IO ABIURO, TU ABIURI…
Tutto questo arzigogolare intorno alla vita degli altri da parte degli esponenti ecclesiastici, pare non aver trovato d’accordo la De Monticelli, che, con un’abiura dai toni più vicina ad una protesta scandalizzata che non ad un rigetto formale della propria fede, scrive su Il Foglio la sua presa di posizione in merito ad eutanasia ed argomenti limitrofi.
La filosofa si inquieta soprattutto per un’affermazione di Mons. Betori, espressa a nome della Chiesa italiana, la quale così recita: “Noi non siamo per il principio di autodeterminazione“.
Da parte sua Mons. Betori ribatte sulle pagine di Avvenire, attraverso il quale scalza il problema di ragione con un gergo accuratamente episcopale e concludendo le sue argomentazioni in un fin troppo semplicistico balzo nell’amore di Dio. Ad ogni modo non riesco a dargli completamente torto, sempre stando ad un dibattito chiuso ai termini utilizzati.
Affermando di non essere per l’autodeterminazione dell’individuo, Betori non ha fatto che ribadire un principio che va a distinguere un atto libero da un atto egoista, visto e considerato che il termine nacque in ambito femminista negli anni ‘70, nell’assunzione di diritto di usare il proprio utero a prescindere dalla volontà dell’uomo che della sessualità è compartecipe. In altri termini l’autodeterminismo insinua un universo chiuso a qualunque realtà esterna che non sia il proprio io, atteggiamento che può anche essere comodo e argomentato, ma che rimane quanto meno discutibile.
Forse la De Monticelli, prima di sferrare il colpo, avrebbe dovuto prendere meglio la mira o comunque valutare più ammodo il calibro dei termini.
Altra prospettiva del problema, invece, la si assume se si prende l’argomento del testamento biologico in senso lato, in merito al quale - qui la De Monticelli ha ragione - la CEI assume una specie di morale estrinseca, una forma di precettismo che a fatica si integra ad un’assimilazione di coscienza personale.
Se è vero che la Chiesa, almeno per l’uomo di fede, è dispensatrice di buona morale, è pur vero che ogni principio etico prova la sua validità in vista di una circostanza, che deve essere valutata dalla coscienza di ciascun singolo e che perciò può assumere forme e svolte differenti.
Per dire: quando Giovanni Paolo II disse sul letto di morte di lasciarlo andare alla casa del Padre, nessuno gridò allo scandalo di eutanasia, proprio perché non lo era.
Talvolta i fedeli si trovano a fare molto più chiasso di fronte a situazioni ancor più disperate e tragiche, probabilmente per una presa di posizione di fronte alla vita più vicina all’idolatria che non alla difesa della vita in quanto tale.
Come è stato per Wojtyla non è detto che di fronte alla morte si innesti automaticamente il suddetto principio di autodeterminazione, ma va valutata anche l’ipotesi di un sincero incontro della coscienza con se stessa e con Dio, cosa apparentemente dimenticata dai porporati, se non per occasionali riferimenti di taglio più pastorale che non strettamente morale.
Io ritengo giusto che la Chiesa affermi l’esistenza del nichilismo, dell’autodeterminismo e di un esagerato soggettivismo, ma la lotta ad oltranza con questi mali le ha fatto forse perdere il giusto metro, per poi finire ad invadere anche la relazione che deve esistere tra la responsabilità della propria coscienza di fronte alla morale stessa, che non necessariamente deve fiorire in scelte comprensibili alla massa o agli esponenti ecclesiastici stessi.
Se Mons. Betori disdegna l’autodeterminismo, forse conoscerà anche il principio dell’indeterminismo, per cui ogni misurazione provoca una perturbazione del sistema da misurare. In altri termini, secondo la fisica atomica, “non si può prescindere in alcun modo dalle modificazioni che gli strumenti di osservazione producono sull’oggetto osservato” (Heinsenberg). Forse per la coscienza avviene lo stesso: se esiste una morale oggettiva, ciò non significa che l’uomo possa prescindere dalla circostanza, dalle esperienze personali e dalla coscienza, attraverso cui valuterà il da farsi, partorendo quanto più riterrà opportuno e non per forza in linea con il precettismo da accademia teologica.
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