Archive for Ottobre 2008

TRATTATO DI ATEOLOGIA

Published Ottobre 29th, 2008 by mastrofabbro

 TRATTATO DI ATEOLOGIAAnche se con un po’ di sangue amaro ho portato a termine la lettura del saggio di Michel Onfray Trattato di ateologia, trattatello per la verità un po’ rozzo, ma sicuramente efficace nella trasmissione di quelle vibrazioni negative nei confronti della dimensione religiosa e del Cristianesimo in particolare.

L’impronta generale del saggio è condita di un livore saccente e presuntuoso su cui esercitare pazienza, ma con la dovuta cautela mi permetto di complimentarmi con l’autore per alcune osservazioni centrate, almeno se spogliate di quella prepotenza stilistica di cattivo gusto.
.
Il libro in oggetto procede con una concezione aprioristicamente orizzontale della fede, il che rende l’autore incolmabilmente lontano dalla confutazione del problema religioso. Limitandosi a trattare della religiosità come un costrutto ideologico, come un impianto razionale postulatorio, non fa che scadere in una irriverente ateismo autoreferenziale.

Ad Onfray va risposto che il presupposto religioso si fonda su una relazione tra il singolo e Dio e la pretesa di trattare di Cristianesimo, mortificando quella dimensione verticale senza cui il Cristianesimo viene a mancare, non è propriamente indice di serietà.
Tale fattore, rimanendo pressoché ignorato, rende vana l’intenzionalità distruttiva che sta alla base del libro, poiché non è attraverso una stigmatizzazione degli errori umani, provati o meno che siano, che si smonta una metafisica dell’esistenza.

Ad ogni modo, se letto sotto una certa ottica, Onfray rende un servigio encomiabile al popolo cristiano, che, se onesto con se stesso, noterà di essere affetto da numerose delle malattie spirituali elencate.

Una certa diffidenza nei confronti dell’intelligenza e della scienza, un insano atteggiamento fideistico per la dottrina rivelata, la riluttanza ad ammettere i torti storici del passato, l’ottusità nel comprendere le posizioni non-cristiane, un certo squilibrio nella relazione tra dimensione corporea e spirituale, un’eccessiva voglia del sensazionale, una vaga forma di presunzione del sapere etico, l’incapacità di relazionarsi a culture a noi differenti, la mancata volontà di adeguare un linguaggio accettabile anche per i non religiosi nell’esprimere le proprie ragioni, ecc. fanno di questo libro un esame di coscienza per quelle che dovrebbero proporsi come élite della fede.

Certo, un libro rozzo e sprezzante, di impronta indecorosamente ideologica, ma che permette di muovere lo sguardo ad un’autocritica sincera, a dimostrazione che se la fede è vera, noi la rendiamo sbagliata attraverso una testimonianza mediocre e priva di autenticità.
Se è pur vero che i presupposti della fede non possono essere confutati, è altrettanto vero che la fede stessa va testimoniata in modo consono. L’impianto dottrinale cristiano rimarrà sempre e comunque sterile se non è annunciato da un testimone credibile.
Il Cristianesimo è verità, ma le contraddizioni che assume nella tua persona lo rendono falso: lo rendono falso dentro di te, e questa è la peggior colpa.

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NEVROSI ED INTERIORITA’

Published Ottobre 27th, 2008 by mastrofabbro

1196360475zp7 NEVROSI ED INTERIORITALuomo, spesso incapace di sposare una vera evoluzione spirituale per la sofferenza che questa comporta, si lascia lusingare dall’immagine che vorrebbe di se stesso, così da crearsi convinzioni autoindotte su ciò che egli è: è molto più facile avere la convinzione di essere, che non essere realmente.
E’ il meccanismo che mistifica il mediocre in eccellenza, il brutto in bellezza, l’egoismo in libertà, il falso in opinione, la cattiveria in inavvertenza, l’incompiutezza in buona intenzione: è il mondo immaginario dell’alienato che si instaura nella realtà, abbattendo tutto ciò che a tale convinzione va ad opporsi.

La differenza tra il desiderare e l’ottenere sta nel concretizzare.
E’ molto più semplice riuscire ad autoindurre l’io a gonfiarsi che non elevare concretamente lo spirito su cui l’io dovrebbe poggiare.
Per arrivare a sostituirsi alla realtà l’io deve gonfiarsi al punto da non lasciare ossigeno a nient’altro che a se stesso, poiché tutto ciò che è diverso da se stesso, viene percepito come una minaccia all’illusorietà della propria immagine.

L’uomo proietta la categoria dell’avere alla propria interiorità, stuprandola e possedendola al fine di deformarla secondo quanto l’io pretende, creando un’immane fortezza mentale degna della migliore autoreferenzialità.
Essere la propria la interiorità, significa lasciarsi vivere da questa, assoggettando l’io ad uno spirito ideale più alto e non dalla glorificazione della propria vanità.

