Category Archive "Attualità"

A PROPOSITO DI CAPITALISMO E FINANZA

Published Ottobre 17th, 2008 by mastrofabbro

capitalism A PROPOSITO DI CAPITALISMO E FINANZAQuello che segue è un breve tentativo di analisi della società capitalistica, scritta in tempi non sospetti di crisi finanziaria mondiale, alla luce degli insegnamenti di Giovanni Paolo II.
Testo liberamente tratto da Lutherblisset.net
———————-

Siamo, dunque, di fronte a un grave problema di diseguale distribuzione dei mezzi di sussistenza, destinati in origine a tutti gli uomini, e così pure dei benefici da essi derivanti. E ciò avviene non per responsabilità delle popolazioni disagiate, né tanto meno per una specie di fatalità dipendente dalle condizioni naturali o dall’insieme delle circostanze“.
Giovanni Paolo II

[...]

[...] Wojtyla si precipita a rispolverare e “attualizzare” con forza la dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum, di cui nel ‘91 ricorre il centenario.

Ciò che viene sostanzialmente ribadito è quella che potremmo definire la teoria della proprietà privata limitata o controllata; ossia un ideale di stato socialdemocratico, in cui il capitalismo trovi dei freni e dei bilanciamenti, apposti dallo stato stesso, e in cui le masse operaie non siano lasciate in balia delle leggi del mercato.

Bisogna ricordare ancora una volta il principio tipico della dottrina sociale cristiana: i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa infatti grava “un’ipoteca sociale”, cioè vi si riconosce, come qualità intrinseca, una funzione sociale, fondata e giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni (Sollicitudo Rei Socialis, Edizioni Paoline, Milano 1997, p. 57)

Giovanni Paolo II invita energicamente le nazioni e le classi forti a responsabilizzarsi nei confronti dei deboli.

In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società. (Centesimus annus, Edizioni Paoline, Milano 1998, p. 49).

“Ma come?”. avrà pensato qualcuno dei tanti neo-liberisti “puri” ancora per poco al potere negli stati occidentali, “Abbiamo lavorato ai fianchi l’Impero del Male per decenni insieme al papa e, adesso che abbiamo vinto, ci viene a dire che la proprietà privata va regolata e limitata, che lo stato deve intervenire nell’economia?”
Proprio così, Leone XIII aveva parlato chiaro già un secolo fa:

La classe dei ricchi, forte per se stessa, ha meno bisogno della pubblica difesa: la classe proletaria, mancando di un proprio sostegno, ha speciale necessità di cercarla nella protezione dello stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, lo stato deve rivolgere di preferenza le sue cure e provvidenze (Rerum novarum, cit. in Centesimus annus, op. cit., p. 15).

