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PLATONE: LA BIGA ALATA

Published gennaio 14th, 2009 by Paolo De Bei

1 [246 a] [...] Dell’immortalità dell’anima s’è parlato abbastanza, ma quanto alla sua natura c’è questo che dobbiamo dire: definire quale essa sia, sarebbe una trattazione che assolutamente solo un dio potrebbe fare e anche lunga, ma parlarne secondo immagini è impresa umana e piú breve. Questo sia dunque il modo del nostro discorso. Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi [b] sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ciò che è anima si prende cura di ciò che è inanimato, e penetra per l’intero universo assumendo secondo i luoghi forme [c] sempre differenti. Cosí, quando sia perfetta ed alata, l’anima spazia nell’alto e governa il mondo; ma quando un’anima perde le ali, essa precipita fino a che non s’appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito della potenza dell’anima. Questa composita struttura d’anima e di corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. La definizione di immortale invece non è data da alcun argomento razionale; però noi ci preformiamo il dio, [d] senza averlo mai visto né pienamente compreso, come un certo essere immortale completo di anima e di corpo eternamente connessi in un’unica natura. Ma qui giunti, si pensi di tali questioni e se ne parli come è gradimento del dio. Noi veniamo a esaminare il perché della caduta delle ali ond’esse si staccano dall’anima. Ed è press’a poco in questo modo.

2 La funzione naturale dell’ala è di sollevare ciò che è peso e di innalzarlo là dove dimora la comunità degli dèi; e in qualche modo essa partecipa del divino piú delle altre cose che hanno attinenza con il corpo. Il divino è [e] bellezza, sapienza, bontà ed ogni altra virtú affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e si arricchisce l’ala dell’anima, mentre dalla turpitudine, dalla malvagità e da altri vizi, si corrompe e si perde. [...] L’ascesa è faticosa, perché il cavallo maligno fa peso, e tira verso terra premendo l’auriga che non l’abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la prova suprema dell’anima. Perché le anime che sono chiamate immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l’orbitare del cielo le trae attorno, cosí librate, ed esse [c] contemplano quanto sta fuori del cielo.

3 Questo sopraceleste sito nessuno dei poeti di quaggiú ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo ne è il modo, perché bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigine della [d] vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura scienza, cosí anche il pensiero di ogni altra anima cui prema di attingere ciò che le è proprio; per cui, quando finalmente esso mira l’essere, ne gode, e contemplando la verità si nutre e sta bene, [...]. Durante questo periplo essa contempla la giustizia in sé, vede la temperanza, e contempla la scienza, ma non quella [e] che è legata al divenire, né quella che varia nei diversi enti che noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che è nell’essere che veramente è. E quando essa ha contemplato del pari gli altri veri esseri e se ne è cibata, s’immerge di nuovo nel mezzo del cielo e scende a casa: ed essendo cosí giunta, il suo auriga riconduce i cavalli alla greppia e li governa con ambrosia e in piú li abbevera di nettare.

4 [248 a] Questa è la vita degli dèi. Ma fra le altre anime, quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione superceleste, ed è trascinata intorno con gli dèi nel giro di rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a fatica le realtà che sono. Ma un’altra anima ora eleva il capo ora lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle realtà vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte agognanti quell’altezza, ma poiché non ne hanno la forza, sommerse, sono spinte qua e là e cadendosi addosso si calpestano a vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l’un l’atra. Ne conseguono [b] scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l’inettitudine dell’auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver goduto la visione dell’essere e, come se ne sono allontanate, si cibano dell’opinione. La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lí in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima [c] e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi.

5 [...] Bisogna che l’uomo comprenda ciò che si chiama Idea, passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal [c] ragionamento. Questa comprensione è reminiscenza delle verità che una volta l’anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito d’un dio, e dall’alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ciò che veramente è. Proprio per questo è giusto che solo il pensiero del filosofo sia alato, perché per quanto gli è possibile sempre è fisso sul ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinità è divina. Cosí se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente perfetto; e [d] poiché si allontana dalle faccende umane, e si svolge al divino, è accusato dal volgo di essere fuori di sé, ma il volgo non sa che egli è posseduto dalla divinità. [...]” (Platone, Fedro, 246 a-249d)

MURO CONTRO MURO

Published ottobre 11th, 2008 by Paolo De Bei

E’ un tempo in cui le parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in esso.

