Tag Archive "dolore"

NATALE ANCHE PER ME

Published Dicembre 31st, 2008 by mastrofabbro

E’ stato un Natale triste, per me e alcuni cari violentemente difficile.
Succede così, senza tanti discorsi o spiegazioni: gli eventi incalzano, la sofferenza percuote e tu rimani lì, con un sorriso sincero a denti stretti, a difficile sintesi di una circostanza ostile a cui si tenta di reagire con la ferma serenità di chi non vuol cedere alla tirannia della sorte.
Infondo la storia ha i suoi modi: il Redentore nasce, ma pur sempre nel freddo di una spelonca, mentre si consuma una strage fra gli innocenti e si prepara un doloroso esilio.
Un fiero attaccamento alla vita di fronte alla voragine della morte, l’eroica capacità di un sorriso dinanzi alla disperazione, lo sguardo fisso all’orizzonte alla continua ed irrinunciabile speranza di un approdo è stato il dono che Gesù Bambino ha voluto partorirmi dentro attraverso le doglie della mia debolezza.
Come vorrei, amici miei, poter essere un dono di Dio come voi lo siete per me.

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PROCLAMARE LA VERITA’

Published Agosto 26th, 2008 by mastrofabbro

tristezza_1 PROCLAMARE LA VERITALa riflessione intelligente e socialmente impegnata è il modo attraverso cui l’anima gioca a barare con se stessa, compiacendosi nell’inganno dell’aver superato la brutalità ignorante in cui era confinata. Con un colpo di coda si bea nell’illusione di aver spazzato via la propria grossolanità e di aver ad essa sostituito la cultura, la conoscenza, la nozione, il ragionamento, il metodo, il sistema, il pensiero apologeta ed edificante. E’ il pensiero, dunque, è la sua oggettiva capacità di speculazione la soluzione borghese e benpensante all’imbarbarimento degli spiriti, poiché è la capacità di compiacere eticamente il gregge che rende la comunità fiera della sua stessa dottrina e riappacificata con quella sua dimensione ovina dell’essere.

Qualora si manifestasse uno spirito più risoluto, ostinato a non voler tanto riflettere sul discorso per cui la verità è la verità, come colui che trova beatitudine nell’osservare il sole affermandone, spiegandone e dimostrandone la presenza; se tale spirito avesse in sé l’ardire di volersi relazionare in prima persona con tale verità, non più dall’esterno, ma dall’interno della sua persona, cosa mai accadrebbe a quel pensiero così meravigliosamente già compiuto nella sua stessa dottrina e propugnato in modo così battente? Di certo accadrebbe l’irreparabile, poiché subentrerebbe in esso la categoria mobile ed incerta del divenire.

La dottrina, il pensiero oggettivo ed i suoi inganni, sarebbero presto smascherati da colui che andrebbe a conoscere in prima persona ogni aspetto di quella conoscenza che i predicatori del sistema conoscevano solo per una misera via speculativa, tanto che da sopra i tetti di ogni casa si sentirà proclamare:
“Ascoltate e udite le mie parole! Molto è il talento da voi sviluppato nell’analisi e nello studio dei problemi, ma è giunta l’ora di divenire problema a voi stessi: abbandonate le vie della dialettica e della dimostrazione, ma insinuatevi nelle vibrazioni dell’essere ed imparatene il linguaggio, così che la vostra cultura non sia più vano sproloquio della ragione, ma sia generato dal sapere vivo dell’abbondanza del cuore! Abbandonate le verbose divergenze intellettuali, mettete a silenzio il vostro falso e concettuoso dialogare e provate sulla vostra pelle le stigmate che la verità imprime nei cuori, tanto che il suo essere proclamata non sarà più segno di compiacimento personale, ma sarà l’eccesso di sofferenza che lo spirito non saprà contenere!”

Et respondens universus populus dixit sanguis eius super nos et super filios nostros (Mt. 27,25)

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IN SPIRITO E VERITA’

Published Agosto 20th, 2008 by mastrofabbro

liberaci-dal-male IN SPIRITO E VERITAI giganti dello spirito non sono mai stati una cosa sola con se stessi. Le psicologie basse ed ingarbugliate che in via approssimativa si assestano e si barricano su un unico modus essendi, assomigliano a quell’artista che per dipingere il mondo pensa di potersi servire delle volgari mescole di colore vendute al dispaccio sotto casa.

