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TEOLOGIA SENZA DIO

Published Dicembre 5th, 2008 by mastrofabbro

ndb_arte01_1600x1200 TEOLOGIA SENZA DIOAssisto alla lezione di teologia fondamentale dell’eminentissimo don M..
La rigidità d’espressione, la presunzione di dominare la materia, la mancananza di flessibilità argomentativa, l’ottusità di chi si avvale dell’arroganza, la vile riduzione della teologia a materia mnemonica, l’imperatività che pretende totale asservimento al suo dire… nulla di più lontano dalla teologia fondamentale, la quale dovrebbe ispirare il cuore di chi ascolta al desiderio di giungere a quella relazione trinitaria con Dio che Egli già gode in se stesso, poiché ogni branca della teologia deve avere per mira la coincidenza tra la teoria insegnata e la prassi vissuta.
La teologia, la filosofia, qualunque tipo di insegnamento, dovrebbe proporre una sapienza della mente che introduce alla bellezza del mistero, alla magnificente elevazione dell’essere. Laddove la conoscenza non sa rispettare la purezza della gratuità, la proporzione tra mente e cuore e l’integrità del sapere, non può neppure essere quel ponte che può maggiormente unire Dio all’uomo.
Il sapere è quel povero e limitato oggetto che il nostro intelletto dovrebbe usare per venire catapultato in quella dimensione dove la meditazione lascia spazio alla contemplazione.
Una teologia senza arte, è una teologia senza Dio.

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LETTERA AD UN AMICO

Published Novembre 21st, 2008 by mastrofabbro

Caro amico,
ti scrivo perché talvolta la lontananza fa riflettere su quando siamo vicini, così vicini da non accorgerci neppure di quanto valore abbia lo stare insieme.
Ti scrivo per chiederti perdono dei miei tanti difetti, delle mie freddezze, delle mie chiusure, dei miei egoismi, del mio carattere che spesso va a ferire la tua necessità di calore ed affetto, verso cui sono sempre in condizione di difetto.
Ti scrivo perché so che ci sei e per l’importanza del tuo esserci: la tua presenza mi dà sicurezza, stabilità, regolarità, equilibrio, appoggio, serenità, solarità, solerzia, concretezza, audacia, fiducia, coraggio, ottimismo ed uno sprone per dare sempre con la gratuità di cui sei esempio.
Ti scrivo perché voglio contribuire a donarti quella stima di cui sei meritevole.
Ti scrivo perché vorrei che tu accettassi ogni giorno di più l’offerta della mia amicizia, nella mia difettosa, personale e limitata espressione di umanità, ma che, se ne avrai voglia, vorrei impegnarmi a migliorare sempre più.
Ti scrivo perché mi è più semplice scrivere che parlare e perché possa rimanerti il segno tangibile della pienezza dei miei sentimenti nel giorno della prova, dell’incomprensione e dello sconforto.
Ti scrivo perché voglio che il mio dire sia indelebile al tempo e per ricordare al mio cuore la sua propria stoltezza, per quando non si inchina sufficientemente ammirato dinanzi a quegli slanci sinceri digenerosità su cui germoglia florida la tua anima.
Ti scrivo per cancellare gli oltraggi che la gente ti reca con la sua meschinità e per rinverdire in te quei virgulti di dolcezza e spontaneità che gli uomini avrebbero voluto falciare alla radice.
Ti scrivo perché non mi importa dei tuo difetti e dei tuoi limiti e ti amo per quel che sei, al di là di ogni bene e di ogni male.
Ti scrivo perché la mia superficialità non mi ha mai permesso di farlo e mai potrò colmare il tempo perduto.
Ti scrivo perché ti sono grato della tua stima e per l’immeritata ospitalità con cui mi hai dato accesso al tuo cuore.
Caro amico, ti scrivo perché sei tu e non altri e vorrei che tu ricevessi questa mia lettera come il mio più tenero abbraccio, quello che è solo nostro e la cui profondità sarà eternamente risaputa solo nel nostro intimo scambio d’amore.
Con tutta quella sincerità di affetto e gratitudine che il mio spirito può partorire e donare,
il tuo per sempre amico…

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MAESTRO E AMICO

Published Novembre 9th, 2008 by mastrofabbro

immaginemanico7 MAESTRO E AMICOL’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

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QUANDO TUTTI SIAMO BEATI

Published Novembre 6th, 2008 by mastrofabbro

DomusScultura QUANDO TUTTI SIAMO BEATIGandhi osservava che le parole, al pari degli esseri umani, “si evolvono gradualmente nel loro contenuto. Per esempio, il contenuto della parola più ricca - Dio - non è uguale per ciascuno di noi”, ma varia con l’esperienza di ogni singolo.