Avere ed essere: le componenti che distinguono il mediocre dall’uomo.

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IL DIO ATEO

Published Ottobre 25th, 2008 by mastrofabbro

1156461744TmzjMY IL DIO ATEOSi perde Dio perché si pensa di saperLo: è questo l’aspetto terribile della deriva religiosa. Sapere Dio è la presunzione dell’uomo che attribuisce all’Essere connotazioni antropomorfiche, quando la più alta conoscenza di Dio non è tanto viverLo per come lo si comprende, ma lasciarsi vivere per come Lui comprende il singolo che va ad abitare.

Gli uomini si uccidono a vicenda per questa avanzata arroganza di saperLo, creando barriere invalicabili, che impediscono comunicabilità religiosa, anche all’interno di stesse confessioni.
Ardiamo di fervore per un Dio che abbiamo concettualizzato e fatto nostro, riversando su di lui quegli attributi che più ci aggradano e più si conformano alla nostra persona, distribuendoli in modo e misura da renderlo, più che Dio, quello che noi vorremmo fosse Dio.

In senso fenomenologico, per la maggioranza delle persone, ha ragione Feuerbach: “L’uomo proietta la sua essenza fuori di sé… l’opposizione del divino e dell’uomo è un’opposizione illusoria… tutte la caratteristiche dell’essere divino sono caratteristiche dell’essere umano

A te sta testimoniare con la vita che qualcuno, quel Dio, lo ha incontrato davvero.

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PSICOLOGIA DELL’IPOCRITA: LA TIGRE CHE SORRIDE

Published Ottobre 22nd, 2008 by mastrofabbro

ipocrisia PSICOLOGIA DELLIPOCRITA: LA TIGRE CHE SORRIDELa volontà permette a chiunque di scegliere la cattiveria, intelligenti o meno, mentre alla base della volontà c’è la decisione di stare dalla parte del bene o del male.
C’è chi ha sufficiente carattere per assumersi la responsabilità di tale scelta, poi ci sono i doppi, gli ipocriti, coloro che nascondono la propria scelta reale o la rimandano con arguzia.

Lo stratagemma di colui che si sdoppia tra bene e male sta nella sua mutevolezza: fluisce, non permane mai su un solo piano, ma ripartisce il suo apparire in modo diretto ed indiretto, così da presentare coerenza di forma ed ostentata affidabilità, per mezzo di quel vizioso dosaggio calcolato di sorrisi e cose non dette.

Per l’ipocrita ogni cosa si capovolge e la vita diviene una perpetua pantomima.
Quando soffia il vento della discordia e divampano dissidi, rimane tranquillo e paziente in un apparente indifferenza, nella quale, in realtà, rimane vigile sull’evoluzione della situazione, per gestirla al meglio secondo il suo interesse. I cinesi direbbero: seduti in cima a un’altura, si assiste alla lotta delle tigri.
In questo stratagemma l’attesa si deve fare paziente, perché si dovrà attendere a debita distanza lo scemare del caos sul terreno.Quando l’incendio avrà consumato le forze altrui, allora la situazione si sarà evoluta nel vantaggio desiderato. A quel punto, si passerà all’azione e si raccoglieranno i frutti voluti.
In uno stato mentale sorto dalla fiducia nelle proprie risorse interiori, l’abile stratega si adatta flessibilmente al mutamento degli eventi. Osservando in modo concentrato e diretto la situazione, egli ne coglierà i dettagli e saprà trarre vantaggio dal potenziale che si trova insito in ogni situazione.
Ora mite e sottomesso, ora intraprendente e propositivo, sa ispirare fiducia e tranquillizzare gli spiriti, mentre tesse la maglia della sua trama .

Miele sulle labbra, pugnale alla cintola.
Per indurre l’altro ad abbassare la guardia, l’ipocrita cela le intenzioni ostili dietro una facciata di leale comportamento e amicizia. I cinesi chiamano questa strategia “la tigre che sorride”.
Il tipo di sorriso della tigre dipende dal tipo di avversario: se è vanitoso oppure ottuso, bisogna adularlo e compiacerlo con parole lusinghiere; se umile, cercare di inorgoglirlo; se indeciso, disorientarlo; se povero arricchirlo.Una volta adescato gli si presenterà una situazione negativa come positiva. Si potrà fargli accettare incombenze gravose che nessuno accetterebbe, presentandole come la fortuna che gli bussa alla porta. Scoprirà solo in un secondo tempo e a proprie spese di essere caduto tra gli artigli della tigre che sorride.
L’idea di celare un coltello dietro un sorriso, nasconde l’ostilità interiore, che apparirà solo quando ci sarà il balzo finale della tigre.

