PAGINE IN DISSOLVENZA
Tra i primi sintomi della morte di una civiltà è riconosciuta la mancata comprensione del linguaggio dai componenti di uno stesso popolo. Una libera interpretazione del contenuto di un termine senza previa e ordinaria relazione all’oggettività a cui esso rimanda, produce un’incomunicabilità dirompente, che mina le fondamenta stesse di una tradizione.
Il suddetto è un male di cui molti si sono accorti e denunciato per tempo. L’utilitarismo verbale è il virus che ha scatenato la polemica fine a se stessa, l’usurpazione dei diritti, la fumosa propaganda politica e religiosa, e le mille ramificazioni che la scaltrezza umana ha saputo estrapolare… ma ciò non sottolinea nulla di nuovo sotto il sole, se non un marcato individualismo personale o di setta, che impedisce una cooperazione di intenti per restituire solidità ad un putrefatto corpo sociale.
Un male la cui colpa ricade sulla rantolante élite contemporanea, sempre presa a perfezionare il proprio collaudatissimo sistema di totalitarismo democratico, di cui il Signor Tocqueville ebbe grazia di avvertirci in tempi non sospetti.
L’istinto polemico e vittimista della classe media non resta a guardare e lamenta i mille soprusi subiti, senza risalire alla radice del problema, che trova nel pigro disinteresse sociale del singolo l’apice della condizione presente. Il chiuso imborghesimento individualista, misto ad un livellamento culturale e religioso, hanno portato ad una dispersione cronica delle energie investite per gli interessi comuni, venendo a creare un abisso in quel canale intermediario che dovrebbe sussistere tra la classe dirigente ed il popolo.
Quest’ultimo, il popolo, mette in campo le proprie comare, gli artisti del lamento, pronunciando il proprio grido di guerra agli oppressori della vita, senza, però, nulla aggiungere ad un impegno di risanamento operativo.
Becero ed egoista nel suo vivere intona i suoi osanna ai guru di turno, già preparando la croce su cui crocefiggerli il giorno seguente. Instabile ed ingestibile si fraziona in mille e mille sottoinsiemi scismatici, logorati da un potere che vorrebbe con tutte le proprie forze e frustrato dall’impossibilità di ottenerlo, dietro la maschera di vittima sofferente, ma colpevolmente passiva.
L’autoformazione, il tentativo di crescere nella propria individualità al fine di creare sinergia sociale, forse l’unica risoluzione moderata dei nostri tempi, è ciò che meno si addice all’uomo contemporaneo: egoista, superficiale, pigro, borghese, falso, invidioso, geloso, chiuso, vittimista, approssimativo, lontano dal chiedersi chi esso sia, per non intaccare la tintinnante brama dell’avere.
Ogni giorno è come se mi sentissi l’anima uccisa dalla folla, dalla massificante totalitarietà del suo prolifico caos, da quel Leviatano formato da mille e mille singoli uniti e saldi in un unico mostro, a difesa del proprio egoistico interesse, e che con la sua bocca voraginosa risucchia ogni impegno personale, ogni sacrificio, ogni nuovo tentativo di riuscita, ogni energia, ogni idea, ogni entusiasmo, ogni speranza e mi rendo conto che queste pagine solo un effetto caleidoscopico dell’incontenibile dissolvenza contemporanea.
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