Giovanni Paolo II non fa che riprendere il discorso, ampliandolo, con alle spalle l’esperienza latinoamericana e alla luce di quanto accade nel Terzo Mondo e di quanto può accadere nell’Europa orientale dopo il crollo della cortina; certo non prima di aver sparso gli ultimi pugni di sale sulle fondamenta del marxismo, per poi non parlarne più.
In sostanza l’uomo dell’Est Wojtyla sa bene che quello che si è scoperchiato abbattendo il Muro è un pozzo stagnante da cui può uscire qualsiasi cosa. Non può condividere il sorriso dei vincitori, perché ha una paura maledetta. Le pagine della Centesimus annus trasudano paura: cosa succederà alle popolazioni che escono dal bunker del socialismo reale e a cui avevamo promesso i cotillons della libertà occidentale? Verranno abbagliate dalle luci del capitalismo e pretenderanno di avere quello che per decenni è stato esposto nella vetrina dell’Occidente. L’economia nazionale allo sbando creerà scompensi enormi, si verificherà una corsa all’accaparramento e la forbice sociale si allargherà a dismisura, imponendo a quelle popolazioni una realtà nuova e durissima. E cosa pensare del vuoto politico lasciato dalla sparizione dei partiti comunisti nazionali? I vecchi e nuovi burocrati cercheranno di ritagliarsi una fetta del potere vacante con ogni mezzo possibile, non da ultimo il revanscismo etnico-religioso. Nonostante i bei discorsi sulla democrazia, la libertà, la rivoluzione pacifica, eccetera, dalle pagine delle due encicliche in questione emerge la visione dell’abisso. Wojtyla sa che la Chiesa deve darsi un compito nuovo.
Da questo punto di vista però non ha potuto nulla. Quello che doveva succedere è successo. La necrosi dell’Urss, poi Csi, quindi soltanto Russia (e tra un po’ nemmeno quella); la crisi economica, il mercato nero, la mafia, un colpo di stato a suon di castagnole e tricche-tracche, i finti democratici al potere, i secessionisti barricati nel palazzo del parlamento e cannoneggiati, la rovina, il crollo dello stato più forte del mondo. E ancora, la guerra in Jugoslavia, cinque anni di caos che restituiscono all’Europa un grappolo di repubbliche l’una contro l’altra armata e dove non riescono a spegnersi le rappresaglie, gli eccidi; la finta rivoluzione in Romania, un ramo della nomenclatura di regime che fa fuori Ceausescu e subito dopo spedisce i minatori a picconare gli studenti che manifestano in piazza; l’Albania, il capitalismo dei poveri e la truffa delle assicurazioni private, i profughi… E dietro a tutto questo, più a Est ancora, lo spettro di Tien An Men che per dieci anni si allunga lugubre sui Balcani che bruciano. Laggiù il “comunismo” resiste col beneplacito degli Stati Uniti… Sipario.
Eppure c’è dell’altro. Nel fuoco dell’Europa orientale Wojtyla vede bruciare il Terzo Mondo. Nella “balcanizzazione” e nell’immiserimento di mezzo continente si rispecchiano le guerre e la miseria dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica, da sempre mete privilegiate del papa polacco. Wojtyla vede i boat people, i profughi, lo strapotere degli aguzzini di ogni etnia e latitudine, la farsa del debito estero contratto dai paesi sottosviluppati. Come si può raccontare ancora a quei miserabili che vi sarà sviluppo? Con quale faccia l’Occidente si può presentare al loro cospetto, oggi che è dominatore incontrastato dell’economia globale?
Ecco allora che gli slogan dei Gutierrez, dei Boff, dei Frei Betto, adeguatamente ripuliti, aprono uno spiraglio e lasciano intravedere il compito della Chiesa. Mettersi alla testa di quell’esercito. Come Pietro l’Eremita nella crociata dei pezzenti. Diventare i portavoce indiscussi della causa dei diseredati al cospetto dell’Occidente ricco e consumista. Fornire a costoro un modello, una speranza, una promessa ecumenica e con questi muovere all’attacco delle società opulente.
Se il mondo deflagra nell’apocalisse è il momento in cui devono entrare in scena i professionisti dell’apocalisse.

Nell’unificazione mondiale del mercato economico e politico, Giovanni Paolo II identifica la possibilità per la Chiesa di riprendere la sua vocazione medievale. Essa è ora infatti, sola e potente davanti agli Stati, davanti all’Impero. Essa è la sola rappresentante dei poveri. (A. Negri 1996, op cit. , p. 199).

Se le ideologie crollano e i poveri non hanno più un ideale da realizzare, soltanto la Chiesa può offrirgliene uno. Se l’internazionalismo proletario non ha più un senso nel mondo unificato e globalizzato del capitalismo, allora sarà l’universalismo cristiano che potrà raccoglierne lo stendardo. Certo non nell’accezione rivoluzionaria e classista, bensì come generico richiamo alla giustizia e al ripristino della dignità dell’uomo.

Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le sono proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità. (Centesimus annus, op. cit., p. 48)

Nella Centesimus annus Wojtyla, senza alcun pudore, non si fa scrupolo di ricostruire la storia del movimento operaio come storia dell’affermazione della dottrina sociale della Chiesa, dei precetti contenuti nella Rerum novarum: i marxisti hanno strumentalizzato le sacrosante lotte dei proletari, le hanno distorte e incanalate verso l’odio di classe; la Chiesa invece ha sempre caldeggiato la risoluzione della questione operaia in direzione della concordia sociale e dell’unità. Adesso che i marxisti si sono tolti di mezzo con le loro mani, il cammino può essere ripreso nella direzione di una socialteocrazia che, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale, possa rallentare e regolare il divario tra ricchi e poveri.
Il cerchio si chiude. Il Nord del mondo viene messo sotto accusa, proprio quell’Occidente “democratico” che ha sconfitto il comunismo, diventa un inferno di consumismo, materialismo, mercificazione, e squallore morale.
L’ideale rivoluzionario è fuori gioco, i libri di Marx si coprono di ragnatele. E’ arrivato il momento di fare i conti con gli ex-alleati: le borghesie occidentali, i capitalisti, come sinonimo di materialisti, come sinonimo di relativisti, come sinonimo di razionalisti, come…
Lo sfruttamento sistematico e selvaggio del Terzo Mondo è il frutto della progressiva espansione economica dei paesi sviluppati, che si arricchiscono sulla miseria altrui. Ma per Giovanni Paolo II questa non è tanto la conseguenza strutturale del sistema economico capitalistico, quanto piuttosto il risultato dell’abbandono di ogni principio etico. Disumanizzandosi, reificando il mondo e la vita degli esseri umani, in nome dell’avidità di possesso e dell’edonismo, il capitalismo occidentale ha portato il pianeta sull’orlo del baratro. Il capitalismo non è inumano per sua stessa natura - Wojtyla ha già detto che questi “pregiudizi” ideologici di matrice marxista devono cadere una volta per tutte -, ma è tale perché si fonda su una cultura atea, razionalista e relativista. Se i paesi che guidano l’economia mondiale riscoprissero Dio, allora anche questo sistema economico, che oggi appare così irrimediabilmente nocivo, si trasformerebbe in un capitalismo mitigato, sostenibile e “progressista”.
Accusare la Nestlé, la Volkswagen o la Texaco è fermarsi all’epifenomeno. Invece occorre andare alla radice del problema. Sul banco degli imputati devono salire Montesquieu, Diderot e Voltaire [1].

La caduta del comunismo apre davanti a noi un panorama retrospettivo sul tipico modo di pensare e di agire della moderna civiltà, specialmente europea, che ha dato origine al comunismo. Questa è una civiltà che, accanto a indubbi successi in molti campi, ha anche commesso una grande quantità di errori e di abusi nei riguardi dell’uomo, sfruttandolo in tanti modi. Una civiltà che sempre si riveste di strutture di forza e di sopraffazione sia politica sia culturale (specialmente con i mezzi della comunicazione sociale), per imporre all’umanità intera simili errori e abusi.
Come spiegare altrimenti il crescente divario tra il ricco Nord e il sempre più povero Sud? Chi ne è responsabile? Responsabile è l’uomo; sono gli uomini, le ideologie, i sistemi filosofici. Direi che responsabile è la lotta contro Dio, la sistematica eliminazione di quanto è cristiano; una lotta che in grande misura domina da tre secoli il pensiero e la vita dell’Occidente. Il collettivismo marxista non è che una “edizione peggiorata” di questo programma. (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, cit., pp. 146-7).

Ora che l’unica alternativa realizzata dalla cultura politica occidentale non c’è più, l’unico sistema rimasto in campo può essere definitivamente messo sotto accusa, fin nei suoi capisaldi culturali: il liberalismo, il razionalismo, il relativismo. Ad essi andrebbe imputato l’impoverimento del Sud del mondo. Un’esegesi quanto meno azzardata, se non fosse che può poggiare sul filo diretto coi paesi poveri che Giovanni Paolo II ha costruito durante tutto il pontificato. Un legame che soltanto adesso rivela fino in fondo la sua macroscopica importanza. Si tratta di usare la forza d’urto degli ultimi della terra come mezzo di pressione sull’intera cultura occidentale, oltre che sul sistema economico capitalista. Wojtyla sa che per quell’82% della popolazione planetaria che deve spartirsi il 18% delle ricchezze prodotte nel mondo, l’apocalisse è già in atto. L’unico modo per evitare il cataclisma, che per altro non risparmierebbe nemmeno i paesi sviluppati, è sconfiggere il neo-liberismo e spingere le nazioni forti a riprendere in mano la regolamentazione dell’economia globale. Ma per il vecchio polacco l’imminenza apocalittica è anche il segno che è giunto il momento di mettere in discussione alla radice la cultura occidentale degli ultimi quattro secoli. [...]

