mandate letter
sabato, gennaio 24th, 2009 | Author: Paolo De Bei

Fra qualche ora parto per il pellegrinaggio nei luoghi di don Bosco. Quelle che seguono alcune considerazioni che, forse, possono aiutare a meglio ad approcciarsi al santo. 

Mano a mano che la natura spirituale dell’uomo va infiacchendosi, la parte più sensuale e materiale dell’individuo va a prendere dominio su ogni aspetto della vita.
Uno sregolato attaccamento all’avere più che all’essere, una volontà fiacca e priva di costanza, una passionalità incapace di autoregolarsi, il radicamento nel compiacersi di se stessi, la ricerca di piaceri intensi ma futili e mille altri ancora disordini interiori, rendono impossibile all’anima un corretto approccio non solo all’ascesi personale, ma anche alla corretta comprensione delle altezze e delle profondità di chi della fede in Cristo si è fatto testimone eroico.
E’ soprattutto la figura di don Bosco ad essere stata danneggiata dalla frolla spiritualità contemporanea, perché è assai semplice, per i cuori e gli intelletti di fede pressapochista, snaturare l’anima di colui che seppe trasformare la contemplazione purissima in azione perfettissima.

Giovanni Bosco, lucida espressione della Provvidenza che entra ed opera nella storia, è sovente mutilato del suo più vero ed intimo cuore pulsante, a scapito di fatti ed eventi che, sì, scandirono eccezionalmente la sua vita, ma rimangono necessariamente incomprensibili nella loro radice più profonda se non visti alla luce di quel logorante percorso spirituale che lo rese così perfettamente unito a Dio.

Ridurre don Bosco a facili incasellamenti vocazionali sulla gioventù o, ancor peggio, saperne apprezzare la sola praticità di fatto, significa farsi dispensatori di falsa dottrina e predicatori di una santità spiccia e mediocre.
E’ nello spirito che avvengono gli avvenimenti più profondi ed eccezionali di ciascun santo, poiché solo Dio può trasformare l’anima in Se stesso, ma questo non prima di aver vagliato l’anima lungo la perigliosa scalata alla Sua divina unione.
Concepire Giovanni Bosco come semplice uomo d’azione o abile predicatore di virtù, io credo sia la più grave offesa che si possa infierire alla sua persona ed il più grave danno da impartire al suo insegnamento. Infatti, se è vero che l’albero si riconosce dai suoi frutti, è altrettanto vero che è dalle radici che ne proviene linfa e nutrimento e se la bocca altro non parla che della pienezza del cuore, è in esso che ci si dovrà tuffare per incontrare un uomo che, nel mezzo del suo instancabile fare, seppe rendersi meritevole di un’unione perfetta con Dio.

Come ogni uomo Giovanni non è nato santo. Ferito, come tutti, dalle conseguenze del peccato originale, dovette fare i conti con le sue proprie miserie umane, senza però per questo cedere ad esse. Fu esattamente il suo risoluto contrapporsi a ciò che la coscienza gli diceva essere male a permettergli di forgiare una volontà caparbia e sempre rivolta al servizio di Dio.
Io ritengo possa venire in mio soccorso il sogno profetico che il piccolo Giovanni ebbe all’età di nove anni, al fine di poter essere meglio guidato alle profondità del suo spirito.

All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere.
In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole:
- Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza dei peccato e sulla preziosità della virtù.

Confuso e spaventato soggiunsi che io ero un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento que’ ragazzi cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.
Quasi senza sapere che mi dicessi, soggiunsi:
- Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?
- Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza.
- Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
- Io ti darò la maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.
- Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
- Io sono il figlio di colei, che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.
- Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.
- Il mio nome domandalo a mia madre.

In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano e mi disse:
- Guarda.
Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti fuggiti ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, orsi e di parecchi altri animali.
- Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli.