L’ipocrita cerca di accattivarsi la nostra fiducia parlando piano, quasi umilmente, ma, diversamente dall’umile, gioca sui legami personali e ne esalta la solidità con l’enfasi del più ammaliante oratore.
Il saggio sa che l’umiltà non si imita, perché per esperienza la vive e pertanto riconosce i mentitori che nascondono lo scopo di attaccare per uccidere a sorpresa.
Confucio diceva: saggio è colui che senza sospettare l’inganno né nutrendo sfiducia, scopre immediatamente gli inganni e l’inaffidabilità altrui.

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VINCERE PER NON MORIRE

Published Ottobre 19th, 2008 by mastrofabbro

Berlino_Vittoria VINCERE PER NON MORIREChe cosa significa pensare o ritenere giusto un ideale, tanto da spingersi a vivere la vita in modo vero? Significa scoprire ed ideare nuove possibilità, produrre mutamenti che preludono metamorfosi esistenziali.

La vita rende attivo il pensiero, mentre il pensiero rende affermativa la vita. Corpo, passioni, affetti, cessano di essere disordinati e si indirizzano unitamente verso l’obiettivo da raggiungere.
Chi cerca la felicità nella verità è facilmente accusato di essere fonte di divisione, poiché il giusto è fastidioso per chi ha bisogno di avere ragione, di vincere.
La persecuzione è il segno di una libertà esercitata ogni giorno, nella fedeltà continua ai propri valori, per quanto, è necessario dirlo, non è conseguenza logica del perseguitato essere nella verità.

La vita è lottare per scopi sempre più alti. L’energia è la caratteristica della volontà forte; il controllo regola l’espressione della volontà; la concentrazione è il mezzo che mantiene nella coscienza le immagini delle azioni che si vogliono compiere; la decisione aiuta a superare l’insicurezza che ritarda; la perseveranza mantiene la volontà nello stato iniziale; la sintesi è la qualità più importante, che serve ad osservare in solo sguardo il tutto, favorendo l’armonizzazione della persona.
Il mondo è ed è destinato ad essere un luogo di vittoria o di sconfitta: forza di carattere, volontà, perseveranza, pazienza, ci proteggono dal pericolo di essere spiritualmente distrutti. La vita è un continuo combattimento con i nostri ed altrui contrari.
La vita è una lotta, il mondo il campo di battaglia dove l’uomo è chiamato ad affrontare il più terribile degli incubi: la realtà, unica dimensione in cui la verità può davvero incarnarsi.

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A PROPOSITO DI CAPITALISMO E FINANZA

Published Ottobre 17th, 2008 by mastrofabbro

capitalism A PROPOSITO DI CAPITALISMO E FINANZAQuello che segue è un breve tentativo di analisi della società capitalistica, scritta in tempi non sospetti di crisi finanziaria mondiale, alla luce degli insegnamenti di Giovanni Paolo II.
Testo liberamente tratto da Lutherblisset.net
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Siamo, dunque, di fronte a un grave problema di diseguale distribuzione dei mezzi di sussistenza, destinati in origine a tutti gli uomini, e così pure dei benefici da essi derivanti. E ciò avviene non per responsabilità delle popolazioni disagiate, né tanto meno per una specie di fatalità dipendente dalle condizioni naturali o dall’insieme delle circostanze“.
Giovanni Paolo II

[...]

[...] Wojtyla si precipita a rispolverare e “attualizzare” con forza la dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum, di cui nel ‘91 ricorre il centenario.

Ciò che viene sostanzialmente ribadito è quella che potremmo definire la teoria della proprietà privata limitata o controllata; ossia un ideale di stato socialdemocratico, in cui il capitalismo trovi dei freni e dei bilanciamenti, apposti dallo stato stesso, e in cui le masse operaie non siano lasciate in balia delle leggi del mercato.

Bisogna ricordare ancora una volta il principio tipico della dottrina sociale cristiana: i beni di questo mondo sono originariamente destinati a tutti. Il diritto alla proprietà privata è valido e necessario, ma non annulla il valore di tale principio: su di essa infatti grava “un’ipoteca sociale”, cioè vi si riconosce, come qualità intrinseca, una funzione sociale, fondata e giustificata precisamente sul principio della destinazione universale dei beni (Sollicitudo Rei Socialis, Edizioni Paoline, Milano 1997, p. 57)

Giovanni Paolo II invita energicamente le nazioni e le classi forti a responsabilizzarsi nei confronti dei deboli.

In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società. (Centesimus annus, Edizioni Paoline, Milano 1998, p. 49).