Eccoci di nuovo a Cuba, su quella piazza, a ribadire, come già nella Centesimus annus, che il debito estero dei paesi arretrati deve essere cancellato, che gli embarghi non servono se non a gettare nell’indigenza le popolazioni, che il “neo-liberismo selvaggio” è un male per il pianeta e che il mondo dei ricchi è corrotto e perverso.
Ma più che ai poveri il papa si rivolge ai ricchi medesimi, indicando loro l’unica via di salvezza per il pianeta e per il loro stesso mondo privilegiato. Allo scoccare del Terzo Millennio cristiano, Wojtyla vede l’iceberg dal ponte del Titanic e prepara le scialuppe per il capitalismo mondiale. Convertitevi, perché senza di me non avete speranza. Io sono quello che può ancora parlare ai poveri della terra; al contrario voi sazi e corrotti occidentali avete perso ogni credibilità. Frenate la corsa verso l’abisso, altrimenti deflagrerete anche voi nelle fiamme dell’apocalisse sociale che avete scatenato.

NOTE

1. Per la verità Wojtyla fa risalire l’origine di tutti i “mali” contemporanei alla rottura cartesiana. La parentesi della modernità comincerebbe con il cogito ergo sum del filosofo francese. Il ragionamento è particolarmente stringente ed esplicito. Vale la pena riportarlo integralmente:
“Perché metto pure qui in primo piano Cartesio? Non soltanto perché egli segna l’inizio di una nuova epoca nella storia del pensiero europeo, ma anche perché questo filosofo, che è certo tra i più grandi che la Francia abbia dato al mondo, ha inaugurato la grande svolta antropocentrica nella filosofia. ‘Penso, dunque sono’ [...] è il motto del moderno razionalismo.
Tutto il razionalismo degli ultimi secoli - tanto nella sua espressione anglosassone quanto in quella continentale con il kantismo, l’hegelismo e la filosofia tedesca del XIX e XX secolo, fino a Husserl e Heidegger - può dirsi una continuazione e uno sviluppo delle posizioni cartesiane. [...]
Se non è certo possibile addebitare al padre del razionalismo moderno l’allontanamento dal cristianesimo, è difficile non riconoscere che egli creò il clima in cui, nell’epoca moderna, tale allontanamento poté realizzarsi. Non si attuò subito, ma gradualmente.
In effetti, circa centocinquant’anni dopo Cartesio, constatiamo come tutto ciò che era essenzialmente cristiano nella tradizione del pensiero europeo sia già stato messo fra parentesi. Siamo nel tempo in cui in Francia è protagonista l’illuminismo, una dottrina con la quale si ha la definitiva affermazione del puro razionalismo. La Rivoluzione francese, durante il Terrore, ha abbattuto gli altari dedicati a Cristo, ha buttato i crocifissi nelle strade, e ha invece introdotto il culto della dea Ragione. In base al quale venivano proclamate la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. In questo modo il patrimonio spirituale, e in particolare quello morale, del cristianesimo era strappato dal suo fondamento evangelico, al quale è necessario riportarlo perché ritrovi la sua piena vitalità”. (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, op. cit., pp. 55-56).

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DA SDEGNO A CAPRICCIO

Published Ottobre 14th, 2008 by mastrofabbro

255637 DA SDEGNO A CAPRICCIOLa De Monticelli, con un articolo-intervista su Micromega, torna alla ribalta contro la posizione dei vescovi italiani in fatto di testamento biologico.