Le Beatitudini hanno una così insondabile profondità che mi rende curiosa la competenza professorale dei contemporanei, così fumosamente dialogata dalla verbosità modernista e così tragicamente astratta dalla rigidità tradizionalista.

E’ l’eterno ritorno di una tragedia annunciata, ovvero la ruduzione dello spirito religioso in una dimostrazione di un postulato ideologico.
Ed ecco che per alcuni la povertà materiale diverrà la sola via perfetta per chi vuole giungere all’imitatio Christi, mentre altri avranno già incaricato qualcuno di dimostrare che “la povertà” è da intendersi in senso solo spirituale.

Diciamocelo, il Cristianesimo è divenuto un sistema morale, un impianto teologico.
Razionalista od irrazionalista, esso è divenuto un postulato da cui partire e a cui si arrivare, attraverso la strada che più compiace il proprio io, ovviamente a difesa di una mascherata mediocrità.

Il nostro è il mondo dei professori, di quelli che tutto bollano e tutto inscatolano in un manuale, ora vuota robaccia letteraria, ora rigido precetto istituzionalizzato.
Chissà che la Beatitudine non sia altro che la risultante di una coscienza risolutamente ferma nel Bene, capace di partorire, per la sua unicità incarnata in un’irripetibile persona, forme sempre nuove e diverse di grandezza dello spirito, senza dover essere assoggettati a sistemi morali e a scuole teologiche. Chissà che la Beatitudine di un’anima se ne infischi dei nevrotici rituali da ossessionati della forma, ma, nella rispettosità di questi ultimi, ne diventi vera e più essenziale espressione, attraverso l’espressione esistenziale di ciò che altri proclamano a parole. Chissà che la Beatitudine non sia né una causa, né un mezzo, né un fine, ma solamente una grazia gratuitamente ricevuta, a seguito della costante fedeltà al Bene, anche nelle questioni più minute.

Inutile dilungarsi. Ciascuno dà ciò che ha, in base all’evoluzione interiore percorsa da parole che sono uguali per tutti nella forma, ma che l’uomo d’eccezione sa rendere grandi, opportune et inopportune.

E tu, le Beatitudini le pensi con la ragione o le descrivi per visione del cuore?

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MURO CONTRO MURO

Published Ottobre 11th, 2008 by mastrofabbro

 MURO CONTRO MUROE’ un tempo in cui le parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in esso.

Parlare e scrivere sono giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi, per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea realmente comunicativa tra due o più individui che già non si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o scrivere.

Esperienze di vita comune, amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una concreta partecipazione… questi gli unici veri, reali e tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime sfumature.
In se stesse la comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.

Dire “Dio” equivale ad affermare tanti significati quanti sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e, perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva intenzione dell’autore.

Parlare, scrivere… usi così diffusamente sopravvalutati da costituire l’anima della società moderna, dove “ogni spiritualità si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime” (K. Jaspers).

Parlare, scrivere, lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie, repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi, servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità, dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di coloro che possono nascondere l’impropria occupazione di spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle loro verbosità.

Parlare e scrivere: queste le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in vera sofferenza.