Parlare e scrivere sono giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi, per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea realmente comunicativa tra due o più individui che già non si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o scrivere.

Esperienze di vita comune, amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una concreta partecipazione… questi gli unici veri, reali e tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime sfumature.
In se stesse la comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.

Dire “Dio” equivale ad affermare tanti significati quanti sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e, perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva intenzione dell’autore.

Parlare, scrivere… usi così diffusamente sopravvalutati da costituire l’anima della società moderna, dove “ogni spiritualità si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime” (K. Jaspers).

Parlare, scrivere, lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie, repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi, servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità, dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di coloro che possono nascondere l’impropria occupazione di spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle loro verbosità.

Parlare e scrivere: queste le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in vera sofferenza.

TUTTI ALLA MESSA

Published settembre 29th, 2008 by Paolo De Bei

“Io credo, io credo”: l’infingarda menzogna preposta dinanzi alle convenzioni domenicali, ove le mani si incrociano in gesti di pace, oltre la cui apparenza è pronto il veleno omicida, atto a finire la preda, già immobilizzata dalla stretta mortale dell’invidia.

Al suono delle campane ecco accorrere gli inguaribili romantici, gli immancabili paganti questuali, prontissimi a barattare il proprio euro con una dose di auto suggestione e filanti parole annuncianti amore e pentimento, ma ahimé: come ogni teatro anche il sacro tempio deve chiudere le proprie porte e ciascuno tornare nelle proprie latrine spirituali, ove il puzzo del proprio liquame si è arricchito dell’ipocrisia festiva.

Il piacere della considerazione, il sentirsi buoni, il compiacimento del vittimismo, l’aver trovato qualcuno che ti giustifica, la suggestione pseudo mistica, il clamore dello straordinario, il vagabondare in pellegrinaggi per riempire il proprio tempo, l’incrociare la spada per vincere battaglie puramente ideologiche… non è fede, ma è solo ciò che ci interessa della fede, reinterpretato a nostro piacimento. Si sceglie solo ciò che ci è piacevole, coronando con la croce la nostra apparente santità, conquistata sotto le integerrime prove mandate dal maligno, attraverso le quali si è dato mostra di come la propria anima sia arrivata alla fusione con Dio.

Tutte vomitevoli sciocchezze di basso profilo, emananti insopportabile fetore.

Abbiamo la presuntuosa concezione di conoscere chi sia Dio, solo perché nella Persona di Dio riusciamo ad imprimervi la proiezione di tutta la nostra superbia. Ciò che noi abbiamo la presunzione che sia Dio è spesso ciò che noi vorremmo essere o, nel migliore dei casi, come a noi piacerebbe che fosse Dio.

Forse dovremmo avere l’umiltà di riflettere un secondo per analizzare che cosa stiamo facendo, che cosa stiamo scegliendo.

In verità credo che non ci attendano buone notizie.

ESSENZIALITA’

Published settembre 23rd, 2008 by Paolo De Bei

All’essenzialità appartiene la forma più paradossale della conoscenza: la semplicità.

Dall’essere alto ed al contempo profondo, vergine di alto lignaggio e dal carattere fortificato dalla prova, schiaccia col suo calcagno le avide menti degli ottusi, lasciandoli alle attività di erotismo intellettuale intrattenute con il superbo nozionismo.

Con sguardo veloce e penetrante, l’essenzialità passa in rassegna l’umano genere, in cerca di un singolo, di quel singolo a cui comunicare il proprio sapere e con cui intrattenere dialoghi con la mente, solo dopo averne attraversato la purezza del cuore.
Bianca ed immacolata, sensibile ad ogni sfumatura differente dalla trasparenza, scruta con occhio attento l’anima dell’eccezione: la compattezza della volontà, l’altezza della prospettiva, la lungimiranza degli orizzonti, la profondità del sentimento, la coerenza della nobiltà, il grado di sensibilità, la purezza dell’intenzione, la costanza del suo volere, la forza dell’applicazione, la temperanza dell’assimilazione, la prudenza nella circostanza, la concretezza della speranza, la veemenza della carità, il vigore della fede. In altri termini cercherà semplicità, una qualunque assenza di composizione nel cuore di quel singolo, la privazione di un qualunque compromesso tra il bene ed il male.

