrazione che se la fede è vera, noi la rendiamo sbagliata attraverso una testimonianza mediocre e priva di autenticità .
Se è pur vero che i presupposti della fede non possono essere confutati, è altrettanto vero che la fede stessa va testimoniata in modo consono. L’impianto dottrinale cristiano rimarrà sempre e comunque sterile se non è annunciato da un testimone credibile.
Il Cristianesimo è verità , ma le contraddizioni che assume nella tua persona lo rendono falso: lo rendono falso dentro di te, e questa è la peggior colpa.
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“Io credo, io credo”: l’infingarda menzogna preposta dinanzi alle convenzioni domenicali, ove le mani si incrociano in gesti di pace, oltre la cui apparenza è pronto il veleno omicida, atto a finire la preda, già immobilizzata dalla stretta mortale dell’invidia.
All’essenzialità appartiene la forma più paradossale della conoscenza: la semplicità .
I giganti dello spirito non sono mai stati una cosa sola con se stessi. Le psicologie basse ed ingarbugliate che in via approssimativa si assestano e si barricano su un unico modus essendi, assomigliano a quell’artista che per dipingere il mondo pensa di potersi servire delle volgari mescole di colore vendute al dispaccio sotto casa.
Nel libro di Ezechiele viene raccontato che il Signore rubò improvvisamente la vita della moglie del profeta e che ad un tempo intimò a quest’ultimo: “Tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto”.(Ez. 24,15-24).