Volsi allora lo sguardo ed ecco invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che, saltellando, correvano attorno belando, come per fare festa a quell’uomo e a quella signora.
A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
- A suo tempo tutto comprenderai.
Ciò detto, un rumore mi svegliò; ed ogni cosa disparve.
lo rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che mi facessero male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti. Quel personaggio, quella donna, le cose dette e quelle udite, mi occuparono talmente la mente che, per quella notte, non mi fu più possibile prendere sonno. 

Poiché nell’economia divina nulla avviene a caso, può essere utile sottolineare quanto la simbologia apporti ulteriore significato al sogno inequivocabilmente profetico di un bimbo di nove anni.
Nove, come sono i mesi della gravidanza: è a questo punto della sua vita che a Giovanni è stato messo in grembo il seme divino di Dio, seme che il giovane santo iniziò da subito a fecondare per mezzo della sincera ricerca di un significato, per nulla attratto da interpretazioni di comodo o compiacenti la propria persona, ma severamente orientato alla verità da perseguire, fosse stata anche contro se stesso.
Come giovane madre contemplante la propria creatura che si sviluppa lentamente ma inesorabilmente nel grembo, Giovanni ragiona, riflette, scava e medita quanto ricevuto, cercando di mettere a frutto nell’immediato tutto ciò che il suo intelletto può comprendere ed applicare.
Nessuna attesa: se i tempi di Dio non sono i nostri, è pur vero che lo spirito ha in sé l’esigenza subitanea di agire per il bene e, non riuscendo a contenere il desiderio di ben operare, si inventa ed ingegna mille e mille modi per concretizzare quanto la coscienza vede con chiarezza.

Nove, come il numero che la tradizione cristiana mette a simbolo della Redenzione umana. Se il sacrificio del Redentore si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, ancor maggiormente realizza la sua natura salvifica nei confronti del fanciullo innocente e nella salvaguardia attenta e vigilante di tale purezza.
Come arcangelo infiammato di carità don Bosco si è posto, per tutta la sua vita, a difesa dei suoi fanciulli, difendendoli sia dall’ambiente povero e malavitoso della società disagiata e claudicante del suo tempo, sia dagli assalti che il demonio compiva direttamente o per mezzo degli uomini alle virtù dei suoi protetti. E’ in don Bosco che la vita del Redentore trova nuovo compimento, poiché il santo sacerdote volle ogni giorno calarsi agli inferi per conquistare quante più anime possibili a Dio, mutando le bestemmie in fiori, irrigati con lo slancio del sorriso e la segretezza delle sue lacrime.
Amore vivo, vissuto nello slancio della carità e nel sacrificio di chi è trafitto dalla lancia dell’umana impenitenza.

Nove, come tre volte tre, la ripetizione perfetta del numero perfetto: come vero uomo di Dio, Giovanni Bosco ha saputo scalare ogni vetta dello spirito, ottenendo quell’unione che lo trasformò veramente in un alter Christus ed è su questo percorso che ho intenzione di soffermarmi, utilizzando a guida quanto lo stesso santo racconta del suo sogno.

