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MURO CONTRO MURO

Published Ottobre 11th, 2008 by mastrofabbro

 MURO CONTRO MUROE’ un tempo in cui le parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in esso.

Parlare e scrivere sono giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi, per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea realmente comunicativa tra due o più individui che già non si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o scrivere.

Esperienze di vita comune, amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una concreta partecipazione… questi gli unici veri, reali e tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime sfumature.
In se stesse la comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.

Dire “Dio” equivale ad affermare tanti significati quanti sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e, perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva intenzione dell’autore.

Parlare, scrivere… usi così diffusamente sopravvalutati da costituire l’anima della società moderna, dove “ogni spiritualità si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime” (K. Jaspers).

Parlare, scrivere, lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie, repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi, servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità, dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di coloro che possono nascondere l’impropria occupazione di spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle loro verbosità.

Parlare e scrivere: queste le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in vera sofferenza.

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TUTTI ALLA MESSA

Published Settembre 29th, 2008 by mastrofabbro

 TUTTI ALLA MESSA“Io credo, io credo”: l’infingarda menzogna preposta dinanzi alle convenzioni domenicali, ove le mani si incrociano in gesti di pace, oltre la cui apparenza è pronto il veleno omicida, atto a finire la preda, già immobilizzata dalla stretta mortale dell’invidia.

Al suono delle campane ecco accorrere gli inguaribili romantici, gli immancabili paganti questuali, prontissimi a barattare il proprio euro con una dose di auto suggestione e filanti parole annuncianti amore e pentimento, ma ahimé: come ogni teatro anche il sacro tempio deve chiudere le proprie porte e ciascuno tornare nelle proprie latrine spirituali, ove il puzzo del proprio liquame si è arricchito dell’ipocrisia festiva.

Il piacere della considerazione, il sentirsi buoni, il compiacimento del vittimismo, l’aver trovato qualcuno che ti giustifica, la suggestione pseudo mistica, il clamore dello straordinario, il vagabondare in pellegrinaggi per riempire il proprio tempo, l’incrociare la spada per vincere battaglie puramente ideologiche… non è fede, ma è solo ciò che ci interessa della fede, reinterpretato a nostro piacimento. Si sceglie solo ciò che ci è piacevole, coronando con la croce la nostra apparente santità, conquistata sotto le integerrime prove mandate dal maligno, attraverso le quali si è dato mostra di come la propria anima sia arrivata alla fusione con Dio.

Tutte vomitevoli sciocchezze di basso profilo, emananti insopportabile fetore.

Abbiamo la presuntuosa concezione di conoscere chi sia Dio, solo perché nella Persona di Dio riusciamo ad imprimervi la proiezione di tutta la nostra superbia. Ciò che noi abbiamo la presunzione che sia Dio è spesso ciò che noi vorremmo essere o, nel migliore dei casi, come a noi piacerebbe che fosse Dio.

Forse dovremmo avere l’umiltà di riflettere un secondo per analizzare che cosa stiamo facendo, che cosa stiamo scegliendo.

In verità credo che non ci attendano buone notizie.

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ESSENZIALITA’

Published Settembre 23rd, 2008 by mastrofabbro

0000164a ESSENZIALITAAll’essenzialità appartiene la forma più paradossale della conoscenza: la semplicità.

Dall’essere alto ed al contempo profondo, vergine di alto lignaggio e dal carattere fortificato dalla prova, schiaccia col suo calcagno le avide menti degli ottusi, lasciandoli alle attività di erotismo intellettuale intrattenute con il superbo nozionismo.

Con sguardo veloce e penetrante, l’essenzialità passa in rassegna l’umano genere, in cerca di un singolo, di quel singolo a cui comunicare il proprio sapere e con cui intrattenere dialoghi con la mente, solo dopo averne attraversato la purezza del cuore.
Bianca ed immacolata, sensibile ad ogni sfumatura differente dalla trasparenza, scruta con occhio attento l’anima dell’eccezione: la compattezza della volontà, l’altezza della prospettiva, la lungimiranza degli orizzonti, la profondità del sentimento, la coerenza della nobiltà, il grado di sensibilità, la purezza dell’intenzione, la costanza del suo volere, la forza dell’applicazione, la temperanza dell’assimilazione, la prudenza nella circostanza, la concretezza della speranza, la veemenza della carità, il vigore della fede. In altri termini cercherà semplicità, una qualunque assenza di composizione nel cuore di quel singolo, la privazione di un qualunque compromesso tra il bene ed il male.