Risalirà le vie dell’intelletto per scoprire il coraggio della ragione, la proporzione del suo intendere, la meraviglia del suo scoprire, la sofferenza del suo sapere, l’irrequietezza della sua ricerca, l’umiltà dinanzi al mistero, la pazienza nell’incomprensione, poiché “più d’uno raggiunge la sua cima come carattere, ma la sua mente è inadeguata a questa altezza – e più d’uno il contrario” (Nietzsche).

Qualora l’essenzialità trovasse in quel singolo adeguate caratteristiche, ad egli si concederà come sposa fedele e gioiosa, manifestandosi in lui con la forza portentosa di chi sa distinguere senza dividere, di chi sa unire senza confondere, di chi tutto combatte senza distruggere, di chi sa vincere nella sconfitta.

Ed ecco che l’uomo essenziale, dall’intelletto veloce, profondo e creativo trova la sua beatitudine nell’essere per una volta come i pesci volanti e di giocare sulle estreme creste delle onde, permanendo nel suo essere senza distrazione, al cospetto di quel bene di cui ama farsi libero schiavo.

ENTRANDO IN UNA CHIESA

Published settembre 19th, 2008 by Paolo De Bei

Entrato in una chiesa sento leggere questo passo evangelico

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti. (
Lc 6,17.20-26)

Talvolta mi chiedo se vi sia rimasta una cellula sana nel sistema nervoso che regola l’equilibrio psichico degli ossequiosi osservanti delle festività.

Con la compunzione degna del miglior galateo si assiste all’annuncio degno di una patologia psichica e, senza batter ciglio, si sopporta pazienti le congetture del prelato su tali pazzie. Anzi, c’è chi sonnecchia sul cadenzato nulla contenutistico, chi confronta il proprio vestito con quella del banco a lato, chi pensa più semplicemente ai fatti suoi, mentre un individuo sull’altare tratta argomentazioni sacre, quasi fossero faccende che non lo riguardassero, mettendo un po’ di pepe qua e là, al fine di ottenere il plauso della folla.

Nessuno si accorge che a leggere il passo in oggetto, sarebbe necessario sussultare di scandalo per le assurdità pronunciate, problematizzare seriamente il fatto che, a quelle condizioni, un uomo sano di mente, non si abbasserebbe mai. Non ricordo di aver mai incontrato un pagante del biglietto domenicale invocare su di sé disgrazie e persecuzioni, inveendo sinceramente contro le proprie ricchezze ed ai gozzovigli della carne e dello spirito. Piuttosto è possibile incontrare patetici sentimentali inneggianti la croce, gioiosi e festanti nel portare i pesi del mondo, alla sola condizione che il modello ed il peso della croce sia deciso di volta in volta da loro stessi.

Nessuno mai che noti le offese che, le comuni interpretazioni delle beatitudini, recano all’intelligenza, quella concreta e superiore facoltà di raziocinio che permette una proporzione tra il sensato e lo sciocco.

Perché? Mi si vorrebbe far credere che la persecuzione sarebbe per me un bene? Si pretende che io goda nella sofferenza? E’ mai possibile questo per un uomo?
Non si dice, forse, che un uomo soffre, proprio perché non gli appartiene alcuna gioia consolatrice? Sono lontane in quei momenti gli alti concetti teologici, soffocata è la fiducia nell’amore, schiacciata la voglia di vivere. Dove sta dunque la beatitudine nella sofferenza di cui tanto si ciancia? Dove mai si nasconde il sorriso quando la lacrima riga il volto della vittima della vita. Forse l’Uomo-Dio avrebbe potuto spiegarlo se anche Lui non avesse patito l’abbandono di Dio, lo stato della prova in cui è vanificato ogni tentativo di reazione spirituale, fisica e psicologica. L’uomo, non vive forse per analogia questo dramma, in proporzione al proprio livello spirituale? Se fosse così facilmente sopportabile, non sarebbe degna di essere chiamata sofferenza.

Forse dovremmo valutare il fatto che la croce si identifica con tutto ciò che fuggiamo, piuttosto che con quello che siamo disposti a scegliere. E quando incombe la disgrazia, chi mai sarà così affetto da pazzia da dirsi beato? Quale uomo sano di mente abbraccerebbe volontariamente una simile via, non certamente paragonabile alle vanitose penitenze con cui si tenta invano di rafforzare una volontà che si maschera dietro al perbenismo.

