Tag Archive "cuore"

CUORE E INTELLETTO

Published Novembre 23rd, 2008 by mastrofabbro

Dalla generosità del cuore sia valutato il valore dell’intelletto.
La ragione è furba e sa facilmente mascherare la verità con la sottigliezza di un ragionamento.
Chi tutto dona di se stesso, fino a non aver più nulla da perdere, arriva anche a non aver più nulla da nascondere.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

ENTRANDO IN UNA CHIESA

Published Settembre 19th, 2008 by mastrofabbro

 ENTRANDO IN UNA CHIESAEntrato in una chiesa sento leggere questo passo evangelico

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti. (
Lc 6,17.20-26)

Talvolta mi chiedo se vi sia rimasta una cellula sana nel sistema nervoso che regola l’equilibrio psichico degli ossequiosi osservanti delle festività.

Con la compunzione degna del miglior galateo si assiste all’annuncio degno di una patologia psichica e, senza batter ciglio, si sopporta pazienti le congetture del prelato su tali pazzie. Anzi, c’è chi sonnecchia sul cadenzato nulla contenutistico, chi confronta il proprio vestito con quella del banco a lato, chi pensa più semplicemente ai fatti suoi, mentre un individuo sull’altare tratta argomentazioni sacre, quasi fossero faccende che non lo riguardassero, mettendo un po’ di pepe qua e là, al fine di ottenere il plauso della folla.

Nessuno si accorge che a leggere il passo in oggetto, sarebbe necessario sussultare di scandalo per le assurdità pronunciate, problematizzare seriamente il fatto che, a quelle condizioni, un uomo sano di mente, non si abbasserebbe mai. Non ricordo di aver mai incontrato un pagante del biglietto domenicale invocare su di sé disgrazie e persecuzioni, inveendo sinceramente contro le proprie ricchezze ed ai gozzovigli della carne e dello spirito. Piuttosto è possibile incontrare patetici sentimentali inneggianti la croce, gioiosi e festanti nel portare i pesi del mondo, alla sola condizione che il modello ed il peso della croce sia deciso di volta in volta da loro stessi.

Nessuno mai che noti le offese che, le comuni interpretazioni delle beatitudini, recano all’intelligenza, quella concreta e superiore facoltà di raziocinio che permette una proporzione tra il sensato e lo sciocco.

Perché? Mi si vorrebbe far credere che la persecuzione sarebbe per me un bene? Si pretende che io goda nella sofferenza? E’ mai possibile questo per un uomo?
Non si dice, forse, che un uomo soffre, proprio perché non gli appartiene alcuna gioia consolatrice? Sono lontane in quei momenti gli alti concetti teologici, soffocata è la fiducia nell’amore, schiacciata la voglia di vivere. Dove sta dunque la beatitudine nella sofferenza di cui tanto si ciancia? Dove mai si nasconde il sorriso quando la lacrima riga il volto della vittima della vita. Forse l’Uomo-Dio avrebbe potuto spiegarlo se anche Lui non avesse patito l’abbandono di Dio, lo stato della prova in cui è vanificato ogni tentativo di reazione spirituale, fisica e psicologica. L’uomo, non vive forse per analogia questo dramma, in proporzione al proprio livello spirituale? Se fosse così facilmente sopportabile, non sarebbe degna di essere chiamata sofferenza.

Forse dovremmo valutare il fatto che la croce si identifica con tutto ciò che fuggiamo, piuttosto che con quello che siamo disposti a scegliere. E quando incombe la disgrazia, chi mai sarà così affetto da pazzia da dirsi beato? Quale uomo sano di mente abbraccerebbe volontariamente una simile via, non certamente paragonabile alle vanitose penitenze con cui si tenta invano di rafforzare una volontà che si maschera dietro al perbenismo.

Le beatitudini, in realtà, sono uno stato di grazia che non dipende dalla croce penitenziale che siamo disposti a portare, ma dal modo in cui affrontiamo tutto ciò che vorremmo evitare. La beatitudine è uno stato che si gode a posteriori, non certo nella sofferenza, perché quando il dolore ha la dignità di essere chiamato tale, nel cuore opera la falce della morte.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

SPIRITO D’ECCEZIONE

Published Settembre 15th, 2008 by mastrofabbro

repressione_03-273x300 SPIRITO DECCEZIONEIl volgare trattamento che la cultura di massa ha riservato alle caustiche realtà dello spirito, ha portato ad una barbara approssimazione dell’animo umano, ingannando facilmente il profilo pressapochista dell’analfabeta spirituale contemporaneo.

