Archive for gennaio 2009

IL PUDORE DEL PENSIERO

Published gennaio 31st, 2009 by Paolo De Bei

(Mt 7,6)
Questa specie di bullismo del raziocinio, così fieramente insinuato nella società contemporanea, è uno degli insopportabili figli della decadenza del pudore.
La discorsività irruenta, la passionalità dell’opinione, la fretta nell’affermare,  la sfrontatezza nel giudicare, la compiacenza nell’argomentare e affini atteggiamenti dello spirito, non sono che logiche e naturali conseguenze all’assoluta incapacità di intrattenere un rapporto di intimità con il proprio pensiero.
Intimità è profondità, a sua volta portavoce di quella scintilla di semplicità da cui scaturiscono quelle intuizioni su cui l’intelletto va a riflettere. Ne consegue che in ogni vera riflessione dovrebbe sempre aleggiare il ricordo delle doglie attraverso cui il nostro io ha generato il pensiero, vero e proprio figlio a noi idealmente consustanziale, perché esploso dalla totale partecipazione di cuore ed intelletto.
E’ banale la considerazione per cui tutto ciò che è sentito come intimo, profondo e personale non ama gli sguardi facili e maliziosi di spiriti bassi e volgari, proprio perché ciò che è intimo è anche fragile, indifeso, vicino allo stato di innocenza, che, comunque, non deve ad andare a confondersi con l’instabilità emotiva.
Tutto questo affermare, questa esigenza di doversi esprimere per forza, questa necessità di dimostrare qualche cosa sempre e comunque è la plateale dimostrazione di quanto l’uomo abbia perso intimità con se stesso, non abbia più un rapporto di innocenza con il proprio pensiero e, perciò, non senta neppure il bisogno di salvarlo dai bracconieri spirituali del mondo.
Il mondo manca di pudore perché oramai non è più capace di relazionarsi con il tesoro che giace nelle persone.

IO, TU, NOI

Published gennaio 27th, 2009 by Paolo De Bei

Viviamo in una società contrattuale, dove, per una qualunque relazione di scambio, si imbrattano di raffinato inchiostro notarile montagne di carte bollate.
Alla base della radicata usanza giace la sfiducia nel prossimo, la consapevolezza del disonore intellettuale e morale di cui l’uomo è mortalmente affetto.
Di qui il richiamo all’autoconservazione, un tempo regolata da logiche di regolamentazione conti, oggi mutata in logoranti ed altrettanto rabbiose controversie “civili”.

L’idea che una società così burocraticamente estremizzata abbia portato ad un conseguente individualismo, a causa di una sterilità relazionale, lascia intendere un’interpretazione storicistica della realtà, priva di quel contributo volontario e libero che l’uomo apporta. In altri termini pare che la nostra deformazione individuale e sociale sia dovuta all’incontrollabile azione di uno “spirito del mondo” che ci ha catapultato in una data situazione e a cui, poi, abbiamo dovuto dare soluzione con il minor danno.

Mi convince maggiormente l’ipotesi per cui la somma delle corruzioni individuali ha portato ad una degenerazione sociale a cui, poi, si è tentato di dare soluzione con il minor sforzo personale.
Quella che  il nostro pigro vittismismo vorrebbe far passare per meccanica ingovernabile dell’universo non è che il risultato di una pregressa causa spirituale, poiché se la contrattualità esasperata affonda le sue radici nella consapevole inaffidabilità della parola data, significa che qualcuno deve aver pure iniziato ad essere inaffidabile. Si elevi la storpiazione morale del singolo ad una consolidata abitudine sociale e si avrà senza forzature concettuali l’evidenza di un corrotto individualismo, regolato da una legislazione altalenante tra l’eccessiva rigidità e l’ingiustificata tolleranza.