Di fronte alla reazione passionale ed istintiva che il piccolo Giovanni ha di fronte ai ragazzi violenti e bestemmiatori, gli viene risposto:
“Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”.
Ogni anima, per quanto ben predisposta alla giustizia, prima di quell’autentica unione a Dio propria ai più grandi santi, è pur sempre viziata dalle più comuni umanità e dalle conseguenti imperfezioni che, se non prontamente affrontate, si mutano poi in peccato e vizio.
E’ qui che Giovannino viene divinamente istruito sul percorso da seguire, al fine di procedere veloce e sicuro per la via dello spirito.
Prima di quel momento la sua anima già cantava felice per l’incontro che avvenne con il suo Signore, su insegnamento di mamma Margherita e della sua buona coscienza, ma ora Dio voleva iniziarlo ad una più alta fusione con Lui. Ecco dunque chiedergli di staccarsi dalle passioni e dalle male inclinazioni ancora vive nella parte più superficiale e sensitiva dello spirito, utili solo al turbamento del cuore ed all’offuscamento dell’intelletto.
Al fanciullo viene chiesto di non dare spazio al suo modo di intendere, di relazionarsi con se stesso e con gli altri, ma di abbandonarsi alle sapienti mani del medico divino che, attraverso la via purgativa della sua umanità, avrebbe operato prodigi dentro di lui.
Così Giovanni scelse di calarsi nella notte dello spirito, ove accettò di distaccarsi da tutti i suoi attaccamenti alle cose del mondo, poiché ben comprendeva che se si vuole cominciare ad andare verso Dio, occorre distacco, indifferenza e dominio su tutto ciò che è creatura, al fine di lasciar troneggiare il Creatore. In questo modo egli mise in fuga il demonio, che ha potere sui sensi dell’uomo per via dell’attaccamento alle cose corporali e terrene.
La purificazione dei sensi, però, non fu che il primo gradino spirituale di molti che lo attendevano, poiché se il Signore esige purezza e distacco per tutto ciò che è del corpo, raffigurante il tempio in cui andrà ad abitare, ancor più esige dall’anima, scintilla del suo essere che a Lui vuole ricongiungere in tutta la sua perfezione.
In tale situazione l’anima soffre molto e avverte grandi pene spirituali, le quali si ripercuotono anche sui sensi. Durante il periodo purgativo la fiamma purificatrice non apporta luce di consolazione, ma solo quella atta a vedere e sentire le proprie miserie ed i propri difetti. In questa fase Dio non procura né soavità né consolazione, ma solo aridità e se talvolta il Signore, per sua misericordia, le concede un po’ di gioia per darle forza e coraggio, poi gliela fa scontare con altrettante e più dure prove.
Durante il processo purgativo Dio non concede conforto né pace, ma consuma e rimprovera l’anima, facendola venir meno e tormentandola con la conoscenza di se stessa. L’anima soffre, si sente arida e fredda e non trova sollievo in cosa alcuna e le sembra davvero che Dio sia divenuto crudele e spietato con lei: come Geremia (Lam 3, 1-9) soffre le privazioni quasi simili a quelle del Purgatorio, ma ciò solo per giungere a quella purificazione totale che Dio esige prima di concedersi totalmente all’anima.
A tal proposito Giovanni della Croce scrive che “poco importa che un uccello sia legato ad un filo sottile invece che ad uno grosso, perché, per quanto sia sottile, rimarrà legato come al grosso, fin tanto che non lo romperà per volare. La verità è che quello sottile è più facile da rompere; però, per facile che sia, se non lo rompe, non volerà”. E’ per questo che il Signore infligge un così austero percorso a coloro che vuole innalzare ai più alti gradi dello spirito e fu questo il profondo significato dell’affermazione che fu rivolta a Giovanni: “Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza”. Solo attraverso l’umiltà e la rassegnazione di fronte alla sofferenza è possibile ottenere l’infusione di quella scienza che solo Dio può concedere all’anima, trasformandola in Se stesso.
E’ solo chi supera imperterrito la via della purificazione che può aspirare alla scalata di quei dieci mistici gradini di cui Giovanni della Croce parla ampiamente ed è a questa sfida dello spirito che il sogno fa riferimento quando la Madonna afferma: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli”, perché solo Dio può mutare il male in bene e se Giovanni vorrà portare i suoi figli con anima di lupo a pascolare come agnelli, simile a Dio dovrà essere trasformato… e così fece.
Lui, uomo pragmatico e attivo, seppe raggiungere la perfetta e mistica unione al suo Signore, così come ne parla il Dottore della Chiesa: “Il decimo e ultimo gradino della scala segreta d’amore fa sì che l’anima venga assimilata totalmente a Dio, perché lo contempla com’egli è e lo possiede immediatamente. [...] Sono poche le anime che pervengono a queste altezze. Radicalmente purificate dall’amore, non passano neanche per il purgatorio. Per questo motivo san Matteo afferma: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt, ecc.: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). [...]“.

Accostarsi a don Bosco senza fare propria la mistica chiave di lettura della sua santità, significa renderlo indecifrabile a noi stessi nella sua reale profondità e abbassarlo ad un rozzo intendimento, offensivo alla sua persona e nocivo a tutto il suo operato.

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