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LETTERA AD UN AMICO

Published novembre 21st, 2008 by Paolo De Bei

Caro amico,
ti scrivo perché talvolta la lontananza fa riflettere su quando siamo vicini, così vicini da non accorgerci neppure di quanto valore abbia lo stare insieme.
Ti scrivo per chiederti perdono dei miei tanti difetti, delle mie freddezze, delle mie chiusure, dei miei egoismi, del mio carattere che spesso va a ferire la tua necessità di calore ed affetto, verso cui sono sempre in condizione di difetto.
Ti scrivo perché so che ci sei e per l’importanza del tuo esserci: la tua presenza mi dà sicurezza, stabilità, regolarità, equilibrio, appoggio, serenità, solarità, solerzia, concretezza, audacia, fiducia, coraggio, ottimismo ed uno sprone per dare sempre con la gratuità di cui sei esempio.
Ti scrivo perché voglio contribuire a donarti quella stima di cui sei meritevole.
Ti scrivo perché vorrei che tu accettassi ogni giorno di più l’offerta della mia amicizia, nella mia difettosa, personale e limitata espressione di umanità, ma che, se ne avrai voglia, vorrei impegnarmi a migliorare sempre più.
Ti scrivo perché mi è più semplice scrivere che parlare e perché possa rimanerti il segno tangibile della pienezza dei miei sentimenti nel giorno della prova, dell’incomprensione e dello sconforto.
Ti scrivo perché voglio che il mio dire sia indelebile al tempo e per ricordare al mio cuore la sua propria stoltezza, per quando non si inchina sufficientemente ammirato dinanzi a quegli slanci sinceri digenerosità su cui germoglia florida la tua anima.
Ti scrivo per cancellare gli oltraggi che la gente ti reca con la sua meschinità e per rinverdire in te quei virgulti di dolcezza e spontaneità che gli uomini avrebbero voluto falciare alla radice.
Ti scrivo perché non mi importa dei tuo difetti e dei tuoi limiti e ti amo per quel che sei, al di là di ogni bene e di ogni male.
Ti scrivo perché la mia superficialità non mi ha mai permesso di farlo e mai potrò colmare il tempo perduto.
Ti scrivo perché ti sono grato della tua stima e per l’immeritata ospitalità con cui mi hai dato accesso al tuo cuore.
Caro amico, ti scrivo perché sei tu e non altri e vorrei che tu ricevessi questa mia lettera come il mio più tenero abbraccio, quello che è solo nostro e la cui profondità sarà eternamente risaputa solo nel nostro intimo scambio d’amore.
Con tutta quella sincerità di affetto e gratitudine che il mio spirito può partorire e donare,
il tuo per sempre amico…

MAESTRO E AMICO

Published novembre 9th, 2008 by Paolo De Bei

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).