“Ma come?”. avrà pensato qualcuno dei tanti neo-liberisti “puri” ancora per poco al potere negli stati occidentali, “Abbiamo lavorato ai fianchi l’Impero del Male per decenni insieme al papa e, adesso che abbiamo vinto, ci viene a dire che la proprietà privata va regolata e limitata, che lo stato deve intervenire nell’economia?”
Proprio così, Leone XIII aveva parlato chiaro già un secolo fa:

La classe dei ricchi, forte per se stessa, ha meno bisogno della pubblica difesa: la classe proletaria, mancando di un proprio sostegno, ha speciale necessità di cercarla nella protezione dello stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, lo stato deve rivolgere di preferenza le sue cure e provvidenze (Rerum novarum, cit. in Centesimus annus, op. cit., p. 15).

Giovanni Paolo II non fa che riprendere il discorso, ampliandolo, con alle spalle l’esperienza latinoamericana e alla luce di quanto accade nel Terzo Mondo e di quanto può accadere nell’Europa orientale dopo il crollo della cortina; certo non prima di aver sparso gli ultimi pugni di sale sulle fondamenta del marxismo, per poi non parlarne più.
In sostanza l’uomo dell’Est Wojtyla sa bene che quello che si è scoperchiato abbattendo il Muro è un pozzo stagnante da cui può uscire qualsiasi cosa. Non può condividere il sorriso dei vincitori, perché ha una paura maledetta. Le pagine della Centesimus annus trasudano paura: cosa succederà alle popolazioni che escono dal bunker del socialismo reale e a cui avevamo promesso i cotillons della libertà occidentale? Verranno abbagliate dalle luci del capitalismo e pretenderanno di avere quello che per decenni è stato esposto nella vetrina dell’Occidente. L’economia nazionale allo sbando creerà scompensi enormi, si verificherà una corsa all’accaparramento e la forbice sociale si allargherà a dismisura, imponendo a quelle popolazioni una realtà nuova e durissima. E cosa pensare del vuoto politico lasciato dalla sparizione dei partiti comunisti nazionali? I vecchi e nuovi burocrati cercheranno di ritagliarsi una fetta del potere vacante con ogni mezzo possibile, non da ultimo il revanscismo etnico-religioso. Nonostante i bei discorsi sulla democrazia, la libertà, la rivoluzione pacifica, eccetera, dalle pagine delle due encicliche in questione emerge la visione dell’abisso. Wojtyla sa che la Chiesa deve darsi un compito nuovo.
Da questo punto di vista però non ha potuto nulla. Quello che doveva succedere è successo. La necrosi dell’Urss, poi Csi, quindi soltanto Russia (e tra un po’ nemmeno quella); la crisi economica, il mercato nero, la mafia, un colpo di stato a suon di castagnole e tricche-tracche, i finti democratici al potere, i secessionisti barricati nel palazzo del parlamento e cannoneggiati, la rovina, il crollo dello stato più forte del mondo. E ancora, la guerra in Jugoslavia, cinque anni di caos che restituiscono all’Europa un grappolo di repubbliche l’una contro l’altra armata e dove non riescono a spegnersi le rappresaglie, gli eccidi; la finta rivoluzione in Romania, un ramo della nomenclatura di regime che fa fuori Ceausescu e subito dopo spedisce i minatori a picconare gli studenti che manifestano in piazza; l’Albania, il capitalismo dei poveri e la truffa delle assicurazioni private, i profughi… E dietro a tutto questo, più a Est ancora, lo spettro di Tien An Men che per dieci anni si allunga lugubre sui Balcani che bruciano. Laggiù il “comunismo” resiste col beneplacito degli Stati Uniti… Sipario.
Eppure c’è dell’altro. Nel fuoco dell’Europa orientale Wojtyla vede bruciare il Terzo Mondo. Nella “balcanizzazione” e nell’immiserimento di mezzo continente si rispecchiano le guerre e la miseria dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica, da sempre mete privilegiate del papa polacco. Wojtyla vede i boat people, i profughi, lo strapotere degli aguzzini di ogni etnia e latitudine, la farsa del debito estero contratto dai paesi sottosviluppati. Come si può raccontare ancora a quei miserabili che vi sarà sviluppo? Con quale faccia l’Occidente si può presentare al loro cospetto, oggi che è dominatore incontrastato dell’economia globale?
Ecco allora che gli slogan dei Gutierrez, dei Boff, dei Frei Betto, adeguatamente ripuliti, aprono uno spiraglio e lasciano intravedere il compito della Chiesa. Mettersi alla testa di quell’esercito. Come Pietro l’Eremita nella crociata dei pezzenti. Diventare i portavoce indiscussi della causa dei diseredati al cospetto dell’Occidente ricco e consumista. Fornire a costoro un modello, una speranza, una promessa ecumenica e con questi muovere all’attacco delle società opulente.
Se il mondo deflagra nell’apocalisse è il momento in cui devono entrare in scena i professionisti dell’apocalisse.

Nell’unificazione mondiale del mercato economico e politico, Giovanni Paolo II identifica la possibilità per la Chiesa di riprendere la sua vocazione medievale. Essa è ora infatti, sola e potente davanti agli Stati, davanti all’Impero. Essa è la sola rappresentante dei poveri. (A. Negri 1996, op cit. , p. 199).

