DA SATANA A GESU’

Published marzo 15th, 2010 by Paolo De Bei  

ODIFREDDI CONVERTITO AL CRISTIANESIMO

Published marzo 13th, 2010 by Paolo De Bei  

VIDEO – TRA ME ED IL PROF. ODIFREDDI

Published marzo 10th, 2010 by Paolo De Bei  

RAGIONI DELL MENTE E DEL CUORE

Published marzo 9th, 2010 by Paolo De Bei  

Il concetto può diventare una specie di sovrappeso del pensiero, un lardelloso apparato della ragione, che, se non gestito e potato a dovere, rende gelatinoso lo spirito invece di rinvigorirlo.
Il concetto ha la necessità di una base d’appoggio, di un’esperienza concreta (esteriore od interiore che sia) che porti a certezze personali e ad evidenze condivise, che talvolta sfuggono a verifiche sperimentali.

Portare a dimostrazione inoppugnabile la soluzione ad un problema non è cosa semplice: ciò comporta l’accettazione comune dei presupposti argomenentativi. Se, ad esempio, mi trovo ad articolare un discorso intorno al positivo influsso che la religione esercita nel sociale, in qualche modo chiedo che mi venga accettato il presupposto per cui l’uomo è naturalmente religioso o che comunque è possibile una religiosità fondata su una verità.

Ciò significa che la premessa al ragionamento, che ne rende valido lo svolgersi, deriva da una convinzione antecedente al ragionamento stesso, ovvero da un’esperienza personale che trova contatto con un’intuizione esistenziale e spirituale della vita.

In qualche modo è possibile sostenere che ogni discorsività logica di natura umanistica (il senso della vita, della religione, dell’uomo, ecc…) è il tentativo di dimostrare una certezza proveniente ad un tempo da un piano esperienziale e sovrarazionale, il quale non esclude le categorie della ragione, ma le comprende e le fa sue, fintantoché non ne è richiesto il superamento in avvallo di motivazioni qualitativamente superiori, perché fondanti il procedere dell’intelletto (amore e odio).
Amore e odio si dicono fondanti non perché diano l’oggetto all’intelletto su cui discorrerre e giudicare, quanto perché indicano ed influenzano la via da perseguire in funzione di un giudizio di valore.

L’intuizione originaria è quindi più degna di attenzione che non il procedere del ragionamento, poiché quest’ultimo è da intendersi come conseguenza di un presupposto soggettivo, che comunque non può dirsi chiuso ad una condivisione oggettiva sulla base di una stessa natura umana.
Più che curare l’espandersi del pensiero in troppe e confuse frammentazioni è necessario rendere lucida l’intuizione originaria, la quale, così fragile ed innocente, sa farsi maliziosa ed infingarda a seguito di una natura incline al male ed al disordine e talvolta liberamente assecondata nel distorcersi ulteriormente.

La logicità interna ad un concetto, quindi, non dà necessariamente verità, poiché quest’ultima deve essere già presente nel suo presupposto spirituale, nella ragione del cuore. Se lì non è presente la corretta percezione della realtà, il ragionare percorrerà strade inevitabilmente false.
Il concetto troppo elaborato, perciò, potrebbe risultare un sovrappeso del pensiero, una cavillosità inutile e pericolosa, talvolta ingegnosamente atta a mascherare un intimo sofisma del cuore che si ostina a chiamare buono ciò che, al contrario, un cuore puro non esiterebbe a sentenziare cattivo.