“Gli uomini prendono spesso verità per errore, perché ogni qualità del cuore o dello spirito ha in corrispondenza la sua immagine falsata: la freddezza somiglia alla virtù, il ragionare alla ragionevolezza, la vuotezza alla profondità” (Chateaubriand).

Infrollito dal borghese intendere dell’avere, il barbaro frequentatore della religiosità a basso costo ha certo più interesse a cogliere l’aspetto emotivo del neofita che non l’asperità della costante lotta ascetica dell’aristocratico.
Impantanato nella ricerca di un qualche cosa che scuota l’impatto emotivo, lo stuolo dei mollicci mestieranti della fede si prona dinanzi a qualunque idea o fatto che confermi quelle piacevoli convinzioni, che assiomaticamente si sono poste a conditio sine qua non della propria patologia religiosa.

Nasce, così, la balocca consuetudine dell’insipiente, per cui il grado di intensità psico emotiva che raggiunge nella propria interiorità malata, è per lui la medesima nobiltà d’animo del gigante dello spirito, sfociando, invece, nelle puerili ed irrazionali logiche dello schizofrenico religioso.

Inutile sentenziare sugli errori del laicismo moderno se prima l’homo religiosus non fuoriesce da quel perverso meccanismo per cui se i fatti lo contraddicono, “tanto peggio per i fatti”.
Incarnare una religiosità sentimentale ed irrazionale è la colpa che grida vendetta ai nostri padri, della cui dottrina ci si è voluti servire per erigere castelli ideologici ora tradizionalisti ora progressisti, al fine di incasellare il mondo nei propri acrobatici tentativi di dittatura sulla realtà.

E’ per noi, traditori di un’incarnata dottrina che riecheggiano le parole del poeta:
E i popoli stessi son colti dalla voluttà della morte.
E tramontano le civiltà eroiche…
” (Chateaubriand).

Ed infine, nel burrascoso tramonto di un’era, sorgono, in qualche catacomba del mondo, le eccezioni, quei singoli che hanno trovato nella rassegnazione ad un ideale l’olezzo insopportabile di cui puzza la volgare viltà dell’edonismo contemporaneo.
Rivoltosi ed indignati, concentrano il proprio impegno alla ricerca della onesta e disinteressata verità, che sia per essi vantaggiosa o svantaggiosa. Costanti nel gaudio e nello sconforto, superano le prove che il destino attende, affrontando con timore e tremore quel laccio che gli è teso su tutti i sentieri (cfr. Osea 9,8), talvolta piegati dalla fatica a cui la costanza obbliga.

E’ in questa ostentata avversità, priva dei fervori gaudenti dei suddetti, che l’uomo è provato nel suo ideale, novello Giobbe che tutto sa perdere, ma non l’onore del suo fermo sposalizio a ciò che in coscienza ritiene il Bene.
Fedele a se stesso, agisce in funzione del suo pensiero e non indietreggia dinanzi alle intimidazioni di una società che lo rifiuta.
Con bocca di profeta annuncia ciò che vede, conscio della responsabilità che su di lui incombe, poiché penetrare l’anima dell’uomo e del mondo è una faccenda riservata alla spregiudicata nobiltà di chi tutto gioca per l’essere e nulla riserva per l’avere.

Schiacciato dal suo aristocratico ambire, scava in profondità la sua anima, sprigionando in modo proporzionale le ali che lo porteranno alle altezze dei nobili rapaci, che, come attente sentinelle, focalizzano da ineguagliabile altura il particolare più nascosto. Sentinella attenta del popolo che lo disprezza, sosta infaticabile alla contemplazione attiva della sua verità, pronto come un arciere a scoccare precisa la freccia che penetrerà profonda nel cuore della propria e dell’altrui coscienza.

L’inspiegabilità di una scelta dolorosa è il paradosso che crea lo spirito d’eccezione.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

LO SPIRITO SUPPONENTE

Published Agosto 24th, 2008 by mastrofabbro

Odio LO SPIRITO SUPPONENTELa storia dell’uomo non presenta quasi mai elementi di reale novità, ma presenta sempre la continua mutazione dell’ordine degli attributi dello spirito.

Nessuno ha mai negato il valore dell’umiltà, dell’equilibrio, della carità, della sapienza, del coraggio, della risolutezza, ecc., ma come durante la Cristianità questi elementi assumono una precisa connotazione contenutistica ed un assetto a finalità teologica, così con l’avanzare di nuove ideologie vanno affermandosi sistemi di pensiero differenti, che, pur sempre basandosi su una precisa ascetica, propongono un ordinamento spirituale diverso, perché diverso il fine da raggiungere.