La pietra angolare di una civiltà è inevitabilmente l’onore della civiltà stessa, il cui grado è valutabile solo attraverso l’unità degli elementi che la compongono.
Senza onore viene a mancare l’idea stessa di civiltà, poiché quest’ultima si ciba di ideali in cui il singolo concepisce la dimensione privata e quella pubblica come necessariamente compenetranti, facendo coincidere il bene personale ad uno bene sociale.
Il meccanismo individualista concepisce invece la dimensione comunitaria come dimensione artificiale assoggettata al singolo, le cui dinamiche vanno semplicemente regolamentate per via contrattuale. Ergo in una società individualistica non esiste la compenetranza tra il bene individuale e quello sociale, così da ricondurre la sua anima ad un’utilitaristica visone d’insieme, in cui i diversi individui schermagliano tra loro per primeggiare in qualsivoglia settore.

La rivoluzione democratica può vantare in sé diversi vantaggi, quali l’instaurazione di un’uguaglianza di diritto ed una mobilità sociale che permetterebbe potenzialmente il consolidamento della meritocrazia, ma è inutile il presupposto teorico se la prassi ha già al suo baricentro il germe dell’atomizzazione, dove i corpi intermedi sono andati a livellarsi e poi a perdersi. 

La società contrattuale è simbolo di questa lotta intestina, dove la consapevolezza del reciproco disonore porta all’elaborazione di infinite clausole, a loro volta già tattiche di guerra per una mobilitazione legale.
Non è stato il mondo ad implodere su se stesso, generando tanti piccoli individui autocefali: siamo noi ad avere fatto implodere il mondo con quel concepire la relazione fra uomini come artificio contrattuale, a sua volta generato dal disonore di una scelta che continua a vedere l’io carceriere del “noi”.

DA DON BOSCO – 24/01/2009

Published gennaio 26th, 2009 by Paolo De Bei

da don Bosco

PRIMA DELLA PARTENZA

Published gennaio 24th, 2009 by Paolo De Bei

Fra qualche ora parto per il pellegrinaggio nei luoghi di don Bosco. Quelle che seguono alcune considerazioni che, forse, possono aiutare a meglio ad approcciarsi al santo. 

Mano a mano che la natura spirituale dell’uomo va infiacchendosi, la parte più sensuale e materiale dell’individuo va a prendere dominio su ogni aspetto della vita.
Uno sregolato attaccamento all’avere più che all’essere, una volontà fiacca e priva di costanza, una passionalità incapace di autoregolarsi, il radicamento nel compiacersi di se stessi, la ricerca di piaceri intensi ma futili e mille altri ancora disordini interiori, rendono impossibile all’anima un corretto approccio non solo all’ascesi personale, ma anche alla corretta comprensione delle altezze e delle profondità di chi della fede in Cristo si è fatto testimone eroico.
E’ soprattutto la figura di don Bosco ad essere stata danneggiata dalla frolla spiritualità contemporanea, perché è assai semplice, per i cuori e gli intelletti di fede pressapochista, snaturare l’anima di colui che seppe trasformare la contemplazione purissima in azione perfettissima.

Giovanni Bosco, lucida espressione della Provvidenza che entra ed opera nella storia, è sovente mutilato del suo più vero ed intimo cuore pulsante, a scapito di fatti ed eventi che, sì, scandirono eccezionalmente la sua vita, ma rimangono necessariamente incomprensibili nella loro radice più profonda se non visti alla luce di quel logorante percorso spirituale che lo rese così perfettamente unito a Dio.

Ridurre don Bosco a facili incasellamenti vocazionali sulla gioventù o, ancor peggio, saperne apprezzare la sola praticità di fatto, significa farsi dispensatori di falsa dottrina e predicatori di una santità spiccia e mediocre.
E’ nello spirito che avvengono gli avvenimenti più profondi ed eccezionali di ciascun santo, poiché solo Dio può trasformare l’anima in Se stesso, ma questo non prima di aver vagliato l’anima lungo la perigliosa scalata alla Sua divina unione.
Concepire Giovanni Bosco come semplice uomo d’azione o abile predicatore di virtù, io credo sia la più grave offesa che si possa infierire alla sua persona ed il più grave danno da impartire al suo insegnamento. Infatti, se è vero che l’albero si riconosce dai suoi frutti, è altrettanto vero che è dalle radici che ne proviene linfa e nutrimento e se la bocca altro non parla che della pienezza del cuore, è in esso che ci si dovrà tuffare per incontrare un uomo che, nel mezzo del suo instancabile fare, seppe rendersi meritevole di un’unione perfetta con Dio.