Risalirà le vie dell’intelletto per scoprire il coraggio della ragione, la proporzione del suo intendere, la meraviglia del suo scoprire, la sofferenza del suo sapere, l’irrequietezza della sua ricerca, l’umiltà dinanzi al mistero, la pazienza nell’incomprensione, poiché “più d’uno raggiunge la sua cima come carattere, ma la sua mente è inadeguata a questa altezza - e più d’uno il contrario” (Nietzsche).

Qualora l’essenzialità trovasse in quel singolo adeguate caratteristiche, ad egli si concederà come sposa fedele e gioiosa, manifestandosi in lui con la forza portentosa di chi sa distinguere senza dividere, di chi sa unire senza confondere, di chi tutto combatte senza distruggere, di chi sa vincere nella sconfitta.

Ed ecco che l’uomo essenziale, dall’intelletto veloce, profondo e creativo trova la sua beatitudine nell’essere per una volta come i pesci volanti e di giocare sulle estreme creste delle onde, permanendo nel suo essere senza distrazione, al cospetto di quel bene di cui ama farsi libero schiavo.

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ENTRANDO IN UNA CHIESA

Published Settembre 19th, 2008 by mastrofabbro

 ENTRANDO IN UNA CHIESAEntrato in una chiesa sento leggere questo passo evangelico

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti. (
Lc 6,17.20-26)

Talvolta mi chiedo se vi sia rimasta una cellula sana nel sistema nervoso che regola l’equilibrio psichico degli ossequiosi osservanti delle festività.

Con la compunzione degna del miglior galateo si assiste all’annuncio degno di una patologia psichica e, senza batter ciglio, si sopporta pazienti le congetture del prelato su tali pazzie. Anzi, c’è chi sonnecchia sul cadenzato nulla contenutistico, chi confronta il proprio vestito con quella del banco a lato, chi pensa più semplicemente ai fatti suoi, mentre un individuo sull’altare tratta argomentazioni sacre, quasi fossero faccende che non lo riguardassero, mettendo un po’ di pepe qua e là, al fine di ottenere il plauso della folla.

Nessuno si accorge che a leggere il passo in oggetto, sarebbe necessario sussultare di scandalo per le assurdità pronunciate, problematizzare seriamente il fatto che, a quelle condizioni, un uomo sano di mente, non si abbasserebbe mai. Non ricordo di aver mai incontrato un pagante del biglietto domenicale invocare su di sé disgrazie e persecuzioni, inveendo sinceramente contro le proprie ricchezze ed ai gozzovigli della carne e dello spirito. Piuttosto è possibile incontrare patetici sentimentali inneggianti la croce, gioiosi e festanti nel portare i pesi del mondo, alla sola condizione che il modello ed il peso della croce sia deciso di volta in volta da loro stessi.

Nessuno mai che noti le offese che, le comuni interpretazioni delle beatitudini, recano all’intelligenza, quella concreta e superiore facoltà di raziocinio che permette una proporzione tra il sensato e lo sciocco.

Perché? Mi si vorrebbe far credere che la persecuzione sarebbe per me un bene? Si pretende che io goda nella sofferenza? E’ mai possibile questo per un uomo?
Non si dice, forse, che un uomo soffre, proprio perché non gli appartiene alcuna gioia consolatrice? Sono lontane in quei momenti gli alti concetti teologici, soffocata è la fiducia nell’amore, schiacciata la voglia di vivere. Dove sta dunque la beatitudine nella sofferenza di cui tanto si ciancia? Dove mai si nasconde il sorriso quando la lacrima riga il volto della vittima della vita. Forse l’Uomo-Dio avrebbe potuto spiegarlo se anche Lui non avesse patito l’abbandono di Dio, lo stato della prova in cui è vanificato ogni tentativo di reazione spirituale, fisica e psicologica. L’uomo, non vive forse per analogia questo dramma, in proporzione al proprio livello spirituale? Se fosse così facilmente sopportabile, non sarebbe degna di essere chiamata sofferenza.