Se le ideologie crollano e i poveri non hanno più un ideale da realizzare, soltanto la Chiesa può offrirgliene uno. Se l’internazionalismo proletario non ha più un senso nel mondo unificato e globalizzato del capitalismo, allora sarà l’universalismo cristiano che potrà raccoglierne lo stendardo. Certo non nell’accezione rivoluzionaria e classista, bensì come generico richiamo alla giustizia e al ripristino della dignità dell’uomo.

Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le sono proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all’uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità. (Centesimus annus, op. cit., p. 48)

Nella Centesimus annus Wojtyla, senza alcun pudore, non si fa scrupolo di ricostruire la storia del movimento operaio come storia dell’affermazione della dottrina sociale della Chiesa, dei precetti contenuti nella Rerum novarum: i marxisti hanno strumentalizzato le sacrosante lotte dei proletari, le hanno distorte e incanalate verso l’odio di classe; la Chiesa invece ha sempre caldeggiato la risoluzione della questione operaia in direzione della concordia sociale e dell’unità. Adesso che i marxisti si sono tolti di mezzo con le loro mani, il cammino può essere ripreso nella direzione di una socialteocrazia che, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale, possa rallentare e regolare il divario tra ricchi e poveri.
Il cerchio si chiude. Il Nord del mondo viene messo sotto accusa, proprio quell’Occidente “democratico” che ha sconfitto il comunismo, diventa un inferno di consumismo, materialismo, mercificazione, e squallore morale.
L’ideale rivoluzionario è fuori gioco, i libri di Marx si coprono di ragnatele. E’ arrivato il momento di fare i conti con gli ex-alleati: le borghesie occidentali, i capitalisti, come sinonimo di materialisti, come sinonimo di relativisti, come sinonimo di razionalisti, come…
Lo sfruttamento sistematico e selvaggio del Terzo Mondo è il frutto della progressiva espansione economica dei paesi sviluppati, che si arricchiscono sulla miseria altrui. Ma per Giovanni Paolo II questa non è tanto la conseguenza strutturale del sistema economico capitalistico, quanto piuttosto il risultato dell’abbandono di ogni principio etico. Disumanizzandosi, reificando il mondo e la vita degli esseri umani, in nome dell’avidità di possesso e dell’edonismo, il capitalismo occidentale ha portato il pianeta sull’orlo del baratro. Il capitalismo non è inumano per sua stessa natura - Wojtyla ha già detto che questi “pregiudizi” ideologici di matrice marxista devono cadere una volta per tutte -, ma è tale perché si fonda su una cultura atea, razionalista e relativista. Se i paesi che guidano l’economia mondiale riscoprissero Dio, allora anche questo sistema economico, che oggi appare così irrimediabilmente nocivo, si trasformerebbe in un capitalismo mitigato, sostenibile e “progressista”.
Accusare la Nestlé, la Volkswagen o la Texaco è fermarsi all’epifenomeno. Invece occorre andare alla radice del problema. Sul banco degli imputati devono salire Montesquieu, Diderot e Voltaire [1].

La caduta del comunismo apre davanti a noi un panorama retrospettivo sul tipico modo di pensare e di agire della moderna civiltà, specialmente europea, che ha dato origine al comunismo. Questa è una civiltà che, accanto a indubbi successi in molti campi, ha anche commesso una grande quantità di errori e di abusi nei riguardi dell’uomo, sfruttandolo in tanti modi. Una civiltà che sempre si riveste di strutture di forza e di sopraffazione sia politica sia culturale (specialmente con i mezzi della comunicazione sociale), per imporre all’umanità intera simili errori e abusi.
Come spiegare altrimenti il crescente divario tra il ricco Nord e il sempre più povero Sud? Chi ne è responsabile? Responsabile è l’uomo; sono gli uomini, le ideologie, i sistemi filosofici. Direi che responsabile è la lotta contro Dio, la sistematica eliminazione di quanto è cristiano; una lotta che in grande misura domina da tre secoli il pensiero e la vita dell’Occidente. Il collettivismo marxista non è che una “edizione peggiorata” di questo programma. (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, cit., pp. 146-7).