RAZIONALISMO ATEO IN SINTESI

Published marzo 9th, 2010 by Paolo De Bei  

VIDEO – RISPOSTA AI LETTORI

Published febbraio 28th, 2010 by Paolo De Bei  

NUOVA APOLOGETICA

Published febbraio 27th, 2010 by Paolo De Bei  

« Abbiamo bisogno di una nuova apologetica, adatta alle esigenze di oggi, che consideri che il nostro compito non consiste nel conquistare argomenti, ma anime, nell’impegnarci in una lotta spirituale, non in una disputa ideologica, nel difendere e promuovere il Vangelo, non noi stessi. » (Giovanni Paolo II)

CONSIGLIO APOLOGETICO

Published febbraio 19th, 2010 by Paolo De Bei  

Tanti di questi siti di apologetica cristiana mi trasmettono il sentore di un eccesso di zelo, nocivo tanto quanto il suo opposto.
E’ come se ci fosse una matrice oppositiva mista ad una specie di vittimismo militante che rende la lettura irrequieta. Mi dà quasi l’impressione che costoro, per dire la verità, necessitino della condizione del perseguitato che invoca la legittima difesa. Ne scaturisce una pedante ostilità stilistica, che, se congiunta ai contenuti tendenzialmente semplicistici, portano a quell’indottrinamento spicciolo di scarso valore pratico ed intellettuale. Lo spirito divulgativo ed evocativo non è una giustificazione al pressapochismo.
I toni utilizzati sbalzano spesso da una rigida analisi del “nemico” ad una melodrammatica esaltazione della fede, mostrando nuovamente l’assenza di un criterio realmente critico e di un discernimento capace di vedere la verità in quanto tale e non in vista di uno schieramento precostituito.
Come formatore sono molto attento alla disciplina e all’entusiasmo che vanno applicati agli studi. Nel mio metodo educativo non manca il rigore scientifico che l’intelletto deve tenere di fronte all’errore, poiché, per natura, la ragione è intollerante nei confronti di ciò che la rifiuta, ma ciò senza mancare alla spaziosità elastica ed elegante che proviene dalla mite profondità del sentimento, dono e conquista alla cui origine sta il più intimo connubio tra Dio e l’uomo.
Il mio, amici, è solo un consiglio: attenti a non castigare l’errore per mezzo degli attributi di quello stesso errore.

WELTANSCHAUUNG – ALLA RICERCA ESPRESSIVA DEL PENSIERO

Published febbraio 17th, 2010 by Paolo De Bei  

Nell’arte è tanto difficile dire qualcosa di buono quanto dire niente.
Sto ancora cercando il modo di unire inscindibilmente arte e filosofia. E’ un tentativo in cui mi prodigo da molti anni senza successo oramai: mi manca la coincidentia oppositorum, segreto delle anime grandi e di quelle rare eccezioni dell’umanità.
Quando due principi si trovano inconciliabili nella nostra interiorità, l’uno dà all’altro dell’eretico o del folle, creando conflitto, confusione, fino a che il soggetto, per risolvere l’angoscia insopportabile del caos venutosi a formare, si sente costretto a scegliere a quali tra i due principi darà maggiore predominio. Però, in questo modo, il soggetto si troverà mutilato e catapultato in una vita frammentata in parti non comunicanti tra loro.
Una filosofia realmente antropologica deve portare la compenetrazione delle parti ed esprimere la sua riuscita tramite mezzi che si dimostrino adeguati all’emanazione coerente ed applicata di una Weltanschauung (visione del mondo).
Un sistema filosofico espresso in un saggio, in un manuale, mi garantirebbe la soddisfazione della logica, ma frustrerebbe quella parte di me prepotentemente intuitiva ed asistematica.
Nell’uomo c’è qualcosa di artistico, incline alla creazione del bello, che, seppur unito alla potenza della ragione, si rende differente nel metodo e nella percezione. L’arte non può essere sacrificata alla ragione, così come la discorsività razionale non può essere immolata all’immediatezza.
Il rigore della sola ratio è epistemologicamente indiscutibile a livello filosofico, ma per colui che si serve della filosofia solo per esprimere più appropriatamente alcuni pensieri, si accorge di una prigionia imposta da una scienza, che, per quanto riconosciuta valida, trova vincoli espressivi troppo definiti.
Continuo la mia ricerca di un’arte che sia filosofica e di una filosofia che sia arte, per rispondere al bisogno di unità ed integrità antropologica che il nostro tempo richiede, soprattutto da parte mia.