Come ogni uomo Giovanni non è nato santo. Ferito, come tutti, dalle conseguenze del peccato originale, dovette fare i conti con le sue proprie miserie umane, senza però per questo cedere ad esse. Fu esattamente il suo risoluto contrapporsi a ciò che la coscienza gli diceva essere male a permettergli di forgiare una volontà caparbia e sempre rivolta al servizio di Dio.
Io ritengo possa venire in mio soccorso il sogno profetico che il piccolo Giovanni ebbe all’età di nove anni, al fine di poter essere meglio guidato alle profondità del suo spirito.

All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere.
In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole:
- Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza dei peccato e sulla preziosità della virtù.

Confuso e spaventato soggiunsi che io ero un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento que’ ragazzi cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.
Quasi senza sapere che mi dicessi, soggiunsi:
- Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?
- Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza.
- Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
- Io ti darò la maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.
- Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
- Io sono il figlio di colei, che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.
- Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.
- Il mio nome domandalo a mia madre.

In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano e mi disse:
- Guarda.
Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti fuggiti ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, orsi e di parecchi altri animali.
- Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli.

Volsi allora lo sguardo ed ecco invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che, saltellando, correvano attorno belando, come per fare festa a quell’uomo e a quella signora.
A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
- A suo tempo tutto comprenderai.
Ciò detto, un rumore mi svegliò; ed ogni cosa disparve.
lo rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che mi facessero male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti. Quel personaggio, quella donna, le cose dette e quelle udite, mi occuparono talmente la mente che, per quella notte, non mi fu più possibile prendere sonno. 

Poiché nell’economia divina nulla avviene a caso, può essere utile sottolineare quanto la simbologia apporti ulteriore significato al sogno inequivocabilmente profetico di un bimbo di nove anni.
Nove, come sono i mesi della gravidanza: è a questo punto della sua vita che a Giovanni è stato messo in grembo il seme divino di Dio, seme che il giovane santo iniziò da subito a fecondare per mezzo della sincera ricerca di un significato, per nulla attratto da interpretazioni di comodo o compiacenti la propria persona, ma severamente orientato alla verità da perseguire, fosse stata anche contro se stesso.
Come giovane madre contemplante la propria creatura che si sviluppa lentamente ma inesorabilmente nel grembo, Giovanni ragiona, riflette, scava e medita quanto ricevuto, cercando di mettere a frutto nell’immediato tutto ciò che il suo intelletto può comprendere ed applicare.
Nessuna attesa: se i tempi di Dio non sono i nostri, è pur vero che lo spirito ha in sé l’esigenza subitanea di agire per il bene e, non riuscendo a contenere il desiderio di ben operare, si inventa ed ingegna mille e mille modi per concretizzare quanto la coscienza vede con chiarezza.

Nove, come il numero che la tradizione cristiana mette a simbolo della Redenzione umana. Se il sacrificio del Redentore si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, ancor maggiormente realizza la sua natura salvifica nei confronti del fanciullo innocente e nella salvaguardia attenta e vigilante di tale purezza.
Come arcangelo infiammato di carità don Bosco si è posto, per tutta la sua vita, a difesa dei suoi fanciulli, difendendoli sia dall’ambiente povero e malavitoso della società disagiata e claudicante del suo tempo, sia dagli assalti che il demonio compiva direttamente o per mezzo degli uomini alle virtù dei suoi protetti. E’ in don Bosco che la vita del Redentore trova nuovo compimento, poiché il santo sacerdote volle ogni giorno calarsi agli inferi per conquistare quante più anime possibili a Dio, mutando le bestemmie in fiori, irrigati con lo slancio del sorriso e la segretezza delle sue lacrime.
Amore vivo, vissuto nello slancio della carità e nel sacrificio di chi è trafitto dalla lancia dell’umana impenitenza.