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LA CRUDELTA’ DI UN SORRISO

Published Settembre 6th, 2008 by mastrofabbro

image004 LA CRUDELTA DI UN SORRISOVi è infondo qualcosa di crudele nello sguardo, un’insidia che non sfugge all’emotività dei più sensibili e all’intelletto dei più acuti.
Prendi un uomo profondo nel suo essere, abile nel mostrarsi brillante, pungente nella sua intelligenza, spiritualmente forgiato, ma proprio per questo apparentemente destinato a restar solo.
Ora prendi una graziosa fanciulla, così femminile nel suo atteggiarsi, spontanea e forbita ad un tempo, sintesi di eleganza e semplicità, non propriamente finita nello spirito ma già capace di sentimento, così magnificamente forte, indifesa e sola. Ed ecco che, per un gioco insondabile del destino, il gioioso saluto della ragazza incrocia l’eccezione spirituale del giovane, tanto che quest’ultimo non riesce a rimanere indifferente all’impatto: una forma di speranza cieca lo convince che tutto andrà per il meglio, e che la Provvidenza ha finalmente deciso di portare soccorso ad un vuoto divenuto oramai insostenibile.
In lei trova la bella complicità dell’intesa, l’inspiegabile emozione che si ottiene nel momento in cui ci si trova ad avere la medesima visione all’interno della stessa prospettiva, quella straordinaria libertà che si conquista nel varcare l’ostacolo del fraintendimento, ed è abbagliato dai suoi modi così accattivanti, eleganti, seppur così disinvolti e disinteressati.
Lei mostra di apprezzare la sua compagnia, lo stima, lo ammira, e tutto sembra essere predisposto per andare oltre l’amicizia, così che il giovane, nonostante la naturale introversione e il timore di fuoriuscire per sempre da un sogno, decide di dichiararsi, ma proprio nell’attimo in cui si sta raccogliendo per esplodere la sua interiorità, si accorge della presenza di un demone incantatore e con uno scatto disperato e rabbioso squarcia e oltrepassa la nebbia in cui era avvolto.
Ciò che lui aveva scambiato per una predilezione, per un affetto esclusivo, per un sorriso che si manifestava in modo unico ed irripetibile - poiché è così che si atteggia la sua anima - altro non era che un gioco voluttuoso, un artificio malato creato da un dislivello spirituale, poiché lei ancora giacente sotto le variazioni dell’interessante, non ancora capace di partorire un gesto nel tempo in relazione all’eternità, al “per sempre”: mutatis mutandi.
C’è qualcosa di crudele in uno sguardo superficiale, qualcosa di truce in un sorriso leggero, soprattutto se rivolti a spiriti che nulla hanno di superficiale o leggero.

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SU PASCOLI ERBOSI MI FA RIPOSARE

Published Luglio 30th, 2008 by admin

mastrofabbro SU PASCOLI ERBOSI MI FA RIPOSARESe si vanta, l’abbasso; se s’abbassa, lo innalzo; lo contraddico sempre fino a che comprenda che è un mostro incomprensibile (B. Pascal).
Derido colui che già non si beffi di se stesso e come vento australe canto e danzo sul suo tronfio ventre, calpestandolo finché da esso non rigurgiti la chiaroveggenza illuminata della sua impotenza.

Vieni ai miei pascoli e dimenticherai i tuoi rammolliti pensieri e le tue effemminate sofferenze, poiché ogni lirismo astratto sarà falciato da una lama tanto fredda da essere rovente ed il tuo crederti maestro sarà presto frantumato dalle mandibole di orchi feroci e fate assassine.  
La tua presunzione si scioglierà come grasso colante al fuoco di una lava incandescente e le tue misere debolezze saranno spappolate al suolo da una forza di gravità a cui solo i più forti sanno sopravvivere.
Se all’anima riuscirà di rimanerti in corpo, allora tu diventerai un demone, un nuovo semidio partorito dall’essenzialità dello spirito e dalla fortezza della costanza. Pensiero e volontà coincideranno e nulla che non sarà concreta vitalità sarà da te concepito e dalle altezze in cui avrai costruito il tuo nido, griderai: “La leggerezza del mio sapermi nulla mi ha fatto giungere fin qui. Il pugnale feroce ed omicida del dolore mi ha confidato i segreti degli abissi ed il mio coraggio non li ha ripudiati. Derido me stesso perché vedo altezze inarrivabili e mi abbatto come un angelo apocalittico su coloro che ancora qualcosa si credono, perché ho scoperto che nulla di più basso e falso c’è dell’impertinenza dello spirito!”

In cambio io ti darò l’incomprensione ed il disprezzo degli uomini, poiché loro non comprendono né il dolore né la realtà più vera che da esso scaturisce. Affaccendati nel lustrare e cospargere di pajette i loro spiriti sepolcrali, non useranno muoversi in tuo soccorso, poiché, a tua volta, arriveresti a cantare e danzare su di loro, proprio come quel giorno lontano accadde a te. Ti temeranno e perciò ti odieranno e preferiranno ucciderti piuttosto di prestare il loro ventre ai tuoi piedi insanguinati, sopravvissuti ai pascoli in cui ti avevo condotto.
E tu, con il distacco del savio, disprezzerai coloro che un tempo furono tuoi simili, per la maliziosa viltà del preferir marcire nel loro claudicante spirito, piuttosto di vedere il proprio sangue traghettarli alle alte e disilluse immagini della verità.

E tu, cosa sei disposto a perdere?

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