Forse dovremmo valutare il fatto che la croce si identifica con tutto ciò che fuggiamo, piuttosto che con quello che siamo disposti a scegliere. E quando incombe la disgrazia, chi mai sarà così affetto da pazzia da dirsi beato? Quale uomo sano di mente abbraccerebbe volontariamente una simile via, non certamente paragonabile alle vanitose penitenze con cui si tenta invano di rafforzare una volontà che si maschera dietro al perbenismo.

Le beatitudini, in realtà, sono uno stato di grazia che non dipende dalla croce penitenziale che siamo disposti a portare, ma dal modo in cui affrontiamo tutto ciò che vorremmo evitare. La beatitudine è uno stato che si gode a posteriori, non certo nella sofferenza, perché quando il dolore ha la dignità di essere chiamato tale, nel cuore opera la falce della morte.

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LA CRUDELTA’ DI UN SORRISO

Published Settembre 6th, 2008 by mastrofabbro

image004 LA CRUDELTA DI UN SORRISOVi è infondo qualcosa di crudele nello sguardo, un’insidia che non sfugge all’emotività dei più sensibili e all’intelletto dei più acuti.
Prendi un uomo profondo nel suo essere, abile nel mostrarsi brillante, pungente nella sua intelligenza, spiritualmente forgiato, ma proprio per questo apparentemente destinato a restar solo.
Ora prendi una graziosa fanciulla, così femminile nel suo atteggiarsi, spontanea e forbita ad un tempo, sintesi di eleganza e semplicità, non propriamente finita nello spirito ma già capace di sentimento, così magnificamente forte, indifesa e sola. Ed ecco che, per un gioco insondabile del destino, il gioioso saluto della ragazza incrocia l’eccezione spirituale del giovane, tanto che quest’ultimo non riesce a rimanere indifferente all’impatto: una forma di speranza cieca lo convince che tutto andrà per il meglio, e che la Provvidenza ha finalmente deciso di portare soccorso ad un vuoto divenuto oramai insostenibile.
In lei trova la bella complicità dell’intesa, l’inspiegabile emozione che si ottiene nel momento in cui ci si trova ad avere la medesima visione all’interno della stessa prospettiva, quella straordinaria libertà che si conquista nel varcare l’ostacolo del fraintendimento, ed è abbagliato dai suoi modi così accattivanti, eleganti, seppur così disinvolti e disinteressati.
Lei mostra di apprezzare la sua compagnia, lo stima, lo ammira, e tutto sembra essere predisposto per andare oltre l’amicizia, così che il giovane, nonostante la naturale introversione e il timore di fuoriuscire per sempre da un sogno, decide di dichiararsi, ma proprio nell’attimo in cui si sta raccogliendo per esplodere la sua interiorità, si accorge della presenza di un demone incantatore e con uno scatto disperato e rabbioso squarcia e oltrepassa la nebbia in cui era avvolto.
Ciò che lui aveva scambiato per una predilezione, per un affetto esclusivo, per un sorriso che si manifestava in modo unico ed irripetibile - poiché è così che si atteggia la sua anima - altro non era che un gioco voluttuoso, un artificio malato creato da un dislivello spirituale, poiché lei ancora giacente sotto le variazioni dell’interessante, non ancora capace di partorire un gesto nel tempo in relazione all’eternità, al “per sempre”: mutatis mutandi.
C’è qualcosa di crudele in uno sguardo superficiale, qualcosa di truce in un sorriso leggero, soprattutto se rivolti a spiriti che nulla hanno di superficiale o leggero.

