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DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

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GLI ASSASSINI DEL GIGANTE

Published Luglio 31st, 2008 by mastrofabbro

mastrofabbro GLI ASSASSINI DEL GIGANTE

Lo spirito forte è costretto a piegarsi alla tua molliccia anima per il peso ed il disgusto che prova della sua propria grandezza. Come ogni giorno tu ti riscaldi del superfluo calore che il sole getta sulla tua pelle, così la tua barbara intelligenza può nutrirsi di ciò che in eccesso il saggio dispensa pur senza volerlo.
Come astro fine a se stesso si leva alto sull’umano genere, ma schiacciato dal calcagno di acciaio e oro del suo contemplativo esperire, porge le mani ai dormienti sornioni e rozzi, portando, come il sole al tramonto, la sua luce al mondo infero.

E’ nel suo ritorno al mondo che il gigante si riconosce per grandezza e distingue il suo cuore volatile e rapace dalle mammole fiacche e grasse ben arpionate al proprio miope tragitto: è necessaria l’immensità del mare per accogliere un fiume impuro senza divenire impuri.

Egli dirà: “Il vostro chiacchiericcio bulimico offende la musica su cui il mio spirito libra la sua danza. Il vostro tiepido cuore macchia la mia visione del tutto. Le vostre inutili occupazioni sono attentati alla mia essenzialità. La vostra ossessiva vanità oltraggia il coraggio del mio lungo eremitaggio. Il vostro ottuso intendere lacera la sensibilità della mia intelligenza. Lasciate che io dia fuoco alle case e distrugga i villaggi, concedetemi di pugnalare ciascuno di voi, così da spurgare le vostre viscere dal cancro che vi corrode. Un solo fendente, vi prego, ed io forse potrò tornare nella mia solitaria grotta, scorgendovi in lontananza volare vicino alle aquile!”.

E così dirà la folla: “Chi sei tu per voler incendiare le nostre case e distruggere i nostri villaggi? Con quale diritto attenti alle nostre vite? Tu, che vanti tanta fortezza, dimostraci di portare anche il nostro peso, così che potremo essere più liberi dalle nostre croci!”.

Ed il gigante: “Nessun diritto posso vantare su voi ed i vostri villaggi, ma mio dovere è quello di avvertirvi chi io sia e quali i miei propositi, poiché un buon maestro mette in guardia i suoi discepoli contro se stesso. La vostra malizia ha stancato la terra e nessuna perdita potete concepire per farvi fratelli del vento. Io canto il fuoco e l’acciaio e voi rispondete con olezzi da latrina putrida e ruggini cancerose. Che io potrò mai avere da spartire con voi? Dove sono le lingue di fulmine che io invoco per punirvi? Dove è l’abisso in cui io chiedo siate precipitati per la vostra indolenza? Dove è fuggito il tuono che fino ad oggi ha istruito la mia voce?”.

La folla dirà: “Costui non vuol portare le nostri croci ed i nostri fardelli. Presto, uccidiamolo affinché nulla possa rimanere in vita che ci accusi al grido delle aquile, lassù dove noi non ardiamo arrivare!”.

Tramonta il gigante sugli uomini, così come il sole porta luce al suo scomparire al mondo infero, ma ditemi fratelli: siete voi in grado di bruciar le vostre case, distruggere i vostri villaggi e pugnalare le vostre viscere per farvi rapaci del cielo, o sarete voi stessi assassini del gigante?

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