TEORIA E PRASSI

Published Agosto 23rd, 2008 by mastrofabbro

 TEORIA E PRASSII gregari di ogni fede o filosofia presentano spesso quella forma di inquadramento dottrinario che è proprio delle anime sagomate di femmineo lignaggio, tanto che di una maliziosa femmina portano in grembo le contraddizioni.
Ciarlieri, eccessivamente zelanti, predicatori leziosi e di affettata approssimazione, fissano con rigida scrupolosità le nozioni e le direttive che il capobranco suol conferire loro, travolgendo e soffocando tutto ciò che è in disaccordo con la dottrina professata.

Incapaci di reale concettualizzazione, poiché dell’intelligenza portano solo l’apparato logico, senza alcun apporto del più alto meccanismo assimilativo e creativo, erigono, nel loro nevrastenico intendere, pareti a tenuta stagna, così da sentire la propria causa come vaccinata da qualunque influsso linguistico ed ideale considerato estraneo.

Dal vocabolario improvvisato ed incerto, diffidano di tutto ciò che non porta un marchio di riconoscimento predefinito, una specie di codice o gergo attraverso cui il gregario riconosce il prossimo a lui simile e come appartenente ad un branco affine o nemico.

Movimenti, associazioni, scuole di pensiero, chiese, correnti culturali e qualunque sovrastruttura del pensiero, si rendono nella prassi potenzialmente esecrabili, proprio grazie a questi spiriti bassi ed ottusi, che, per un malato approccio alla dottrina di verità, la rendono inequivocabilmente falsa per mezzo di una squilibrata testimonianza.

A che servirà mai conoscere ogni iota della Bibbia, se a portare tale sapere sarà un individuo incapace di fondere con impeccabile discernimento la propulsione creatrice dell’anima, la ferrea logica della ragione, il caldo fuoco del sentimento e la sensibile passione della carne? A quale colpevole scandalo andremo incontro se per un eccesso di zelo ridurremo la più vera delle dottrine in una cozzaglia di farisaici precetti, di concettuosi ragionamenti, di funamboliche rigidità e di ossessionanti ed inessenziali rigori formali? Se gli antichi predicavano che ciò che un allievo può imparare dal suo maestro non è altro che la sovrabbondanza del suo sapere e del suo essere, quale sovrabbondanza potranno mai comunicare le orribili caricature che vanno testimoniando dottrina con la spensieratezza improvvisata di un indefinito spirito?

Eran forse più all’avanguardia le scuole gesuite, sorte in pieno periodo contro-riformista, le quali usavano selezionare i loro precettori, sì, in base alla loro preparazione, ma primariamente a seguito di una verificata maturazione umana e di una adeguata irreprensibilità, metodo che supponeva il principio di fondo per cui il sapere acquisisce la sua prorompenza in base all’assimilazione ed alla personalizzazione che di esso se ne è fatto. Inutile conoscere se poi non si hanno i mezzi per gestire con intelligenza ed equilibrio il proprio sapere, poiché ogni cosa presuppone una sua propria influenza su se stessi e sugli altri.

La superbia gonfia gli uomini di intelletto, portandoli ad una presunzione che implode in un’ottusità arrogante ed astratta ed un mancato scambio tra la conoscenza e le energie vitali portano a formulazioni fragili, esattamente come i propri progenitori, nonostante la forma convulsa ed esagitata.

Sofferenza, sacrificio, dedizione, privazione, fedeltà, costanza, fortezza, umiltà e silenzio sono gli strumenti che formano le profondità dei cuori e non certo nella misura in cui si è disposti a sopportarli, ma ben oltre il comune senso di accettazione del dolore e dell’abnegazione ci si deve costringere per una reale maturazione.
Se siamo noi a premettere i confini entro cui lo spirito si deve esercitare, certo non si amplierà mai la capacità e la portata dello spirito stesso.

Ogni specie di maestria la si paga a caro prezzo su questa terra; si è uomini della propria specialità al costo di essere anche le vittime di questa, ma tutti vogliono diversamente, vogliono una maniera più conveniente, soprattutto più comoda, non è vero lor signori?
“La vera serietà si ha solo quando un uomo, con la capacità contro la voglia, è costretto da qualcosa di superiore ad assumersi un determinato lavoro, ovvero: con capacità, controvoglia” (Kierkegaard)

… Eppur son consapevole che vuote le mie parole rimangono, poiché non vi è lettore che abbia spirito capace di contenerle per come grandi io le concepisco.

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