Nove, come tre volte tre, la ripetizione perfetta del numero perfetto: come vero uomo di Dio, Giovanni Bosco ha saputo scalare ogni vetta dello spirito, ottenendo quell’unione che lo trasformò veramente in un alter Christus ed è su questo percorso che ho intenzione di soffermarmi, utilizzando a guida quanto lo stesso santo racconta del suo sogno.

Di fronte alla reazione passionale ed istintiva che il piccolo Giovanni ha di fronte ai ragazzi violenti e bestemmiatori, gli viene risposto:
“Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”.
Ogni anima, per quanto ben predisposta alla giustizia, prima di quell’autentica unione a Dio propria ai più grandi santi, è pur sempre viziata dalle più comuni umanità e dalle conseguenti imperfezioni che, se non prontamente affrontate, si mutano poi in peccato e vizio.
E’ qui che Giovannino viene divinamente istruito sul percorso da seguire, al fine di procedere veloce e sicuro per la via dello spirito.
Prima di quel momento la sua anima già cantava felice per l’incontro che avvenne con il suo Signore, su insegnamento di mamma Margherita e della sua buona coscienza, ma ora Dio voleva iniziarlo ad una più alta fusione con Lui. Ecco dunque chiedergli di staccarsi dalle passioni e dalle male inclinazioni ancora vive nella parte più superficiale e sensitiva dello spirito, utili solo al turbamento del cuore ed all’offuscamento dell’intelletto.
Al fanciullo viene chiesto di non dare spazio al suo modo di intendere, di relazionarsi con se stesso e con gli altri, ma di abbandonarsi alle sapienti mani del medico divino che, attraverso la via purgativa della sua umanità, avrebbe operato prodigi dentro di lui.
Così Giovanni scelse di calarsi nella notte dello spirito, ove accettò di distaccarsi da tutti i suoi attaccamenti alle cose del mondo, poiché ben comprendeva che se si vuole cominciare ad andare verso Dio, occorre distacco, indifferenza e dominio su tutto ciò che è creatura, al fine di lasciar troneggiare il Creatore. In questo modo egli mise in fuga il demonio, che ha potere sui sensi dell’uomo per via dell’attaccamento alle cose corporali e terrene.
La purificazione dei sensi, però, non fu che il primo gradino spirituale di molti che lo attendevano, poiché se il Signore esige purezza e distacco per tutto ciò che è del corpo, raffigurante il tempio in cui andrà ad abitare, ancor più esige dall’anima, scintilla del suo essere che a Lui vuole ricongiungere in tutta la sua perfezione.
In tale situazione l’anima soffre molto e avverte grandi pene spirituali, le quali si ripercuotono anche sui sensi. Durante il periodo purgativo la fiamma purificatrice non apporta luce di consolazione, ma solo quella atta a vedere e sentire le proprie miserie ed i propri difetti. In questa fase Dio non procura né soavità né consolazione, ma solo aridità e se talvolta il Signore, per sua misericordia, le concede un po’ di gioia per darle forza e coraggio, poi gliela fa scontare con altrettante e più dure prove.
Durante il processo purgativo Dio non concede conforto né pace, ma consuma e rimprovera l’anima, facendola venir meno e tormentandola con la conoscenza di se stessa. L’anima soffre, si sente arida e fredda e non trova sollievo in cosa alcuna e le sembra davvero che Dio sia divenuto crudele e spietato con lei: come Geremia (Lam 3, 1-9) soffre le privazioni quasi simili a quelle del Purgatorio, ma ciò solo per giungere a quella purificazione totale che Dio esige prima di concedersi totalmente all’anima.
A tal proposito Giovanni della Croce scrive che “poco importa che un uccello sia legato ad un filo sottile invece che ad uno grosso, perché, per quanto sia sottile, rimarrà legato come al grosso, fin tanto che non lo romperà per volare. La verità è che quello sottile è più facile da rompere; però, per facile che sia, se non lo rompe, non volerà”. E’ per questo che il Signore infligge un così austero percorso a coloro che vuole innalzare ai più alti gradi dello spirito e fu questo il profondo significato dell’affermazione che fu rivolta a Giovanni: “Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza”. Solo attraverso l’umiltà e la rassegnazione di fronte alla sofferenza è possibile ottenere l’infusione di quella scienza che solo Dio può concedere all’anima, trasformandola in Se stesso.
E’ solo chi supera imperterrito la via della purificazione che può aspirare alla scalata di quei dieci mistici gradini di cui Giovanni della Croce parla ampiamente ed è a questa sfida dello spirito che il sogno fa riferimento quando la Madonna afferma: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli”, perché solo Dio può mutare il male in bene e se Giovanni vorrà portare i suoi figli con anima di lupo a pascolare come agnelli, simile a Dio dovrà essere trasformato… e così fece.
Lui, uomo pragmatico e attivo, seppe raggiungere la perfetta e mistica unione al suo Signore, così come ne parla il Dottore della Chiesa: “Il decimo e ultimo gradino della scala segreta d’amore fa sì che l’anima venga assimilata totalmente a Dio, perché lo contempla com’egli è e lo possiede immediatamente. [...] Sono poche le anime che pervengono a queste altezze. Radicalmente purificate dall’amore, non passano neanche per il purgatorio. Per questo motivo san Matteo afferma: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt, ecc.: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). [...]“.