Ogni sistema di pensiero, però, porta con sé numerose cellule infette, coloro che non hanno sufficiente grandezza per conformarsi ad un modello, che, se non prontamente sanate e recuperate, generano morbi spiritualmente parassitari ed incontrollabili, i quali presto arrivano a formare una vera e propria colonia di anime di terz’ordine: gli spiriti supponenti.

Sono i rappresentanti dell’ipocrisia della mezza intelligenza, dall’atteggiamento ignobilmente sornione e maldicente, il cui fare è determinato da quel loro essere semi erudito che, non posizionandosi né in alto né in basso nella gerarchia dello spirito, finisce per schiacciarli nella loro insopportabile mediocrità.
E’ di vendetta che essi vanno alla ricerca, è l’ascolto di quella ossessionante voce di invidia e di quel livore rancoroso di odio attivo che li porta alla supponente provocazione, alla supponente polemica, alla supponente ed incontrollabile necessità di ribassare i giganti dello spirito al loro livello di scaltrezza ciarliera ed inconsistente. Come esseri castrati nell’intelligenza o come schiavi evirati nel sentimento, cospirano spavaldi ed orgogliosi, poiché spesso ciechi di fronte alla distanza che suole affermarsi tra la loro arrogante presunzione ed il vivo sapere di chi invidiano.
Enfatizzano razionalità orizzontale perché deficienti nella dimensione verticale e come pagliacci drogati gesticolano in ogni modo affinché discorsi e fatti permangano nel basso profilo in cui amano destreggiarsi.
Si esprimono attraverso domande di cui vogliono già far intravedere l’orgoglioso scetticismo con cui tratteranno una qualunque risposta, arroccandosi su provocazioni personali legate ad esperienze che confluiscono sull’intera complessità dell’umano, così da creare quella voluta incomprensione tra le ragioni del cuore e le ragioni della geometria. Ridicola e pretestuosa usanza, quasi che il loro misero argomentare razionale possa assumersi il diritto di chiedere al sentimento prove dei primi principi, di fronte ad un cuore che non pretende dalla ragione capacità di sentimento per accettare ciò che esso prova.

Incapaci di modellare una danza sulle note rombanti dello spirito, la supponenza si pone in quel caratteristico coraggio del vigliacco, che, pur di non perdere quel miserrimo bottino di lenticchie che nasconde in cuore, non affronta la sua stessa mediocrità, preferendo livellare piuttosto di emulare, optando per la fuga attraverso le vie superbe della cecità volontaria.

Dio ce ne scampi dal divenire quello scarto del seme con cui lo spirito supponente viene generato in connubio con la mediocrità.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

ARTIGIANI DELLO SPIRITO

Published Agosto 3rd, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro ARTIGIANI DELLO SPIRITOChi siamo noi, dunque, artigiani dello spirito? Proprio non lo capite? Quand’anche io mi sforzassi di disarcionare gli steccati della vostra intelligenza, per apririvi ad una nuova evoluzione, voi non arrivereste che ad una vostra precettistica definizione, ad una categorizzazione di basso rigore, poiché mancate di arte, di quella potenza del creare in dote solo allo spirito che ha saputo abbattere con i colpi impietosi del suo martello, le cataste di precetti, di definizioni, di categorie, che il mondo suol dare in consegna alle anime plebee.

Offensivo il mio dire? E quale offesa voi mi recate con il soffio malato del vostro spirito, imbellettato dalle più diverse forme di tiepidezze creatrici?
Superbo il mio approccio? E a quale purulenta presunzione vi atteggiate voi, nozionisti del perbenismo e boia di cartapesta?

Profeti, esaltati, visionari, sapienti, saggi, santi, indemoniati, pazzi, uomini di Dio e missionari del diavolo… Molti i nomi con cui siamo chiamati, ma chi noi siamo non è argomento da professori di retorica o da barbari opinionisti, ma piuttosto ti avvicinerai a noi cercando tra la silente terra dei campi, nel fragore della marcia, tra i freddi venti boreali, nella rocciosa grotta montana, nel nascondimento del torrido deserto o mille e mille leghe sotto i mari. Lì vive il nostro spirito e chi ad esso ha vuto la forza e la costanza di giungere è stato mondato dalle capricciose vanità di cui voi ancora credete di propagandare virtù, incatenati dalla malizia di un sedentario disimpegno e dai calcoli egoistici del vostro ghigno verboso e distorto.