Le beatitudini, in realtà, sono uno stato di grazia che non dipende dalla croce penitenziale che siamo disposti a portare, ma dal modo in cui affrontiamo tutto ciò che vorremmo evitare. La beatitudine è uno stato che si gode a posteriori, non certo nella sofferenza, perché quando il dolore ha la dignità di essere chiamato tale, nel cuore opera la falce della morte.

LA CRUDELTA’ DI UN SORRISO

Published settembre 6th, 2008 by Paolo De Bei

Vi è infondo qualcosa di crudele nello sguardo, un’insidia che non sfugge all’emotività dei più sensibili e all’intelletto dei più acuti.
Prendi un uomo profondo nel suo essere, abile nel mostrarsi brillante, pungente nella sua intelligenza, spiritualmente forgiato, ma proprio per questo apparentemente destinato a restar solo.
Ora prendi una graziosa fanciulla, così femminile nel suo atteggiarsi, spontanea e forbita ad un tempo, sintesi di eleganza e semplicità, non propriamente finita nello spirito ma già capace di sentimento, così magnificamente forte, indifesa e sola. Ed ecco che, per un gioco insondabile del destino, il gioioso saluto della ragazza incrocia l’eccezione spirituale del giovane, tanto che quest’ultimo non riesce a rimanere indifferente all’impatto: una forma di speranza cieca lo convince che tutto andrà per il meglio, e che la Provvidenza ha finalmente deciso di portare soccorso ad un vuoto divenuto oramai insostenibile.
In lei trova la bella complicità dell’intesa, l’inspiegabile emozione che si ottiene nel momento in cui ci si trova ad avere la medesima visione all’interno della stessa prospettiva, quella straordinaria libertà che si conquista nel varcare l’ostacolo del fraintendimento, ed è abbagliato dai suoi modi così accattivanti, eleganti, seppur così disinvolti e disinteressati.
Lei mostra di apprezzare la sua compagnia, lo stima, lo ammira, e tutto sembra essere predisposto per andare oltre l’amicizia, così che il giovane, nonostante la naturale introversione e il timore di fuoriuscire per sempre da un sogno, decide di dichiararsi, ma proprio nell’attimo in cui si sta raccogliendo per esplodere la sua interiorità, si accorge della presenza di un demone incantatore e con uno scatto disperato e rabbioso squarcia e oltrepassa la nebbia in cui era avvolto.
Ciò che lui aveva scambiato per una predilezione, per un affetto esclusivo, per un sorriso che si manifestava in modo unico ed irripetibile – poiché è così che si atteggia la sua anima – altro non era che un gioco voluttuoso, un artificio malato creato da un dislivello spirituale, poiché lei ancora giacente sotto le variazioni dell’interessante, non ancora capace di partorire un gesto nel tempo in relazione all’eternità, al “per sempre”: mutatis mutandi.
C’è qualcosa di crudele in uno sguardo superficiale, qualcosa di truce in un sorriso leggero, soprattutto se rivolti a spiriti che nulla hanno di superficiale o leggero.

TRAMONTARE SUGLI UOMINI

Published settembre 2nd, 2008 by Paolo De Bei

Lo spirito forte, il saldo e risoluto condottiero di se stesso, viene identificato dalle anime molli e volgari come colui che ha raggiunto l’immobilità interiore, la pace di una sedicente mistica, la serenità sabbatica di un asceta disincarnato. Per i lardellosi sognatori ben assestati sul piedistallo del proprio ego, il gigante dello spirito non può che riconoscersi per l’integerrimo distacco dalla vita terrena e non può essere altrimenti: se la loro vita altro non è che uno spurgo mestruale dell’anima, per una reazione uguale e contraria l’uomo spirituale non sarà che una proiezione del proprio opposto.
Pazzi e farneticanti cialtroni! In quella claudicante cervice altro non sapete che trombettar puzzette e luoghi comuni!
Per il vero l’andatura di colui che dello spirito incarna il vigore, sarà più rispecchiante un procedere verso il tramonto che non verso un romantico risorgere, poiché ben più maschia prova attende chi i segreti dell’anima si è già spinto a conoscere. Se grande è la potenza che dimostra l’asceta nel portarsi alle frontiere dell’anima, di quale mistico coraggio dovrà armarsi per accettare di ridiscendere tra l’umano genere? E’ lui il gigante, lo spirito che, dopo la lunga ed impervia scalata sulle scivolose e acuminate rocce della sapienza, sceglie di imitare il sole al tramonto, riavvicinandosi al mutevole scorrere del tempo.
Certo, è nell’innalzarsi che egli rende onore alla sua grandezza, ma quale divina magnificenza in lui dovrà risiedere per tornare in un mondo che più non riconosce il suo incedere, che disprezza il suo stomaco leggero e detesta il suo danzare?
Tornare a rivivere in una nuova grandezza le becere e rovinose povertà di cui il mondo ama fargli carico, vincendole una volta e una volta ancora, per tutti i giorni della sua battagliera esistenza: questa è la mistica corona che lo sigilla come eccezione dello spirito, poiché catturato il sole nel suo cuore, lo tramonterà su quegli uomini che sa già esser morti e nient’altro che morte gli porteranno.