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TRAMONTARE SUGLI UOMINI

Published Settembre 2nd, 2008 by mastrofabbro

tramonto_ventimiglia TRAMONTARE SUGLI UOMINILo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilità interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenità sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può che riconoscersi per l’integerrimo distacco dalla vita terrena e non può essere altrimenti: se la loro vita altro non è che uno spurgo mestruale dell’anima, per una reazione uguale e contraria l’uomo spirituale non sarà che una proiezione del proprio opposto.
Pazzi e farneticanti cialtroni! In quella claudicante cervice altro non sapete che trombettar puzzette e luoghi comuni!
Per il vero l’andatura di colui che dello spirito incarna il vigore, sarà più rispecchiante un procedere verso il tramonto che non verso un romantico risorgere, poiché ben più maschia prova attende chi i segreti dell’anima si è già spinto a conoscere. Se grande è la potenza che dimostra l’asceta nel portarsi alle frontiere dell’anima, di quale mistico coraggio dovrà armarsi per accettare di ridiscendere tra l’umano genere? E’ lui il gigante, lo spirito che, dopo la lunga ed impervia scalata sulle scivolose e acuminate rocce della sapienza, sceglie di imitare il sole al tramonto, riavvicinandosi al mutevole scorrere del tempo.
Certo, è nell’innalzarsi che egli rende onore alla sua grandezza, ma quale divina magnificenza in lui dovrà risiedere per tornare in un mondo che più non riconosce il suo incedere, che disprezza il suo stomaco leggero e detesta il suo danzare?
Tornare a rivivere in una nuova grandezza le becere e rovinose povertà di cui il mondo ama fargli carico, vincendole una volta e una volta ancora, per tutti i giorni della sua battagliera esistenza: questa è la mistica corona che lo sigilla come eccezione dello spirito, poiché catturato il sole nel suo cuore, lo tramonterà su quegli uomini che sa già esser morti e nient’altro che morte gli porteranno.

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RIGUARDO L’ALIMENTAZIONE

Published Agosto 30th, 2008 by mastrofabbro

ALIMENTAZIONE%20BOTERO RIGUARDO LALIMENTAZIONEQuesta grassa e farinosa degenerazione alimentare. Cibi pesanti, tutti ricamati di salse ed eccessivi condimenti, che non fanno altro che rallentare la digestione ed addormentare le risorse nervose.
Lo spirito ha bisogno del corpo per scatenare nel vissuto la sua ipercinesi, ma cosa mai combineranno questi corpi flaccidi dall’anima sguattera, che, riunendosi nei loro abbienti salotti, si intrattengono vicendevolmente per fagocitare pastosi rinfreschi, tracannando vino e alcool per tentare di scacciare l’annebbiamento dovuto al troppo cibo? Quale arte sarà mai partorita dalla ghiottoneria avida di questi poltroni eruditi?
Questa stupida panzana per cui il nostro corpo non contribuisce al corretto sviluppo dello spirito! Ecco che così è ben facile prendersi numerose liberalità alimentari, lontani dal comprendere che solo tramite il costante innalzarsi possono raggiungersi le più elevate alture, poiché la scalata, anche se il passo è veloce, rimane lunga ed impervia: all’anima necessita tempo per adattarsi ad ogni nuova ossigenazione e per stabilizzarsi ad ogni livello guadagnato. Quale astruso impedimento le renderemo per via di uno stomaco intossicato dalle troppe cibarie e di una mente annebbiata dal vino? Essa perderà presto l’equilibrio e precipiterà a valle tramortita, così da riadattarsi al clima afoso e soffocante dei più bassi livelli dell’essere.

In egual misura valga la regola alimentare per lo spirito tutto: colui che aspira all’indipendenza, alle grandi corse, all’andare e venire veloci, sarà necessario un pasto frugale ed essenziale, fatto di acqua cristallina, cibo leggero, parco e gustoso, così riportando lo stesso atteggiamento all’anima, la quale si guarderà bene dall’inghiottire ogni imbarazzante tautologia o sillogismo della ragione o convulse emotività di basso lignaggio; piuttosto esigerà su se stessa sempre il minor carico di peso e sarà volontariamente armata solo del profondo conoscere i fondamenti dell’essere. Vorrà muovere agilmente, in estensione e forza, il sentiero da cui un tempo fu precipitata.
Sia dato bando alla dieta estetica da femmina vanitosa o da uomo castrato nella sua virilità, così ostinati nel loro anoressico rapporto con la propria pancia da perdere di vista la natura superiore e unitaria dello spirito.
Una dieta frugale è ciò che una natura spirituale sa di dover estendere a tutti i livelli dell’individuo, poiché non c’è parte dell’essere che non influisca sull’altra, creando reciproche dipendenze.

I miei libri li ho scritti sempre con tutto il mio corpo e tutta la mia vita: non ho idea di cosa siano i problemi puramente intellettuali” (F. Nietzsche).