Già una volta (qui) ho speso qualche parola sulle vicissitudini tra Mons. Betori e la Prof. De Monticelli, ma come ogni cosa che si protrae oltre la reciproca ed argomentata presa di posizione, la bagarre in oggetto è finita con il diventare l’impegnata giustificazione ad un discorso ampollosamente inconcludente.
La filosofia diventa un gran brutto mestiere nel momento in cui le parole iniziano a staccarsi dalla loro finalità: quella di voler dare evidenza ad una certezza.
Sforare in una discorsività puntigliosamente orgogliosa, dove la supremazia dell’io supera il disinteressato ricercare la verità, è il rischio che decide di correre colui che si confronta con posizioni opposte o, comunque, diverse dalle proprie.

Da un punto di vista stilistico, il nuovo intervento della De Monticelli risulta accattivante, intellettualmente vivace e piacevole alla lettura, ma è come se lasciasse intendere che oramai la resa dei conti con Betori è più diventata una questione personale che non di valore.
Tutto il rigoroso argomentare, quella explicatio terminorum, quell’incedere di chi ci crede davvero, finisce con il rimanere sterile ed autoreferenziale, perché incapace di disarcionare e contraddire l’interlocutore. Spiegare, approfondire e ampliare questo o quel significato terminologico, rimane un’opera di pia vanitosaggine culturale quando si è consapevoli di allontanarsi da ciò che l’obiezione ricevuta voleva mettere in evidenza.
Ad esempio è inutile battere sul principio di autodeterminazione come slogan di responsabilità personale, quando si sa benissimo che la Chiesa intende quella posizione filosofica non come una negazione della libertà d’arbitrio, ma come individualismo morale che tende ad assolutizzare la percezione soggettiva della realtà. Più saggio sarebbe stato applicare un affilatissimo Rasoio di Ockham, cestinando tutte quelle parti satellite del discorso, per andare a verificare se davvero l’oggettività morale proposta dai Vescovi abbia il diritto di divenire così invasiva da proibire ad una coscienziosa libertà d’arbitrio il suo stesso applicarsi, senza tanti arroccamenti concettuali e terminologici.

In altri termini si è trasformato quello che inizialmente era uno sdegno del cuore, in un pungente capriccio d’intelletto.