RIGUARDO L’ALIMENTAZIONE

Published agosto 30th, 2008 by Paolo De Bei

Questa grassa e farinosa degenerazione alimentare. Cibi pesanti, tutti ricamati di salse ed eccessivi condimenti, che non fanno altro che rallentare la digestione ed addormentare le risorse nervose.
Lo spirito ha bisogno del corpo per scatenare nel vissuto la sua ipercinesi, ma cosa mai combineranno questi corpi flaccidi dall’anima sguattera, che, riunendosi nei loro abbienti salotti, si intrattengono vicendevolmente per fagocitare pastosi rinfreschi, tracannando vino e alcool per tentare di scacciare l’annebbiamento dovuto al troppo cibo? Quale arte sarà mai partorita dalla ghiottoneria avida di questi poltroni eruditi?
Questa stupida panzana per cui il nostro corpo non contribuisce al corretto sviluppo dello spirito! Ecco che così è ben facile prendersi numerose liberalità alimentari, lontani dal comprendere che solo tramite il costante innalzarsi possono raggiungersi le più elevate alture, poiché la scalata, anche se il passo è veloce, rimane lunga ed impervia: all’anima necessita tempo per adattarsi ad ogni nuova ossigenazione e per stabilizzarsi ad ogni livello guadagnato. Quale astruso impedimento le renderemo per via di uno stomaco intossicato dalle troppe cibarie e di una mente annebbiata dal vino? Essa perderà presto l’equilibrio e precipiterà a valle tramortita, così da riadattarsi al clima afoso e soffocante dei più bassi livelli dell’essere.

In egual misura valga la regola alimentare per lo spirito tutto: colui che aspira all’indipendenza, alle grandi corse, all’andare e venire veloci, sarà necessario un pasto frugale ed essenziale, fatto di acqua cristallina, cibo leggero, parco e gustoso, così riportando lo stesso atteggiamento all’anima, la quale si guarderà bene dall’inghiottire ogni imbarazzante tautologia o sillogismo della ragione o convulse emotività di basso lignaggio; piuttosto esigerà su se stessa sempre il minor carico di peso e sarà volontariamente armata solo del profondo conoscere i fondamenti dell’essere. Vorrà muovere agilmente, in estensione e forza, il sentiero da cui un tempo fu precipitata.
Sia dato bando alla dieta estetica da femmina vanitosa o da uomo castrato nella sua virilità, così ostinati nel loro anoressico rapporto con la propria pancia da perdere di vista la natura superiore e unitaria dello spirito.
Una dieta frugale è ciò che una natura spirituale sa di dover estendere a tutti i livelli dell’individuo, poiché non c’è parte dell’essere che non influisca sull’altra, creando reciproche dipendenze.

I miei libri li ho scritti sempre con tutto il mio corpo e tutta la mia vita: non ho idea di cosa siano i problemi puramente intellettuali” (F. Nietzsche).

IN SPIRITO E VERITA’

Published agosto 20th, 2008 by Paolo De Bei

I giganti dello spirito non sono mai stati una cosa sola con se stessi. Le psicologie basse ed ingarbugliate che in via approssimativa si assestano e si barricano su un unico modus essendi, assomigliano a quell’artista che per dipingere il mondo pensa di potersi servire delle volgari mescole di colore vendute al dispaccio sotto casa.