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IN SPIRITO E VERITA’

Published Agosto 20th, 2008 by mastrofabbro

liberaci-dal-male IN SPIRITO E VERITAI giganti dello spirito non sono mai stati una cosa sola con se stessi. Le psicologie basse ed ingarbugliate che in via approssimativa si assestano e si barricano su un unico modus essendi, assomigliano a quell’artista che per dipingere il mondo pensa di potersi servire delle volgari mescole di colore vendute al dispaccio sotto casa.

Ecco, dunque, che gli scienziati si assolutizzano il metodo sperimentale, degenerandolo in scientismo presuntuosamente onniscente; ecco che gli economisti proiettano le categorie di dare/avere su ogni particella del mondo, negando ipso facto la supremazia dell’essere; ecco che gli intellettuali si arrabattano sugli astratti specchi partoriti dai loro postulati teorici, seppellendo la loro anima sotto le macerie di un fedifrago pensiero ; ecco che i religiosi innalzano i loro vuoti osanna, partorendo nella loro spensierata, tronfia ed autoreferenziale religiosità, la più vistosa prova del tradimento della fede che vanno professando.

Spirti piccoli, bassi, incapaci di potenza creatrice, così ignobilmente cannibali da cibarsi degli altrui pensieri, per rivisitarli a proprio piacere e chiuderli all’interno del tabernacolo del proprio Io, abitato da precetti asettici e perentoriamente da seguire, divulgare e far trionfare.

E’ forse in vista di questi fastidiosi e talvolta velenosi insetti spirituali che Pascal ebbe l’intuizione di dire che bisognerebbe essere ad un tempo pirroniani, matematici e cristiani, per avvicinarsi ad una qualunque scienza, fosse anche quella della vita.
Laddove il pirroniano dubita, il matematico afferma e laddove la ragione non giunge la fede si assoggetta.

Uno, cento, mille esseri vivono nel gigante dello spirito, ciascuno desideroso di trovare predominio e tutti tormentati da un caos vibrante, incontenibile, imperioso, che permette loro di legarsi, scambiarsi, penetrarsi ed intersecarsi, fino a che lo spirito, demiurgo ordinatore e fabbro dall’impietoso martello, trova la combinazione irradiante della novella creazione, della sfavillante grandezza, della magnificente potenza e del vivo sapere.
In colui che è predestinato alla grandezza vigila con scettro di ferro l’occhio penetrante rivolto all’essenziale e morte trovano le superflue ramificazioni dell’essere, utili soltanto a rubare linfa vitale e a rallentare la fortificazione.

Non più differenza tra mente e cuore, ma solo spirito e nient’altro che spirito, inespugnabile fortezza in cui la carne, l’intelligenza ed il sentimento si son dovuti alleare e fondere assieme, per forgiare il macete con cui farsi strada nell’impervia selva in cui il gigante precipita.

Non più canzonette per uditi rozzi e grossolani, ma danze maschie e risolute alle note di maestosi flauti; non più attesa di riflessione, non è più tempo oramai: questa è l’ora di accedere al mistero della bellezza e della sua visione.
Portate le cianfrusaglie del vostro cuore al fabbro dei cuori: egli le trasformerà in sciabole, vi trafiggerà e amputerà con mano sicura ogni parte a voi inessenziale, per poi accrescere un caos vorticoso dentro di voi da cui solo i più forti sapranno uscire. Coloro che sopravviveranno, conosceranno cosa significa “in spirito e verità” (Gv 4,23).

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A PROPOSITO DI CRISTIANESIMO

Published Agosto 17th, 2008 by mastrofabbro

ezech A PROPOSITO DI CRISTIANESIMONel libro di Ezechiele viene raccontato che il Signore rubò improvvisamente la vita della moglie del profeta e che ad un tempo intimò a quest’ultimo: “Tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto”.(Ez. 24,15-24).

