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FANNULLONE

Published novembre 12th, 2008 by Paolo De Bei

Lo spirito fannullone è dotato di quell’infingardia tipica di chi usufruisce dei talenti altrui più che dei propri, per caricare il prossimo di quelle responsabilità che non si ha convenienza portare.
Vestito di buone intenzioni, esercita segretamente una ladra malvagità, pronta a rubare il prodotto della ricca semina spirituale del gigante interiore.
Severo e timorato in quel suo aspetto di rigida compunzione, attende paziente di intravedere la ricchezza di cui impadronirsi, da cui attingerà con ingordigia d’intelletto, al fine di custodirla con avida compiacenza ed elargirne in proporzione alla soddisfazione di cui si fa mendicante.
Eppure, nonostante tutta questa fedifraga operosità, è puntellato dalla consapevolezza del suo insipido sapere e della sua sterile talentuosità, limitata ad operazione di concetto più che di reale sentimento, ad instabile vampata di sentimentalismo più che ad equilibrata valutazione d’intelletto, ad ideologia astratta più che a reale discernimento e distacco da sé. E per questo, in cuor suo, odia ed invidia la stessa fonte da cui vorrebbe succhiare la sapienza, perché pietra d’inciampo di quel formalismo che lo condanna allo specchio della propria coscienza, che lo voglia vedere o meno.
Quindi, alla costante ricerca della decapitazione spirituale di quell’interiorità rifinita e sfumata nelle mille ramificazioni e colorazioni dell’anima, sorride velenoso e, velato di falso rispetto, resta in attesa di potersi accattivare un novello Erode, che gli farà ottenere la testa di chi un tempo chiamava maestro.
Come coloro che furono sazi di pani e di pesci (Gv 6, 26), il servo malvagio ed infingardo si lascia primariamente conquistare dall’ardore iniziale, falsamente convinto di poter tramutare quell’ardore in sapienza, ma ben presto si rende conto che non vi è relazione tra la soddisfazione dello spirito ed il suo progredire. Non passerà molto che la situazione si evolverà nella consapevolezza di non poter colmare la distanza tra sé ed il maestro di spirito, poiché incolmabile è la discrepanza tra colui che soffre senza nulla pretendere e chi va in cerca di compiacimento e tutto vorrebbe senza patimento.
Infondo, l’unico segno concesso all’uomo a dimostrazione della propria interiorità, è quello di Giona (Lc 11, 29), esattamente quello che nessun fannullone dello spirito potrà mai esibire nel suo cuore.

TEORIA E PRASSI

Published agosto 23rd, 2008 by Paolo De Bei

I gregari di ogni fede o filosofia presentano spesso quella forma di inquadramento dottrinario che è proprio delle anime sagomate di femmineo lignaggio, tanto che di una maliziosa femmina portano in grembo le contraddizioni.
Ciarlieri, eccessivamente zelanti, predicatori leziosi e di affettata approssimazione, fissano con rigida scrupolosità le nozioni e le direttive che il capobranco suol conferire loro, travolgendo e soffocando tutto ciò che è in disaccordo con la dottrina professata.

Incapaci di reale concettualizzazione, poiché dell’intelligenza portano solo l’apparato logico, senza alcun apporto del più alto meccanismo assimilativo e creativo, erigono, nel loro nevrastenico intendere, pareti a tenuta stagna, così da sentire la propria causa come vaccinata da qualunque influsso linguistico ed ideale considerato estraneo.

Dal vocabolario improvvisato ed incerto, diffidano di tutto ciò che non porta un marchio di riconoscimento predefinito, una specie di codice o gergo attraverso cui il gregario riconosce il prossimo a lui simile e come appartenente ad un branco affine o nemico.

Movimenti, associazioni, scuole di pensiero, chiese, correnti culturali e qualunque sovrastruttura del pensiero, si rendono nella prassi potenzialmente esecrabili, proprio grazie a questi spiriti bassi ed ottusi, che, per un malato approccio alla dottrina di verità, la rendono inequivocabilmente falsa per mezzo di una squilibrata testimonianza.

A che servirà mai conoscere ogni iota della Bibbia, se a portare tale sapere sarà un individuo incapace di fondere con impeccabile discernimento la propulsione creatrice dell’anima, la ferrea logica della ragione, il caldo fuoco del sentimento e la sensibile passione della carne? A quale colpevole scandalo andremo incontro se per un eccesso di zelo ridurremo la più vera delle dottrine in una cozzaglia di farisaici precetti, di concettuosi ragionamenti, di funamboliche rigidità e di ossessionanti ed inessenziali rigori formali? Se gli antichi predicavano che ciò che un allievo può imparare dal suo maestro non è altro che la sovrabbondanza del suo sapere e del suo essere, quale sovrabbondanza potranno mai comunicare le orribili caricature che vanno testimoniando dottrina con la spensieratezza improvvisata di un indefinito spirito?

Eran forse più all’avanguardia le scuole gesuite, sorte in pieno periodo contro-riformista, le quali usavano selezionare i loro precettori, sì, in base alla loro preparazione, ma primariamente a seguito di una verificata maturazione umana e di una adeguata irreprensibilità, metodo che supponeva il principio di fondo per cui il sapere acquisisce la sua prorompenza in base all’assimilazione ed alla personalizzazione che di esso se ne è fatto. Inutile conoscere se poi non si hanno i mezzi per gestire con intelligenza ed equilibrio il proprio sapere, poiché ogni cosa presuppone una sua propria influenza su se stessi e sugli altri.

La superbia gonfia gli uomini di intelletto, portandoli ad una presunzione che implode in un’ottusità arrogante ed astratta ed un mancato scambio tra la conoscenza e le energie vitali portano a formulazioni fragili, esattamente come i propri progenitori, nonostante la forma convulsa ed esagitata.

Sofferenza, sacrificio, dedizione, privazione, fedeltà, costanza, fortezza, umiltà e silenzio sono gli strumenti che formano le profondità dei cuori e non certo nella misura in cui si è disposti a sopportarli, ma ben oltre il comune senso di accettazione del dolore e dell’abnegazione ci si deve costringere per una reale maturazione.
Se siamo noi a premettere i confini entro cui lo spirito si deve esercitare, certo non si amplierà mai la capacità e la portata dello spirito stesso.

Ogni specie di maestria la si paga a caro prezzo su questa terra; si è uomini della propria specialità al costo di essere anche le vittime di questa, ma tutti vogliono diversamente, vogliono una maniera più conveniente, soprattutto più comoda, non è vero lor signori?
“La vera serietà si ha solo quando un uomo, con la capacità contro la voglia, è costretto da qualcosa di superiore ad assumersi un determinato lavoro, ovvero: con capacità, controvoglia” (Kierkegaard)

… Eppur son consapevole che vuote le mie parole rimangono, poiché non vi è lettore che abbia spirito capace di contenerle per come grandi io le concepisco.