Ecco, dunque, che gli scienziati si assolutizzano il metodo sperimentale, degenerandolo in scientismo presuntuosamente onniscente; ecco che gli economisti proiettano le categorie di dare/avere su ogni particella del mondo, negando ipso facto la supremazia dell’essere; ecco che gli intellettuali si arrabattano sugli astratti specchi partoriti dai loro postulati teorici, seppellendo la loro anima sotto le macerie di un fedifrago pensiero ; ecco che i religiosi innalzano i loro vuoti osanna, partorendo nella loro spensierata, tronfia ed autoreferenziale religiosità, la più vistosa prova del tradimento della fede che vanno professando.

Spirti piccoli, bassi, incapaci di potenza creatrice, così ignobilmente cannibali da cibarsi degli altrui pensieri, per rivisitarli a proprio piacere e chiuderli all’interno del tabernacolo del proprio Io, abitato da precetti asettici e perentoriamente da seguire, divulgare e far trionfare.

E’ forse in vista di questi fastidiosi e talvolta velenosi insetti spirituali che Pascal ebbe l’intuizione di dire che bisognerebbe essere ad un tempo pirroniani, matematici e cristiani, per avvicinarsi ad una qualunque scienza, fosse anche quella della vita.
Laddove il pirroniano dubita, il matematico afferma e laddove la ragione non giunge la fede si assoggetta.

Uno, cento, mille esseri vivono nel gigante dello spirito, ciascuno desideroso di trovare predominio e tutti tormentati da un caos vibrante, incontenibile, imperioso, che permette loro di legarsi, scambiarsi, penetrarsi ed intersecarsi, fino a che lo spirito, demiurgo ordinatore e fabbro dall’impietoso martello, trova la combinazione irradiante della novella creazione, della sfavillante grandezza, della magnificente potenza e del vivo sapere.
In colui che è predestinato alla grandezza vigila con scettro di ferro l’occhio penetrante rivolto all’essenziale e morte trovano le superflue ramificazioni dell’essere, utili soltanto a rubare linfa vitale e a rallentare la fortificazione.

Non più differenza tra mente e cuore, ma solo spirito e nient’altro che spirito, inespugnabile fortezza in cui la carne, l’intelligenza ed il sentimento si son dovuti alleare e fondere assieme, per forgiare il macete con cui farsi strada nell’impervia selva in cui il gigante precipita.

Non più canzonette per uditi rozzi e grossolani, ma danze maschie e risolute alle note di maestosi flauti; non più attesa di riflessione, non è più tempo oramai: questa è l’ora di accedere al mistero della bellezza e della sua visione.
Portate le cianfrusaglie del vostro cuore al fabbro dei cuori: egli le trasformerà in sciabole, vi trafiggerà e amputerà con mano sicura ogni parte a voi inessenziale, per poi accrescere un caos vorticoso dentro di voi da cui solo i più forti sapranno uscire. Coloro che sopravviveranno, conosceranno cosa significa “in spirito e verità” (Gv 4,23).

A PROPOSITO DI CRISTIANESIMO

Published agosto 17th, 2008 by Paolo De Bei

Nel libro di Ezechiele viene raccontato che il Signore rubò improvvisamente la vita della moglie del profeta e che ad un tempo intimò a quest’ultimo: “Tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto”.(Ez. 24,15-24).

A me pare che la fede del gregge contemporaneo sia affetta da una balbuzia cronica, incapace di esprimere testimonianza reale e credibile a causa di quei frammenti di rozza ed incompleta grammatica spirituale con cui suole esprimersi.
Non esiste più l’alfabetizzazione dell’anima dettata da un’educazione dell’intelligenza ai paradossi divini, che chiedono di vivere per via della morte e ti intimano fortezza per via della privazione.
No, oggi l’applicazione della fede arriva fin dove la ragione comprende i piani di Dio, razionalizzandone le vie e limitandone i percorsi.
Tutti sono diventati “i dottori del più facile”, quand’anche ciò sia da sempre la direzione opposta al Cristianesimo.
Sofferenza, dolore, paradosso, son diventati termini di cui si tratta un po’ con quel tono fiabesco che si utilizza per raccontare ai bambini la favola prima di addormentarsi, così che Abramo ed Isacco si riducono ad esempi letterari di moraleggiante fattura e non rimane che quel risorgere pressaposchista borghese, fatto di sorrisi, divertimento e bell’apparire.

Vi è stato un tempo storico in cui il mondo odiava il Cristianesimo.
E’ venuto poi quello in cui tutti pretendevano di essere cristiani.
Questo è il momento della sintesi, ovvero il tempo in cui il mondo ed i cristiani odiano il vero Cristianesimo.