Oh stolti e chiacchierosi portavoce di una sentimentale e stitica interiorità, troppo evoluti noi siamo per poter soddisfare la vostra curiosità, poiché essa manca della capacità di contenerci, manca dell’unità per misurarci, manca della profondità per esplorarci. Come bambini intenti a raccogliere l’intero mare in un secchiello voi siete, ma iniziarsi ai segreti degli artigiani dello spirito non è attività degna dell’anima verbosa e triviale della donnicciola mentalmente tarata.

Cercateci con l’insistenza sincera di chi sa di non capire; veniteci a scovare laddove non avreste mai osato inoltrarvi; vagate scalzi in luoghi taglienti del vostro nulla e noi vi osserveremo nel vostro impegno evolutivo e quando vedremo il sangue sgorgare a fiotti dal corpo e mille e mille piaghe nella vostra anima, noi verremo a voi e vi doneremo le armi forgiate con il fuoco dell’inferno in cui avrete avuto il coraggio di recarvi e vi porteremo nei remoti ed eterni nascondigli in cui avrete guadagnato di regnare con scettro di costanza, corona di dedizione e trono di sapienza.

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!

GLI ASSASSINI DEL GIGANTE

Published Luglio 31st, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro GLI ASSASSINI DEL GIGANTE

Lo spirito forte è costretto a piegarsi alla tua molliccia anima per il peso ed il disgusto che prova della sua propria grandezza. Come ogni giorno tu ti riscaldi del superfluo calore che il sole getta sulla tua pelle, così la tua barbara intelligenza può nutrirsi di ciò che in eccesso il saggio dispensa pur senza volerlo.
Come astro fine a se stesso si leva alto sull’umano genere, ma schiacciato dal calcagno di acciaio e oro del suo contemplativo esperire, porge le mani ai dormienti sornioni e rozzi, portando, come il sole al tramonto, la sua luce al mondo infero.

E’ nel suo ritorno al mondo che il gigante si riconosce per grandezza e distingue il suo cuore volatile e rapace dalle mammole fiacche e grasse ben arpionate al proprio miope tragitto: è necessaria l’immensità del mare per accogliere un fiume impuro senza divenire impuri.

Egli dirà: “Il vostro chiacchiericcio bulimico offende la musica su cui il mio spirito libra la sua danza. Il vostro tiepido cuore macchia la mia visione del tutto. Le vostre inutili occupazioni sono attentati alla mia essenzialità. La vostra ossessiva vanità oltraggia il coraggio del mio lungo eremitaggio. Il vostro ottuso intendere lacera la sensibilità della mia intelligenza. Lasciate che io dia fuoco alle case e distrugga i villaggi, concedetemi di pugnalare ciascuno di voi, così da spurgare le vostre viscere dal cancro che vi corrode. Un solo fendente, vi prego, ed io forse potrò tornare nella mia solitaria grotta, scorgendovi in lontananza volare vicino alle aquile!”.

E così dirà la folla: “Chi sei tu per voler incendiare le nostre case e distruggere i nostri villaggi? Con quale diritto attenti alle nostre vite? Tu, che vanti tanta fortezza, dimostraci di portare anche il nostro peso, così che potremo essere più liberi dalle nostre croci!”.

Ed il gigante: “Nessun diritto posso vantare su voi ed i vostri villaggi, ma mio dovere è quello di avvertirvi chi io sia e quali i miei propositi, poiché un buon maestro mette in guardia i suoi discepoli contro se stesso. La vostra malizia ha stancato la terra e nessuna perdita potete concepire per farvi fratelli del vento. Io canto il fuoco e l’acciaio e voi rispondete con olezzi da latrina putrida e ruggini cancerose. Che io potrò mai avere da spartire con voi? Dove sono le lingue di fulmine che io invoco per punirvi? Dove è l’abisso in cui io chiedo siate precipitati per la vostra indolenza? Dove è fuggito il tuono che fino ad oggi ha istruito la mia voce?”.

La folla dirà: “Costui non vuol portare le nostri croci ed i nostri fardelli. Presto, uccidiamolo affinché nulla possa rimanere in vita che ci accusi al grido delle aquile, lassù dove noi non ardiamo arrivare!”.

Tramonta il gigante sugli uomini, così come il sole porta luce al suo scomparire al mondo infero, ma ditemi fratelli: siete voi in grado di bruciar le vostre case, distruggere i vostri villaggi e pugnalare le vostre viscere per farvi rapaci del cielo, o sarete voi stessi assassini del gigante?

If you enjoyed this post, make sure you subscribe to my RSS feed!