In un manifesto datato 1975, intitolato A Non-Christian humanist addresses Himself to Humanist Christian, Erich Fromm così si esprimeva in merito all’idolatria contemporanea:
“Oggi siamo testimoni di un fenomeno storico di gravità estrema. A partire dal pensiero greco e giudeo-cristiano con i relativi valori fino agli inizi del ventesimo secolo, la società nordamericana ed europea ha vissuto una tradizione mai interrotta nonostante alcuni tentennamenti: intendo l’ascesa e la fioritura di un movimento umanistico che si è prefisso come scopo supremo lo sviluppo delle qualità per cui l’uomo può dirsi veramente uomo.
Siamo testimoni del progresso di una forma nuova di antiumanesimo, ovvero di idolatria (spesso affatto astratta, intellettualistica). La nuova idolatria non veste sicuramente i panni delle vecchie religioni pagane, si presenta invece come un neopaganesimo che assai spesso si nasconde sotto il mantello delle grandi Chiese e costituisce il perfetto opposto della religiosità cristiana, giudaica, musulmana e buddista.
Essere idolatri non significa adorare certi dèi invece di altri, o un Dio solo invece di molti. L’idolatria è un atteggiamento, è il ridurre a cosa tutto quanto è vivo. E’ la soggezione dell’uomo alle cose, è la sua autonegazione come essere vivente, aperto, trascendente il proprio io. Gli idoli sono dèi che non offrono la liberazione; l’uomo che adora gli idoli si riduce a prigioniero e rinuncia alla liberazione. Gli idoli sono dèi non viventi; l’uomo che adora gli idoli diminuisce se stesso.
Il concetto di alienazione è la traduzione moderna dell’idea tradizionale di idolatria. L’uomo alienato si prostra dinanzi all’opera delle sue mani e alle circostanze in cui egli agisce. Cose e circostanze si impossessano di lui, lo sovrastano e lo inceppano, e lui non si sente più il soggetto creativo della vita. Si aliena da se stesso, dal suo lavoro e dal suo simile.
L’uomo d’oggi pensa che il sacrificio di bimbi a Moloch fosse un fenomeno ripugnante del passato idolatrico. Mai adorerebbe Moloch o Marte o Venere e non si rende conto che adora quei medesimi idoli: cambiano soltanto i nomi.
Oggi gli idoli prendono il nome di generale avidità : avidità di denaro, di potere, di piaceri, di fama, di mangiare e bere. Di tale avidità luomo adora i mezzi e i fini: produzione, consumo, potenza militare, affari, Stato, ma quanto più forti rende i suoi idoli, tanto più egli si impoverisce, si sente svuotato. Non cerca più la gioia come l’eccitazione, non ama più la vita ma il mondo meccanizzato dei gadget, non si sforza di crescere ma di star bene, all’essere preferisce l’avere ed il consumare.
Ne consegue che oggi l’uomo ha smarrito ogni sistema di valori universale che non siano quelli idolatrici: è preda dell’ansia, depresso, senza prospettive, pronto a rischiare l’autodistruzione nucleare, poiché per lui la vita non ha più senso, non gli interessa più, non gli dà più gioia [...]“, poiché la vita è diventata a sua volta un mezzo del fine principale: l’avere, a cui tutto va sacrificato.
In altri termini si può forse dire che, in tutto il nostro decantar conquiste, ci ritroviamo a constatare che il rimedio è stato peggiore del male.
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