QUANDO IL GIUDIZIO SI FA IDEOLOGIA
Molte volte, nel sopprimere alcuni desideri, ci induciamo ad una forma di apatia, inibendo energia vissuta, propulsione esistenziale.
Soffochiamo traguardi ed aspirazioni per la sola pigrizia spirituale che si ha di fronte a stenti e tribolazioni, pensando troppo onerose le privazioni necessarie per giungere ad una concreta maturazione dell’anima.
Intimamente vigliacchi, invece, si è inclini a fuggire le alte potenzialità di sé, per livellarsi alla comprensione del volgo, per essere da lui amati ed apprezzati, e risultare importanti ad ogni costo.
Il giudizio altrui condiziona fortemente, così che per mezzo di una ben consapevole maschera, ci si appiccica sulla schiena l’etichetta con cui si vuole essere riconosciuti, a discapito di una più profonda realtà dell’essere, più vera ma socialmente meno prestigiosa.
Ci si costruisce una sovrastruttura mentale, un tappeto sotto cui ficcare le polverose nobiltà dell’essere e su cui installare il piedistallo di una fallace realizzazione. Così si arriva ad abolire la meraviglia, la scoperta di un’anamnesi spirituale, mentre la nostra presunzione archivia quel che pensa definitivamente giudicato.
Le ideologie sono scomparse dal mondo, perché hanno preso dimora nella tua anima, così, quel che pensi essere il tuo spirito, non è che un artificio della tua mente.
NEVROSI ED INTERIORITA’
Luomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto più facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertà, il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtà, abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.
La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto più semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtà l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poiché tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietà della propria immagine.
L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interiorità, stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialità.
Essere la propria la interiorità, significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale più alto e non dalla glorificazione della propria vanità.
Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.