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IO ABIURO, TU ABIURI…

Published Ottobre 6th, 2008 by mastrofabbro

papa5hm IO ABIURO, TU ABIURI...Tutto questo arzigogolare intorno alla vita degli altri da parte degli esponenti ecclesiastici, pare non aver trovato d’accordo la De Monticelli, che, con un’abiura dai toni più vicina ad una protesta scandalizzata che non ad un rigetto formale della propria fede, scrive su Il Foglio la sua presa di posizione in merito ad eutanasia ed argomenti limitrofi.
La filosofa si inquieta soprattutto per un’affermazione di Mons. Betori, espressa a nome della Chiesa italiana, la quale così recita: “Noi non siamo per il principio di autodeterminazione“.
Da parte sua Mons. Betori ribatte sulle pagine di Avvenire, attraverso il quale scalza il problema di ragione con un gergo accuratamente episcopale e concludendo le sue argomentazioni in un fin troppo semplicistico balzo nell’amore di Dio. Ad ogni modo non riesco a dargli completamente torto, sempre stando ad un dibattito chiuso ai termini utilizzati.
Affermando di non essere per l’autodeterminazione dell’individuo, Betori non ha fatto che ribadire un principio che va a distinguere un atto libero da un atto egoista, visto e considerato che il termine nacque in ambito femminista negli anni ‘70, nell’assunzione di diritto di usare il proprio utero a prescindere dalla volontà dell’uomo che della sessualità è compartecipe. In altri termini l’autodeterminismo insinua un universo chiuso a qualunque realtà esterna che non sia il proprio io, atteggiamento che può anche essere comodo e argomentato, ma che rimane quanto meno discutibile.
Forse la De Monticelli, prima di sferrare il colpo, avrebbe dovuto prendere meglio la mira o comunque valutare più ammodo il calibro dei termini.
Altra prospettiva del problema, invece, la si assume se si prende l’argomento del testamento biologico in senso lato, in merito al quale - qui la De Monticelli ha ragione - la CEI assume una specie di morale estrinseca, una forma di precettismo che a fatica si integra ad un’assimilazione di coscienza personale.
Se è vero che la Chiesa, almeno per l’uomo di fede, è dispensatrice di buona morale, è pur vero che ogni principio etico prova la sua validità in vista di una circostanza, che deve essere valutata dalla coscienza di ciascun singolo e che perciò può assumere forme e svolte differenti.
Per dire: quando Giovanni Paolo II disse sul letto di morte di lasciarlo andare alla casa del Padre, nessuno gridò allo scandalo di eutanasia, proprio perché non lo era.
Talvolta i fedeli si trovano a fare molto più chiasso di fronte a situazioni ancor più disperate e tragiche, probabilmente per una presa di posizione di fronte alla vita più vicina all’idolatria che non alla difesa della vita in quanto tale.
Come è stato per Wojtyla non è detto che di fronte alla morte si innesti automaticamente il suddetto principio di autodeterminazione, ma va valutata anche l’ipotesi di un sincero incontro della coscienza con se stessa e con Dio, cosa apparentemente dimenticata dai porporati, se non per occasionali riferimenti di taglio più pastorale che non strettamente morale.
Io ritengo giusto che la Chiesa affermi l’esistenza del nichilismo, dell’autodeterminismo e di un esagerato soggettivismo, ma la lotta ad oltranza con questi mali le ha fatto forse perdere il giusto metro, per poi finire ad invadere anche la relazione che deve esistere tra la responsabilità della propria coscienza di fronte alla morale stessa, che non necessariamente deve fiorire in scelte comprensibili alla massa o agli esponenti ecclesiastici stessi.
Se Mons. Betori disdegna l’autodeterminismo, forse conoscerà anche il principio dell’indeterminismo, per cui ogni misurazione provoca una perturbazione del sistema da misurare. In altri termini, secondo la fisica atomica, “non si può prescindere in alcun modo dalle modificazioni che gli strumenti di osservazione producono sull’oggetto osservato” (Heinsenberg). Forse per la coscienza avviene lo stesso: se esiste una morale oggettiva, ciò non significa che l’uomo possa prescindere dalla circostanza, dalle esperienze personali e dalla coscienza, attraverso cui valuterà il da farsi, partorendo quanto più riterrà opportuno e non per forza in linea con il precettismo da accademia teologica.

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PATOLOGIE DELLA RELIGIONE

Published Ottobre 3rd, 2008 by mastrofabbro

 PATOLOGIE DELLA RELIGIONEIL FONDAMENTALISMO
UNA PATOLOGIA DELLA RELIGIONE
Intervista a Rosino Gibellini
di Achille Rossi

Intervista pubblicata su “L’Altrapagina”, mensile d’informazione, politica e cultura, Città di Castello (Perugia).

Tutti i movimenti fondamentalisti vanno a cercare le motivazioni ultime sul versante religioso. Come mai? Siamo in presenza di una perversione del fatto religioso? O di cos’altro?

Il fondamentalismo religioso non è la religione, ma una manifestazione patologica della religione. Questo deve essere chiaro e come manifestazione patologica della religione investe soltanto alcuni settori, particolarmente vivaci nel nostro tempo, come dimostra anche una rilevante letteratura su questo tema. Basterebbe citare alcuni titoli: “La rivincita di Dio” oppure “I difensori di Dio”: titoli eloquenti nel descrivere il fenomeno. Il fenomeno del fondamentalismo, essendo patologico, è anche minoritario. Ma si deve ricordare che ci sono filosofi che parlano anche di manifestazioni patologiche della ragione, come razzismo, antisemitismo, militarismo ecc. Da qui la necessità di un’alleanza strategica tra ragione e fede, tra ragione e religioni per resistere al fenomeno e per superarlo per una cultura e per una pratica della pace e della giustizia. Credo che non si debba evocare lo spettro dello “scontro delle civiltà” in quanto si tratta di un concetto troppo generico e in fondo pericoloso. Il fenomeno del fondamentalismo deve essere ben definito e ben circoscritto. Se si vuol essere precisi, il fondamentalismo religioso nasce da una lettura letterale dei testi religiosi, che, per quanto riguarda la teologia cristiana, è ormai superata dall’ermeneutica con cui la comunità cristiana legge e interpreta i testi della propria tradizione religiosa. Su questo versante c’è una difficoltà, come sottolinea la critica, per quanto concerne la lettura del Corano, che non ammette, nelle più accreditate scuole coraniche, una ermeneutica interpretativa.