Ecco, dunque, che gli scienziati si assolutizzano il metodo sperimentale, degenerandolo in scientismo presuntuosamente onniscente; ecco che gli economisti proiettano le categorie di dare/avere su ogni particella del mondo, negando ipso facto la supremazia dell’essere; ecco che gli intellettuali si arrabattano sugli astratti specchi partoriti dai loro postulati teorici, seppellendo la loro anima sotto le macerie di un fedifrago pensiero ; ecco che i religiosi innalzano i loro vuoti osanna, partorendo nella loro spensierata, tronfia ed autoreferenziale religiosità, la più vistosa prova del tradimento della fede che vanno professando.

Spirti piccoli, bassi, incapaci di potenza creatrice, così ignobilmente cannibali da cibarsi degli altrui pensieri, per rivisitarli a proprio piacere e chiuderli all’interno del tabernacolo del proprio Io, abitato da precetti asettici e perentoriamente da seguire, divulgare e far trionfare.

E’ forse in vista di questi fastidiosi e talvolta velenosi insetti spirituali che Pascal ebbe l’intuizione di dire che bisognerebbe essere ad un tempo pirroniani, matematici e cristiani, per avvicinarsi ad una qualunque scienza, fosse anche quella della vita.
Laddove il pirroniano dubita, il matematico afferma e laddove la ragione non giunge la fede si assoggetta.

Uno, cento, mille esseri vivono nel gigante dello spirito, ciascuno desideroso di trovare predominio e tutti tormentati da un caos vibrante, incontenibile, imperioso, che permette loro di legarsi, scambiarsi, penetrarsi ed intersecarsi, fino a che lo spirito, demiurgo ordinatore e fabbro dall’impietoso martello, trova la combinazione irradiante della novella creazione, della sfavillante grandezza, della magnificente potenza e del vivo sapere.
In colui che è predestinato alla grandezza vigila con scettro di ferro l’occhio penetrante rivolto all’essenziale e morte trovano le superflue ramificazioni dell’essere, utili soltanto a rubare linfa vitale e a rallentare la fortificazione.

Non più differenza tra mente e cuore, ma solo spirito e nient’altro che spirito, inespugnabile fortezza in cui la carne, l’intelligenza ed il sentimento si son dovuti alleare e fondere assieme, per forgiare il macete con cui farsi strada nell’impervia selva in cui il gigante precipita.

Non più canzonette per uditi rozzi e grossolani, ma danze maschie e risolute alle note di maestosi flauti; non più attesa di riflessione, non è più tempo oramai: questa è l’ora di accedere al mistero della bellezza e della sua visione.
Portate le cianfrusaglie del vostro cuore al fabbro dei cuori: egli le trasformerà in sciabole, vi trafiggerà e amputerà con mano sicura ogni parte a voi inessenziale, per poi accrescere un caos vorticoso dentro di voi da cui solo i più forti sapranno uscire. Coloro che sopravviveranno, conosceranno cosa significa “in spirito e verità” (Gv 4,23).

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DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

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LA MORTE E L’ACCIAIO

Published Agosto 1st, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro LA MORTE E LACCIAIOPer te ho forgiato il mio miglior acciaio, affinché con la tua ascia potessi irrompere nelle pareti di porfido dei cuori; l’ho reso immune al tempo, affinché senza posa tu potessi infrangere la tua spada sulle corazze di vidia con cui gli uomini difendono la loro maligna ottusità; l’ho reso più splendente del diamante, affinché la tua vittoria potesse essere coronata di luce; l’ho reso più leggero del vento, affinché io potessi vederti danzare leggiadro nel combattimento, ma tu hai rifiutato il mio dono regale, perché timoroso della lotta e castrato nell’ideale.

Sempre troppo il sacrificio di colui che nulla è disposto a perdere. Sempre troppo il dolore da sopportare per il villano che non conosce né amore né odio, ma solo il tiepido piscio sgorgante dal proprio egoismo.

Ti ho chiesto di incedere ai miei ordini come un guerriero silenzioso, solitario, risoluto, pago della sua invisibile operosità, ma tu hai scelto tanto diversamente quanto coscientemente,  unendoti a quel riflusso informe e pavoneggiante di tuoi simili, la cui luccicante apparenza è presto tradita da quell’ignobile zampettare plebeo.
Hai evirato il tuo ultimo tratto di mascolinità spirituale, mentre io auscultavo i movimenti del tuo spirito, vile come il traditore, furbo come la serpe e superbo come l’ottuso.