Accostarsi a don Bosco senza fare propria la mistica chiave di lettura della sua santità, significa renderlo indecifrabile a noi stessi nella sua reale profondità e abbassarlo ad un rozzo intendimento, offensivo alla sua persona e nocivo a tutto il suo operato.

CORSI ON LINE DI FILOSOFIA

Published gennaio 20th, 2009 by Paolo De Bei

Hai difficoltà scolastiche o crediti formativi in materie umanistiche?
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- Storia della filosofia contemporanea (15 ore): l’800 ideologico fino ai giorni nostri

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PLATONE: LA BIGA ALATA

Published gennaio 14th, 2009 by Paolo De Bei

1 [246 a] [...] Dell’immortalità dell’anima s’è parlato abbastanza, ma quanto alla sua natura c’è questo che dobbiamo dire: definire quale essa sia, sarebbe una trattazione che assolutamente solo un dio potrebbe fare e anche lunga, ma parlarne secondo immagini è impresa umana e piú breve. Questo sia dunque il modo del nostro discorso. Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi [b] sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ciò che è anima si prende cura di ciò che è inanimato, e penetra per l’intero universo assumendo secondo i luoghi forme [c] sempre differenti. Cosí, quando sia perfetta ed alata, l’anima spazia nell’alto e governa il mondo; ma quando un’anima perde le ali, essa precipita fino a che non s’appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito della potenza dell’anima. Questa composita struttura d’anima e di corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. La definizione di immortale invece non è data da alcun argomento razionale; però noi ci preformiamo il dio, [d] senza averlo mai visto né pienamente compreso, come un certo essere immortale completo di anima e di corpo eternamente connessi in un’unica natura. Ma qui giunti, si pensi di tali questioni e se ne parli come è gradimento del dio. Noi veniamo a esaminare il perché della caduta delle ali ond’esse si staccano dall’anima. Ed è press’a poco in questo modo.

2 La funzione naturale dell’ala è di sollevare ciò che è peso e di innalzarlo là dove dimora la comunità degli dèi; e in qualche modo essa partecipa del divino piú delle altre cose che hanno attinenza con il corpo. Il divino è [e] bellezza, sapienza, bontà ed ogni altra virtú affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e si arricchisce l’ala dell’anima, mentre dalla turpitudine, dalla malvagità e da altri vizi, si corrompe e si perde. [...] L’ascesa è faticosa, perché il cavallo maligno fa peso, e tira verso terra premendo l’auriga che non l’abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la prova suprema dell’anima. Perché le anime che sono chiamate immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l’orbitare del cielo le trae attorno, cosí librate, ed esse [c] contemplano quanto sta fuori del cielo.