Oggi le religioni sono sul banco degli imputati perché sospettate da un certo pensiero laico di istigare alla violenza e all’assolutismo. Qual è il suo parere in merito?

Le religioni sono vie di salvezza. Così si auto comprendono e si definiscono. Se la filosofia è una Weltanschauung, una visione della vita e del mondo, le religioni si auto comprendono e si presentano come vie che, con le loro dottrine, riti e pratiche, conducono alla salvezza, ossia a pienezza di vita anche oltre la barriera della morte. Nelle religioni c’è sempre questa ulteriorità, oltre il tempo. Assoluto è soltanto Dio, e non le varie tradizioni religiose, che hanno una lunga e variegata storia (a volte anche contorta e non esemplare). Per sé l’esperienza di Dio è un’esperienza liberante e non violenta, in quanto suscita il coraggio di rendere più umani tutti i settori della vita. È stato detto in forma aforismatica: «Chi pesta i piedi all’uomo, li pesta a Dio». Ma il nostro rapporto con l’Assoluto non esiste mai allo stato puro, non è un rapporto diretto, ma è sempre mediato data la nostra creaturalità. Queste mediazioni possono corrompere il nostro rapporto con l’Assoluto. Il rapporto con l’Assoluto è sempre liberante, ma in forza di cattive mediazioni può diventare minaccioso. Anche su questo tema e sulla distinzione che ora ho proposto esiste una letteratura rilevante. La religione non può essere assunta per giustificare l’odio e l’assassinio, rinunciando all’etica della compassione che è quella di tutte le religioni del mondo. Il fondamentalismo violento rappresenta una disfatta per la fede religiosa.

Il relativismo, a detta dei laici, sembra offrire un migliore punto d’appoggio per garantire una convivenza democratica, perché rispettoso delle differenze e non assillato dal problema dell’Assoluto. Cosa ne pensa?

La religione non è la politica. Se la politica è l’arte di amministrare e di governare i popoli, la religione guida i singoli e i popoli a salvezza, ossia a pienezza di umanità e di vita, quindi si deve innanzitutto distinguere tra politica e religione. La religione tuttavia non può essere relegata alla sfera privata, perché ha anche una rilevanza pubblica. Questa rilevanza pubblica deve essere fatta però valere in una società democratica tenendo presente la distinzione tra Chiesa e Stato, religione e società civile. Su questo punto ha più difficoltà l’Islam, con il suo concetto di “sharia” per cui la legge religiosa diventa legge civile e statale. Qui c’è una vera difficoltà ma bisogna convivere con le difficoltà, e convivere pacificamente, per un cammino verso più giustizia e pace nel mondo. Come la politica deve guardarsi da forme di autoritarismo, assolutismo, manipolazione dell’opinione pubblica, mantenendo la società nella legalità, così le religioni, pur affermando la loro identità, devono concepire questa identità come identità relazionale. Se vogliamo attenerci al cristianesimo, e guardare alla teologia che sta elaborando di fronte al problema nuovo del pluralismo religioso compresente negli stessi spazi geografici, si nota lo sforzo di elaborare un cristianesimo relazionale. E cioé: un cristianesimo che afferma la propria identità, ma la vive e la costruisce nella relazionalità e cioé nel dialogo e nella cooperazione in ordine a pace e giustizia. È questo il compito del dialogo interreligioso, che per i cristiani ha il suo manifesto nei documenti del Concilio Vaticano II, nello spirito di Assisi ma ancor più, per rifarci agli inizi della storia cristiana, nel manifesto evangelico delle beatitudini, che chiama beati gli operatori di pace. I testi fontali della tradizione cristiana e cioé i Vangeli, che esprimono l’originaria esperienza cristiana, mettono la comunità cristiana su cammini di pace e di giustizia. In senso più generale, si deve dire che le religioni con la loro storia e con la loro pratica autentica rappresentano una riserva di sapienzialità che può aiutare la società civile alla convivenza e alla collaborazione, come recentemente hanno riconosciuto importanti filosofi, come il grande filosofo della politica Habermas. La religione pertanto è distinta dalla politica, ma influisce sulla società civile e deve influire positivamente con l’etica dell’amore del prossimo, o con l’etica della compassione, che sono sconosciuti in sé e per sé ad una teoria della democrazia. Questo è un punto di grande attualità nel dibattito filosofico, teologico e interreligioso.