Ora che l’unica alternativa realizzata dalla cultura politica occidentale non c’è più, l’unico sistema rimasto in campo può essere definitivamente messo sotto accusa, fin nei suoi capisaldi culturali: il liberalismo, il razionalismo, il relativismo. Ad essi andrebbe imputato l’impoverimento del Sud del mondo. Un’esegesi quanto meno azzardata, se non fosse che può poggiare sul filo diretto coi paesi poveri che Giovanni Paolo II ha costruito durante tutto il pontificato. Un legame che soltanto adesso rivela fino in fondo la sua macroscopica importanza. Si tratta di usare la forza d’urto degli ultimi della terra come mezzo di pressione sull’intera cultura occidentale, oltre che sul sistema economico capitalista. Wojtyla sa che per quell’82% della popolazione planetaria che deve spartirsi il 18% delle ricchezze prodotte nel mondo, l’apocalisse è già in atto. L’unico modo per evitare il cataclisma, che per altro non risparmierebbe nemmeno i paesi sviluppati, è sconfiggere il neo-liberismo e spingere le nazioni forti a riprendere in mano la regolamentazione dell’economia globale. Ma per il vecchio polacco l’imminenza apocalittica è anche il segno che è giunto il momento di mettere in discussione alla radice la cultura occidentale degli ultimi quattro secoli. [...]

Eccoci di nuovo a Cuba, su quella piazza, a ribadire, come già nella Centesimus annus, che il debito estero dei paesi arretrati deve essere cancellato, che gli embarghi non servono se non a gettare nell’indigenza le popolazioni, che il “neo-liberismo selvaggio” è un male per il pianeta e che il mondo dei ricchi è corrotto e perverso.
Ma più che ai poveri il papa si rivolge ai ricchi medesimi, indicando loro l’unica via di salvezza per il pianeta e per il loro stesso mondo privilegiato. Allo scoccare del Terzo Millennio cristiano, Wojtyla vede l’iceberg dal ponte del Titanic e prepara le scialuppe per il capitalismo mondiale. Convertitevi, perché senza di me non avete speranza. Io sono quello che può ancora parlare ai poveri della terra; al contrario voi sazi e corrotti occidentali avete perso ogni credibilità. Frenate la corsa verso l’abisso, altrimenti deflagrerete anche voi nelle fiamme dell’apocalisse sociale che avete scatenato.

NOTE

1. Per la verità Wojtyla fa risalire l’origine di tutti i “mali” contemporanei alla rottura cartesiana. La parentesi della modernità comincerebbe con il cogito ergo sum del filosofo francese. Il ragionamento è particolarmente stringente ed esplicito. Vale la pena riportarlo integralmente:
“Perché metto pure qui in primo piano Cartesio? Non soltanto perché egli segna l’inizio di una nuova epoca nella storia del pensiero europeo, ma anche perché questo filosofo, che è certo tra i più grandi che la Francia abbia dato al mondo, ha inaugurato la grande svolta antropocentrica nella filosofia. ‘Penso, dunque sono’ [...] è il motto del moderno razionalismo.
Tutto il razionalismo degli ultimi secoli - tanto nella sua espressione anglosassone quanto in quella continentale con il kantismo, l’hegelismo e la filosofia tedesca del XIX e XX secolo, fino a Husserl e Heidegger - può dirsi una continuazione e uno sviluppo delle posizioni cartesiane. [...]
Se non è certo possibile addebitare al padre del razionalismo moderno l’allontanamento dal cristianesimo, è difficile non riconoscere che egli creò il clima in cui, nell’epoca moderna, tale allontanamento poté realizzarsi. Non si attuò subito, ma gradualmente.
In effetti, circa centocinquant’anni dopo Cartesio, constatiamo come tutto ciò che era essenzialmente cristiano nella tradizione del pensiero europeo sia già stato messo fra parentesi. Siamo nel tempo in cui in Francia è protagonista l’illuminismo, una dottrina con la quale si ha la definitiva affermazione del puro razionalismo. La Rivoluzione francese, durante il Terrore, ha abbattuto gli altari dedicati a Cristo, ha buttato i crocifissi nelle strade, e ha invece introdotto il culto della dea Ragione. In base al quale venivano proclamate la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. In questo modo il patrimonio spirituale, e in particolare quello morale, del cristianesimo era strappato dal suo fondamento evangelico, al quale è necessario riportarlo perché ritrovi la sua piena vitalità”. (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, op. cit., pp. 55-56).

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C’ERA UNA VOLTA UN PRETE

Published Ottobre 16th, 2008 by mastrofabbro

io_prete_gay CERA UNA VOLTA UN PRETELa massa, ecco la fagocitante creatura che ha preso vita dal morboso desiderio del plebiscito religioso. Come segugio ben addestrato, il moderno oratore di vuota spiritualità, il prete, suole illuminare di fluorescenza il proprio volto ispirato, nonché il sacro abito, talismano più volte rodato, utilizzato al fine di scacciare l’eventuale titubanza degli ascoltatori sulla pienezza dei contenuti espressi.

Ed ecco che si dà il via ai più diversi repertori, a seconda del pubblico in ascolto: c’è il cliché del fervorino, quello di cortesia, quello carismatico, quello tradizionalista, quello a sfondo sociale, quello per i mass media, e via via si discerne con attento mestiere con quale pezzo esibirsi, per meglio riscuotere il plauso dei paganti domenicali.