A me pare che la fede del gregge contemporaneo sia affetta da una balbuzia cronica, incapace di esprimere testimonianza reale e credibile a causa di quei frammenti di rozza ed incompleta grammatica spirituale con cui suole esprimersi.
Non esiste più l’alfabetizzazione dell’anima dettata da un’educazione dell’intelligenza ai paradossi divini, che chiedono di vivere per via della morte e ti intimano fortezza per via della privazione.
No, oggi l’applicazione della fede arriva fin dove la ragione comprende i piani di Dio, razionalizzandone le vie e limitandone i percorsi.
Tutti sono diventati “i dottori del più facile”, quand’anche ciò sia da sempre la direzione opposta al Cristianesimo.
Sofferenza, dolore, paradosso, son diventati termini di cui si tratta un po’ con quel tono fiabesco che si utilizza per raccontare ai bambini la favola prima di addormentarsi, così che Abramo ed Isacco si riducono ad esempi letterari di moraleggiante fattura e non rimane che quel risorgere pressaposchista borghese, fatto di sorrisi, divertimento e bell’apparire.

Vi è stato un tempo storico in cui il mondo odiava il Cristianesimo.
E’ venuto poi quello in cui tutti pretendevano di essere cristiani.
Questo è il momento della sintesi, ovvero il tempo in cui il mondo ed i cristiani odiano il vero Cristianesimo.

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DIALETTICA DI UNA VOCAZIONE

Published Agosto 10th, 2008 by mastrofabbro

Lo%20spirito%20della%20danza%202 DIALETTICA DI UNA VOCAZIONESCENA 1
Quel giorno il santo salutò il suo discepolo. Non era né il migliore né il suo prediletto, ma cera un destino di sofferenza nel suo nome:
“Vai, discendi la montagna e agita la tua sciabola sullo spirito degli uomini, affinché essi stessi conoscano la tempra del più duro acciaio”
Il discepolo discese la montagna con passo di tuono e sguardo pensieroso, poiché i turbini non esitano dinanzi al proprio scoccar potenza, per quanto nel loro esprimer fierezza, trovino anche la propria morte.
Giunse al mercato del villaggio e, arrampicatosi su un’alta roccia, predicò:
“E’ dunque giunto l’inferno in terra, per vedere siffatti mollicci demoni schiamazzar commercio come il più selvaggio dei caprai? Levate a me l’attenzione, affinché io cucia sulla vostra bocca il dignitoso silenzio di chi l’eterno sa comprimere in se stesso e vi insegni le danze di colui che cavalca le tigri!
Portatemi il vostro oro ed il vostro argento e qui incendieremo gli spiriti per fondere i vili metalli di un vano lusso, al fine di forgiare armi di conoscenza e renderci leggeri come i volatili del cielo!”.
La folla lo degnò di un beffardo attimo di attenzione, per continuare a mercanteggiare come dispettose scimmie da circo.
“Che costoro siano privi di udito?”, pensò nel suo cuore il discepolo. “Dovrò forse tagliar loro le inutili orecchie con la mia sciabola, affinché imparino i suoni dell’anima?”
Da un rivolo del villaggio si presentò una giovane donna, la cui bellezza appassiva il rifletter del sole sulle onde del mare e incatenava il dolore del cuore in un cella di meraviglia.
“Ho udito il tuo duro parlare. Da molto sono alla ricerca dei giganti, ma in nessun cuore ho scorto la grandezza della loro stirpe. Sei tu forse uno di quei giganti?”, interrogò la donna.
“Son stato allevato sulla solitaria montagna da un nobile vegliardo, ma non conosco le origini del mio sangue. Io son solo artigiano di spiriti e dispensatore di scudi e acciaio. Danzo in guerra come ardente guerriero e muoio in eterno senza rimpianti in quell’esser grandi che dà dolore”, rispose.
La donna, con il passare del tempo, rimase profondamente invaghita del cuore del discepolo, ma quest’ultimo le disse senza indugio:
“Hai tu forse il potere di impensierire il mare, o la grandezza di intonare al sole canti di guerra? Il tuo cuore è forse capace di resistere alla falce della morte, o il tuo spirito di danzare sui carboni ardenti del soffrire? Donna giusta e di mirabile bellezza tu sei, ma il mio passo è quello del tuono ed il mio stomaco quello di un falco: dovrò forse abbassare il mio volo, solo per l’amor che tu mi mi conquistasti? Dona il tuo cuore a più addomesticabili volatili, affinché la tua giovane vita non sia disgiunta dalla felicità ed il mio spirito non abbia a rammolire il suo acciaio”.
La donna si unì con un altro uomo, ma di lì a poco tempo, passando attraverso il mercato del villaggio, vide il discepolo steso a terra, pronto ad esalar il respiro della vita.
“Ma che ti è successo? Chi è stato? Presto, affinché io possa portarti le cure che ti servono”, disse la donna disperata.
“Mai il mio maestro volle chiamarmi per nome, poiché in esso era celato un destino di sofferenza. Mai volli fartene partecipe, ma ora lasciami libero di andar laddove potrò vibrar l’ascia in eterno al canto instacabile del mio dolore”.
In quel villaggio non si udirono mai più parole d’acciaio e mai nessuno scese dalla montagna per cercare il discepolo.