Ora il tuo cuore è indebolito dagli anni e la tua vita sta per traghettare lungo i fiumi di Ade.
Consumato dall’avidità del tuo egoismo hai conservato il tuo sangue per te stesso e nessuna cicatrice onora il tuo corpo della guerra che lo spirito forte combatte.
Inutile invocare la pietà che si concede agli sconfitti, poiché se ai vinti si concede l’onore di coloro che tutto hanno perduto senza nulla vincere, cosa si potrà mai concedere a chi non ha imbracciato nessuna delle armi da me forgiate e mai si è prestato a danzare con una delle mie asce? Un perdono non sarebbe forse un torto a coloro che ballavano danze maschie e potenti maneggiando la loro lancia?

Il sangue oziosamente conservato ti sarà ora sviscerato in un sol colpo da quello stesso acciaio di cui tu rifiutasti la grandezza ed il potere, per il solo amore di te stesso e su quel sangue navigherai fino agli inferi, dove mai più ti sarà concesso l’onore della guerra, mentre io mi ritirerò nuovamente alla mia grotta per forgiare le nuove armi per quei giovani guerrieri che avranno in dote di danzare con esse.

Noi, senza nome né tempo, antichi artigiani dell’animo umano, precursori di eternità e di pensiero, come eremiti di nuovo ci eclissiamo, nella notturna ricerca di coloro in cui serenità, pazienza, essenzialità e disprezzo delle vanità siano doti tanto innate quanto la magnanima predestinazione alla guerra dei forti spiriti.

 

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SU PASCOLI ERBOSI MI FA RIPOSARE

Published Luglio 30th, 2008 by admin

mastrofabbro SU PASCOLI ERBOSI MI FA RIPOSARESe si vanta, l’abbasso; se s’abbassa, lo innalzo; lo contraddico sempre fino a che comprenda che è un mostro incomprensibile (B. Pascal).
Derido colui che già non si beffi di se stesso e come vento australe canto e danzo sul suo tronfio ventre, calpestandolo finché da esso non rigurgiti la chiaroveggenza illuminata della sua impotenza.

Vieni ai miei pascoli e dimenticherai i tuoi rammolliti pensieri e le tue effemminate sofferenze, poiché ogni lirismo astratto sarà falciato da una lama tanto fredda da essere rovente ed il tuo crederti maestro sarà presto frantumato dalle mandibole di orchi feroci e fate assassine.  
La tua presunzione si scioglierà come grasso colante al fuoco di una lava incandescente e le tue misere debolezze saranno spappolate al suolo da una forza di gravità a cui solo i più forti sanno sopravvivere.
Se all’anima riuscirà di rimanerti in corpo, allora tu diventerai un demone, un nuovo semidio partorito dall’essenzialità dello spirito e dalla fortezza della costanza. Pensiero e volontà coincideranno e nulla che non sarà concreta vitalità sarà da te concepito e dalle altezze in cui avrai costruito il tuo nido, griderai: “La leggerezza del mio sapermi nulla mi ha fatto giungere fin qui. Il pugnale feroce ed omicida del dolore mi ha confidato i segreti degli abissi ed il mio coraggio non li ha ripudiati. Derido me stesso perché vedo altezze inarrivabili e mi abbatto come un angelo apocalittico su coloro che ancora qualcosa si credono, perché ho scoperto che nulla di più basso e falso c’è dell’impertinenza dello spirito!”

In cambio io ti darò l’incomprensione ed il disprezzo degli uomini, poiché loro non comprendono né il dolore né la realtà più vera che da esso scaturisce. Affaccendati nel lustrare e cospargere di pajette i loro spiriti sepolcrali, non useranno muoversi in tuo soccorso, poiché, a tua volta, arriveresti a cantare e danzare su di loro, proprio come quel giorno lontano accadde a te. Ti temeranno e perciò ti odieranno e preferiranno ucciderti piuttosto di prestare il loro ventre ai tuoi piedi insanguinati, sopravvissuti ai pascoli in cui ti avevo condotto.
E tu, con il distacco del savio, disprezzerai coloro che un tempo furono tuoi simili, per la maliziosa viltà del preferir marcire nel loro claudicante spirito, piuttosto di vedere il proprio sangue traghettarli alle alte e disilluse immagini della verità.

E tu, cosa sei disposto a perdere?

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