Attualmente le religioni sono capaci di rispettarsi come differenti vie di salvezza, oppure sono sottilmente guidate dal desiderio di egemonizzare le altre non appena ne hanno i mezzi?

Per rispondere vorrei rifarmi al secondo Parlamento delle religioni che si è tenuto a Chicago nel 1993. È noto che nel 1893 si è celebrato a Chicago il primo Parlamento delle religioni, che è stato il primo tentativo di avvicinamento tra le religioni al servizio dell’umanità; esattamente cent’anni dopo, e precisamente nel 1993, si è celebrato il secondo Parlamento con la presenza anche cattolica del cardinale di Chicago e del rappresentante del Consiglio ecumenico delle Chiese, che si è concluso con un documento approvato da una così variegata assemblea ma steso dal teologo cattolico Hans Küng. Il documento elabora i punti di un progetto per un’etica mondiale (Weltethos). Si tratta di questo. Ogni religione deve essere fedele alle sue Scritture originarie: in questo senso esse hanno bisogno di continua riforma. È una riforma che riguarda le singole religioni. Ma ogni religione, in quanto via di salvezza, deve convergere con le altre religioni nel servizio della pace e della giustizia, che sono gli elementi fondamentali della salvezza intesa religiosamente. Questa è la convergenza da realizzare nella differenza delle varie tradizioni religiose. Si potrebbe dire le vie convergono al servizio dell’umanità. Le identità si costruiscono nella relazionalità, e si autodistruggono con la violenza e con l’aggressione. Anche il Papa ad Assisi 1986, parlando ai leaders delle diverse tradizioni religiose ha parlato dell’elaborazione di un codice etico comune al servizio della comunità umana. Senza etica non c’è convivenza. E le religioni sono chiamate, ciascuna con il suo contributo di sapienza e umanità, soprattutto nell’era della mondializzazione, al costituirsi di un nuovo ordine della solidarietà. Si tratta, in definitiva, di attivare nel reciproco rispetto il patrimonio di pace di ogni tradizione religiosa.

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CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA

Published Settembre 21st, 2008 by mastrofabbro

E’ pur lecito che ciascuno si assuma la responsabilità di offendere privatamente e pubblicamente chi vuole. E’ un cruccio di coscienza personale e sociale che fa parte del libero arbitrio e questo pare averlo ben capito la Guzzanti in Piazza Navona, piroettando contro Vaticano, Ratzinger et similia.
Più curiosa è la posizione del Ministro della Giustizia Alfano, che, di fronte alle richieste della Procura romana di procedere contro la Guzzanti per ipotesi di vilipendio al Papa, ha sottolineato un dettaglio assai acuto: «Ho deciso di non concedere l’autorizzazione a procedere conoscendo lo spessore e la capacitá di perdono del Papa che prevale sulle offese».
Un po’ come dire: conoscendo la posizione mite e pacifica di Gandhi, non vale la pena perseguire chi l’ha ucciso.
Quando si scende in politica bisogna pur imparare: nascondere la propria mano quando ha scagliato il sasso è robetta per tutti, ma provateci voi a nascondere anche quella degli altri.

PS. E così è inaugurata anche la categoria “attualità”.

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