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TEOLOGIA SENZA DIO

Published dicembre 5th, 2008 by Paolo De Bei

Assisto alla lezione di teologia fondamentale dell’eminentissimo don M..
La rigidità d’espressione, la presunzione di dominare la materia, la mancananza di flessibilità argomentativa, l’ottusità di chi si avvale dell’arroganza, la vile riduzione della teologia a materia mnemonica, l’imperatività che pretende totale asservimento al suo dire… nulla di più lontano dalla teologia fondamentale, la quale dovrebbe ispirare il cuore di chi ascolta al desiderio di giungere a quella relazione trinitaria con Dio che Egli già gode in se stesso, poiché ogni branca della teologia deve avere per mira la coincidenza tra la teoria insegnata e la prassi vissuta.
La teologia, la filosofia, qualunque tipo di insegnamento, dovrebbe proporre una sapienza della mente che introduce alla bellezza del mistero, alla magnificente elevazione dell’essere. Laddove la conoscenza non sa rispettare la purezza della gratuità, la proporzione tra mente e cuore e l’integrità del sapere, non può neppure essere quel ponte che può maggiormente unire Dio all’uomo.
Il sapere è quel povero e limitato oggetto che il nostro intelletto dovrebbe usare per venire catapultato in quella dimensione dove la meditazione lascia spazio alla contemplazione.
Una teologia senza arte, è una teologia senza Dio.

QUESTIONE DI BELLEZZA

Published dicembre 3rd, 2008 by Paolo De Bei

Oggi, per accertamenti medici, ho dovuto accompagnare una persona cara a Pisa.
In attesa che le lentezze da ambulatorio logorassero la pazienza altrui, mi sono recato in Piazza dei Miracoli, così da gustare nella loro imponenza la torre che pende, ma soprattutto le imponenti rifiniture del Duomo di Santa Maria Assunta e del Battistero di S. Giovanni.
Lo stagliarsi del marmo grigio e bianco con inserti finissimamente colorati, il portone in bronzo massiccio dalla ricca iconografia, l’intersecarsi dei più diversi stili architettonici, mi hanno riportato alla potenza marinara della Pisa medioevale.
E se all’interno le colonne granitiche ed il mosaico absidale del Cristo Maestà riconducono alla mente la florida storia della Cristianità, questo non è ciò che mi ha investito l’anima.
La magnificenza di Dio, compressa ed esplosa in quella bellezza che sa essere materia e mistero ad un tempo, mi ha immerso in quell’austera ascesi artistisca che non si accontenta di vaghe approssimazioni, ma pretende di suscitare nello spirito il sentimento dell’ammirazione e dell’elevazione.
Armonia nella composizione, rispetto del canone, corrispondenza al vero, conformità teologica, simbologia accuratissima, perfezione nella prospettiva, rispetto delle proporzioni vitruviane, simmetria e mille accuratezze nel dettaglio travolgono le profondità del sentimento, con l’impeto e la delicatezza di quell’artista che ha concentrato nell’opera la sua anima attraverso l’irradiazione di un momento dell’intelletto e la pazientissima realizzazione che nel dettaglio ha trovato la sua dimensione trascendente.
Sperpero e lusso siano banditi e maledetti nella povera Chiesa di Cristo, ma stolto è colui che vorrebbe privare la magnificenza della bellezza del pregio della materia in cui essa miracolosamente viene racchiusa.

NEVROSI ED INTERIORITA’

Published ottobre 27th, 2008 by Paolo De Bei

Luomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto più facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertà, il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtà, abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.

La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto più semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtà l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poiché tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietà della propria immagine.

L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interiorità, stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialità.
Essere la propria la interiorità, significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale più alto e non dalla glorificazione della propria vanità.

Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.

ECCE HOMO!

Published agosto 6th, 2008 by Paolo De Bei

Mai la mia anima fu più triste che nell’udir il tuo macilento ragionare e mai la mia intelligenza fu tanto acutamente oltraggiata come fu nel sopportare il tuo rigido spirito da esattore.
Con vista miope e offuscata dalle piccinerie cavillose della tua dottrina, rimani appollaiato rigido sul piedistallo del precetto, mentre ripassi con spicciola ed ossessiva superficialità le strade imposte dai labirinti farisaici di una sterile morale.

Ricalchi nei tuoi gobbi gesti il vago definir “bene” dei tuoi docenti da bottega e copri il cielo di uno spesso velo grigio per non confrontare il tuo dire con il balenare della folgore.
All’albero sono necessari bufere, dubbi, brulichio di vermi e malvagità, per manifestare la qualità e la forza del suo germoglio: e che si rompa, se non è forte abbastanza! (Nietzsche) Ma tu fuggi il fragore della guerra tacciandolo come troppo vigoroso per il buoncostume del tuo paraplegico spirito; tu stigmatizzi il rombo del tuono e la devastante grandine, perché troppo spaventosi per esser contenuti dai piatti schemi geometrici del tuo vivere; tu condanni le incontenibili onde del mare e le alte cime innevate, poiché incontenibili dall’anima che ha perduto la lucentezza creatrice di cui all’origine era dotata!

Come una divinità dedita alla distruzione, sbaragli con sopita rabbia la dimensione di bellezza, che ti impegni ad ignorare per una plebea indolenza verso il sofferente parto dello spirito, che in cuor tuo disprezzi. E quandanche tu vedessi un uomo dotato di spirito di falco, tu lo riconosceresti come amico della folgore e del tuono, della grandine e del mare, delle montagne e dei venti e in esso tu vedresti esser contenuto tutta la spaventosa grandezza che non puoi sostenere.
Ecce homo! sarà il tuo grido, poiché verrà il giorno che la sua vigoria nel danzare diverrà per te paragone di condanna e allora dovrai decidere se tentare a tua volta il volo o abbattere il simbolo della tua pochezza.
Viene il giorno in cui devi scegliere chi portare alla morte: se il tuo squittio da topo selvatico o il roboante ruggito del forte, che, come abile fromboliere, scuote e fracassa il tuo vetusto mondo.

Tu vedrai il suo spirito d’artista e quanto il suo occhio abbia in potere di scrutare il mistero celantesi nella bellezza, unica regina ch’egli riconosce, unica visionaria musa ch’egli porta in cuore. E conoscerai l’equilibrio e la proporzione della saggezza di chi soppesa il contesto, l’altezza dell’intelligenza di chi la scala di Giacobbe ha percorso, la profondità del cuore di chi è sopravvissuto alla morte, ma ancor più vedrai l’opera di un dio che crea con le sue proprie mani la potenza di cui è portatore, poiché non vani sillogismi e vuota emotività lo conducono, ma piena visione di luce e colore.

Suvvia, incalza il tuo spirito e muoviti veloce nel divincolarti il cuore e la mente dalle sabbie in cui sprofondi, poiché se quel giorno tu sarai impreparato, non potrai rispondere al ruggito del forte con degna fierezza, così che nuovamente il mondo ascolterà il tuo grido di condanna: Ecce homo, ecce homo!