3 Questo sopraceleste sito nessuno dei poeti di quaggiú ha cantato, né mai canterà degnamente. Ma questo ne è il modo, perché bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigine della [d] vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura scienza, cosí anche il pensiero di ogni altra anima cui prema di attingere ciò che le è proprio; per cui, quando finalmente esso mira l’essere, ne gode, e contemplando la verità si nutre e sta bene, [...]. Durante questo periplo essa contempla la giustizia in sé, vede la temperanza, e contempla la scienza, ma non quella [e] che è legata al divenire, né quella che varia nei diversi enti che noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che è nell’essere che veramente è. E quando essa ha contemplato del pari gli altri veri esseri e se ne è cibata, s’immerge di nuovo nel mezzo del cielo e scende a casa: ed essendo cosí giunta, il suo auriga riconduce i cavalli alla greppia e li governa con ambrosia e in piú li abbevera di nettare.

4 [248 a] Questa è la vita degli dèi. Ma fra le altre anime, quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione superceleste, ed è trascinata intorno con gli dèi nel giro di rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a fatica le realtà che sono. Ma un’altra anima ora eleva il capo ora lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle realtà vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte agognanti quell’altezza, ma poiché non ne hanno la forza, sommerse, sono spinte qua e là e cadendosi addosso si calpestano a vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l’un l’atra. Ne conseguono [b] scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l’inettitudine dell’auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver goduto la visione dell’essere e, come se ne sono allontanate, si cibano dell’opinione. La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lí in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima [c] e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi.

5 [...] Bisogna che l’uomo comprenda ciò che si chiama Idea, passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal [c] ragionamento. Questa comprensione è reminiscenza delle verità che una volta l’anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito d’un dio, e dall’alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ciò che veramente è. Proprio per questo è giusto che solo il pensiero del filosofo sia alato, perché per quanto gli è possibile sempre è fisso sul ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinità è divina. Cosí se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente perfetto; e [d] poiché si allontana dalle faccende umane, e si svolge al divino, è accusato dal volgo di essere fuori di sé, ma il volgo non sa che egli è posseduto dalla divinità. [...]” (Platone, Fedro, 246 a-249d)

GENEALOGIA DI UN SORRISO

Published gennaio 11th, 2009 by Paolo De Bei

Mi piacciono quelle persone che si presentano fin da subito sorridenti, simpatiche, dallo sguardo vuoto di una volontà di prevaricazione e di anticipato giudizio, dotate di quella misurata solarità che non difetta in malinconia e non eccede nell’ostentata necessità di fare ridere per forza. Intelletti arguti ma semplici, profondi ma non pesanti, spontanei ma non superficiali, capaci di agitare un discorso con la stessa facilità che dimostrano nel quietarlo.
Una simpatia che non sia solo una maschera, un atteggiamento di circostanza od un malsano ottimismo da osteria, a sua volta pregiudizievole sulla condizione umana, ma tangibile manifestazione di gioia nello stare insieme, sollievo dalla sofferenza della solitudine e rimedio ad un’inopportuna seriosità.
Ho riscontrato più vicine a questa descrizione le scalcinate risa dei sofferenti che non l’impavida comicità di chi, incapace di realmente soffrire nella profondità del cuore, non comprende quanto realmente costa la gratuità di un sorriso.
Probabilmente per realmente risorgere, bisogna prima realmente morire.

UN SALUTO ANCHE DAL PORTOGALLO

Published gennaio 6th, 2009 by Paolo De Bei

Il vostro Affezionatissimo non poteva mancare di postare un saluto dal Portogallo, anche se per 15 minuti di connessione mi hanno ciullato 1 EURO tondo tondo.
Per domani e’ previsto il rientro: non mancate al mio personalissimo rendiconto sul viaggio.