SCENA 2
Aveva ricevuto precise istruzioni dal maestro:
“Va, discendi la montagna ed usa la tua scure per potare le secche anime degli uomini e preparare i cuori ad accogliere il nuovo tempo che incede”.
Il discepolo discese la montagna e, giunto al villaggio in festa, si arrampicò sulla grande roccia e proclamò:
“Vi è dunque ancora un poco di virilità in questo popolo di eunuchi, più attenti a fagocitar ciambelle e a menar danze degne della più effemminata creatura? Son forse giunto in un regno di anime ermafrodite per non riuscire a scorgere neppure un virgulto di maschia causticità? Posate il vostro grasso nutrirvi e tacete quei flatulenti canti da bimbe vanitose e accostatevi a me, affinché io possa potare le secche ed inutili radici dello spirito e vi educhi a ben più rigogliosa crescita!”.
A poco valse il suo roboare, ma la freccia scoccata colpì il cuore di colei che rinvigoriva con il suo saper della fresca foglia e cullava con pelle di delicata pesca.
“Sei tu forse colui che dicono vivere sulle montagne? Chi lo ha conosciuto ha riferito che troppo duro è il suo parlare e troppo severo il suo pretendere”, chiese la giovane donna.
“Vengo dalla montagna, ma non sono colui che credi. Egli è il mio maestro e qui mi ha mandato per svuotare i bidoni dei cuori e mutarli in scrigni in attesa del suo messaggio. Io vibrerò la mia sciabola affinché chi mi trova dinanzi o perisca o risusciti”, rispose il discepolo.
Egli istruì per molto tempo la giovane donna, tanto che in cuor suo qualcosa sentì esser cambiato. Non più onde devastanti uscivan dalla bocca, non più lampi infuocavano il suo sguardo e lontano era divenuto il suono dello scalpitio del martello.
Il discepolo fu introdotto nel tempio del villaggio, ove ben argomentava di fronte ai suoi frequentatori, i quali ne ammiravano il forbito linguaggio ed il fervore dell’animo.
“Il maestro si sbagliava: nel mio nome non vi è predestinazione di sofferenza. Sono riuscito a far accogliere il suo grande messaggio ed il mio cuore giace ogni notte con una donna di rara bellezza. Quando il maestro verrà il villaggio sarà pronto ad attenderlo”, pensò nel suo cuore il discepolo.
Gli anni passarono veloci, quand’ecco che un vegliardo si vide tramontare dal monte. Aveva lo sguardo più duro del diamante ed il cuore più tenace del vento.
Il vecchio presto si mise a predicar una strana novella, indomita e forte più di ogni altra dottrina mai udita, ma ciò non piacque alla folla, poiché troppo duro era il suo aspirare, troppo grande il suo proporre e con la velocità in cui la folgore spezza la centenaria corteccia, così la folla ridusse in fin di vita il vegliardo.
Vedendo movimento assassino il giovane discepole corse attratto dalla curiosità e vide il suo anziano maestro fiottar sangue lì a terra.
“Maestro!”, grido il discepolo, oramai ben vestito e assai adornato di averi.
“Hai così dunque tradito te stesso? Hai presto lasciato le altezze del cielo per predicar dottrine di basso lignaggio. Il tuo cuore si è affievolito a meno impegnative soluzioni e ben presto il tuo blasonato fervore predicante non è più bastato per fondere e forgiare acciaio negli spiriti. Non più la tua mente si abbatteva come lancia sugli scudi nemici e non più il tuo cuore si inabissava mille e mille leghe sotto i mari, ma fino a dove l’umano genere era disposto ad accettare. Non la folla ha fatto di me vituperio, ma tu hai ucciso il tuo maestro”.

E tu, sarai capace di morire nell’ora segnata o lascerai che qualcun altro venga ucciso per te?

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