Il pastore di anime, ora evoluto nelle spoglie del manager clericale in gran carriera, esibisce con voce ispirata la sua irraggiungibile promiscuità spirituale, ora frutto di una confusa elaborazione degli astrattismi da lezionario, ora abbagliante inconcludenza di chiara impronta introspettiva. E’ lui la moderna guida delle anime, è lui il sapiente pastore di caproni da sagrestia.

Prima dell’esibizione ufficiale, è richiesta una preparazione di molti anni. Formatori addestrati ad ogni situazione, educano gli aspiranti pastori a quella mediocrità che tanto egregiamente sanno incarnare, fino a che l’allievo non supera il maestro e diventa a sua volta formatore. Gran profeta della mediazione e dell’incompetenza spirituale, conosce la sapiente arte del predicozzo standard che, in ultimo, affida la pia anima nelle mani di Dio, senza nulla indicare di concreto che non sia la penitenza base da confessione, unita a pompose benedizioni, giusto per sviare un po’ il discorso.

Ecco quindi giungere, tra i tanti cristicoli di terz’ordine, la vera pecorella bisognosa di guida, ma ahimé: essa dovrà fare i conti con il marcio discernimento del pastore, che la ammucchierà insieme al resto del gregge selvaggio, distruggendone le predisposizioni, umiliandola nel profondo e gettandola nello sconforto invece che fra le sapienti mano di un dottore dello spirito. E invece no: passeranno i giorni, i mesi e gli anni, e quell’anima, che aveva incontrato realmente un moto sincero del cuore, sarà pienamente omologata agli sterili bovi, allevati ad immagine e somiglianza del loro riferimento, a loro volta assai più attenti a gareggiare sul numero di rosari recitati che non al più sostanziale problema dei contenuti. Come attenti agenti segreti, macchinano nel buio della sagrestia, al fine di decodificare i messaggi subliminali insiti nel’inconcludenza oratoria del pastore, che certamente celava una lode per il proprio operato ed una critica all’acerrimo nemico di banco. Freddi come iceberg, si trastullano a spacciare per sentimento la propria instabilità emotiva, ben lontani dall’andare oltre quella ibrida idea di dio creata nella propria testa, che si gestiscono a seconda della circostanza.

Non c’è poi da meravigliarsi se dai fronti avversi alla Chiesa si useranno questi sterili bovi per esemplificare la ridicola condizione ecclesiale.

Cari pastori, permettetemi di usarvi consiglio nell’indicarvi un più alto e profondo orizzonte personale, preferendo il silenzio agli aborti espressivi ed inconcludenti che disperdono la forza dell’esempio. Si lascino perdere i pizzi e merletti dei pontificali, si lasci perdere il desiderio del consenso, si lasci perdere la pigrizia della mediazione. Non sarò io ad insegnarvi il mestiere del prete, proprio perché tale ministero non è un mestiere, ma il servizio che vi responsabilizza come riferimento delle anime, e, come tali, vi carica del dovere di risultare autorevoli e sapienti dottori degli spiriti. Ma come farete a curare i mali altrui se prima non avete saputo riconoscere ed ammettere le bassezze di cui colpevolmente vi fate carico? No, non è questione di cultura o intelligenza. L’intelletto è una proprietà insita nell’anima e la sua altezza si sviluppa proporzionalmente alla profondità della volontà di permanere costanti e risoluti nel bene. Ecco perché la mediocrità è una colpa: perché è manifesta pigrizia del volere e perciò volontario connubio con il peccato. Non esistono attenuanti, solo aggravanti, e questo spazio, più che ai fedeli, è dedicato a voi, che tanto danno vi permettete di recare col vostro malsano accontentarsi.

Chi sono io per dire questo? Uno che, semplicemente, vi vuole molto bene.

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DA SDEGNO A CAPRICCIO

Published Ottobre 14th, 2008 by mastrofabbro

255637 DA SDEGNO A CAPRICCIOLa De Monticelli, con un articolo-intervista su Micromega, torna alla ribalta contro la posizione dei vescovi italiani in fatto di testamento biologico.

Già una volta (qui) ho speso qualche parola sulle vicissitudini tra Mons. Betori e la Prof. De Monticelli, ma come ogni cosa che si protrae oltre la reciproca ed argomentata presa di posizione, la bagarre in oggetto è finita con il diventare l’impegnata giustificazione ad un discorso ampollosamente inconcludente.
La filosofia diventa un gran brutto mestiere nel momento in cui le parole iniziano a staccarsi dalla loro finalità: quella di voler dare evidenza ad una certezza.
Sforare in una discorsività puntigliosamente orgogliosa, dove la supremazia dell’io supera il disinteressato ricercare la verità, è il rischio che decide di correre colui che si confronta con posizioni opposte o, comunque, diverse dalle proprie.

Da un punto di vista stilistico, il nuovo intervento della De Monticelli risulta accattivante, intellettualmente vivace e piacevole alla lettura, ma è come se lasciasse intendere che oramai la resa dei conti con Betori è più diventata una questione personale che non di valore.
Tutto il rigoroso argomentare, quella explicatio terminorum, quell’incedere di chi ci crede davvero, finisce con il rimanere sterile ed autoreferenziale, perché incapace di disarcionare e contraddire l’interlocutore. Spiegare, approfondire e ampliare questo o quel significato terminologico, rimane un’opera di pia vanitosaggine culturale quando si è consapevoli di allontanarsi da ciò che l’obiezione ricevuta voleva mettere in evidenza.
Ad esempio è inutile battere sul principio di autodeterminazione come slogan di responsabilità personale, quando si sa benissimo che la Chiesa intende quella posizione filosofica non come una negazione della libertà d’arbitrio, ma come individualismo morale che tende ad assolutizzare la percezione soggettiva della realtà. Più saggio sarebbe stato applicare un affilatissimo Rasoio di Ockham, cestinando tutte quelle parti satellite del discorso, per andare a verificare se davvero l’oggettività morale proposta dai Vescovi abbia il diritto di divenire così invasiva da proibire ad una coscienziosa libertà d’arbitrio il suo stesso applicarsi, senza tanti arroccamenti concettuali e terminologici.

In altri termini si è trasformato quello che inizialmente era uno sdegno del cuore, in un pungente capriccio d’intelletto.

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QUESTIONE DI INTELLIGENZA

Published Ottobre 13th, 2008 by mastrofabbro

aleph-300x167 QUESTIONE DI INTELLIGENZAPercezione, memoria, apprendimento, sono processi mentali complessi che entrano in gioco contemporaneamente e concorrono, in misura diversa, insieme ad altri meccanismi, ad identificare un proprio sviluppo razionale, che possiamo distinguere in “fluido” e “cristallizzato”.

La razionalità “fluida” è come un patrimonio logico innato che ogni individuo porta con sé dalla nascita, un insieme di attitudini diverse per risolvere con ordine logico i problemi che la vita comporta.
La razionalità “cristallizzata” è il bagaglio di competenze, di abilità, di informazioni acquisite nel corso della vita, in un determinato contesto, applicato alla propria memoria, che subentra in cooperazione della prima, ma cadremmo in un grave errore se volessimo identificare tout court le capacità razionali appena espresse con il talento dell’intelligenza.

L’intelligenza non è la semplice capacità di riflettere, ma l’unitaria collaborazione di tutte le componenti di anima, psiche e corpo indirizzate ad intuire, concettualizzare, riflettere, sviluppare, personalizzare ed incarnare una data verità, nelle dimensioni di altezza e profondità.
E’ attraverso la profonda incarnazione delle proprie certezze che la ragione trova forza e diritto di elaborare evidenze, mentre il semplice sollazzo della mente (ludo mentis), non porta che ad un mastodontico impianto razionale, ma privo di una visione esistenziale e, quindi, anche di una reale intelligenza.

L’intelligenza è quell’equilibrata fusione di intelletto e sentimento, che, collaborando all’unisono e senza distinzione, equilibrandosi vicendevolmente, permanentemente rivolti all’incarnazione di quella verità su cui si dilungano nel riflettere, si impegnano nel portare alle altezze del pensiero e negli abissi del cuore.

Non è detto, perciò, che colui che è dotato di grandi capacità razionali sia necessariamente più intelligente del semplice, poiché se la logica fa capo alle capacità sillogistiche della mente, l’intelligenza si riferisce ad una completezza ben più ampia ed esigente, che si conquista attraverso un lungo apprendistato di discernimento, non di certo accessibile agli indolenti dello spirito o ai farfugliatori intellettuali, capaci di comprendere solo per riflessione astratta e, perciò, incapaci di reale intelligenza.

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MURO CONTRO MURO

Published Ottobre 11th, 2008 by mastrofabbro

 MURO CONTRO MUROE’ un tempo in cui le parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in esso.

Parlare e scrivere sono giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi, per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea realmente comunicativa tra due o più individui che già non si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o scrivere.

Esperienze di vita comune, amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una concreta partecipazione… questi gli unici veri, reali e tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime sfumature.
In se stesse la comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.

Dire “Dio” equivale ad affermare tanti significati quanti sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e, perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva intenzione dell’autore.

Parlare, scrivere… usi così diffusamente sopravvalutati da costituire l’anima della società moderna, dove “ogni spiritualità si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime” (K. Jaspers).

Parlare, scrivere, lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie, repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi, servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità, dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di coloro che possono nascondere l’impropria occupazione di spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle loro verbosità.

Parlare e scrivere: queste le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in vera sofferenza.

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