ERO GAY

Published febbraio 16th, 2010 by Paolo De Bei  

Il racconto di Luca, ex attivista dell’Arcigay, che si è sottoposto alla terapia riparativa: “Ero un egocentrico ossessionato dal sesso. Così ho contratto l’Hiv e ora aiuterò chi come me vuole cambiare”

«È successo tutto dopo un festino. Un amico stava preparando un esame di psicologia e ha dimenticato un mucchio di appunti sulla scrivania della mia stanza. Ho cominciato a leggere e ho scoperto della terapia riparativa. È iniziato tutto da lì».
Party notturni, alcol, sesso facile e promiscuo. Fino ai 27 anni Luca viveva di «festini» – come li chiama lui – di rapporti occasionali, consumati anche all’aperto, o come si dice in gergo di «cruising». «Questa era la mia vita e quella dei gay come me. Fino a quel momento», racconta disinvolto davanti a una tazza di tè, in un bar nel centro di Milano, dopo una giornata di lavoro. «Non ho fretta, no, ma poi devo prendere un treno per raggiungere mia moglie – dice sorridente -. Abitiamo fuori Milano. Stiamo così bene lontano dalla città».

Non è una doppia vita quella che Luca ha deciso di raccontarci. È una nuova vita. Fino a qualche anno fa Luca di Tolve – che ora di anni ne ha 36 – faceva public relations per i locali omosex, era un attivista dell’Arcigay: si occupava di turismo e organizzava viaggi per la comunità. Un omosessuale convinto, insomma. «Convinto sì, credevo che quella fosse la mia condizione, irreversibile. Ero un egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, ossessionato dai soldi, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo». «Fino a quel momento». Cioè fino a che Luca non si è imbattuto nella “terapia riparativa” dell’americano Joseph Nicolosi. Da allora, dopo un percorso lungo cinque anni, lo scorso agosto è arrivato il matrimonio con Lisa (il nome è di fantasia), è nato il gruppo di auto-aiuto che Luca dirige, il gruppo Lot, di ispirazione cattolica, è esplosa l’idea di scrivere un’autobiografia e la convinzione che come lui molti potrebbero «riscoprire la loro parte maschile, ma soprattutto smetterla di soffrire».

«Sì, perché – racconta Luca – quando ero omosessuale ero un infelice. Credevo di essere io lo sfortunato che non trovava l’anima gemella. Poi mi sono reso conto che attorno a me tutto era impostato in modo frivolo, superficiale, che ero circondato da infelici, molti dei quali ossessionati dalla pornografia e dal sesso. E poi la morte: l’ho vista consumarsi negli amici attorno a me e alla fine ho dovuto farci i conti anch’io dopo aver scoperto di essere sieropositivo». L’incubo Hiv Luca lo ha scoperto sulla sua pelle a 25 anni. «Altro che gaiezza tra gli omosessuali – dice ricordando gli anni della trasgressione -. Dopo quelle nottate estreme, tra cocaina e popper, torni a casa con un carico emozionale enorme ma con un senso di solitudine infinito. E oggi pago con la mia salute il peso enorme di quei comportamenti».

Così Luca si presenta alla libreria Babele di Milano, specializzata nelle tematiche gay. «Gli appunti lasciati quella sera da un amico parlavano delle teorie di Nicolosi, del fatto che le pulsioni nei confronti dell’altro sesso spariscono se smetti di idolatrare gli uomini perché tu non riesci ad essere come loro, che l’omosessualità può nascere da un senso di rivalsa di un bimbo che vorrebbe avere più attenzioni da un padre assente. Insomma sono entrato in libreria ma il libro di Nicolosi non l’ho trovato. E lì ho capito che c’era una realtà che il mio mondo omosessuale cercava di tenere nascosta». Così Luca comincia a incuriosirsi, si indispone anche di fronte alle teorie di Nicolosi («insisto, ero un gay convinto, non è stato facile mettermi in discussione»), fino a che non decide di provare la terapia riparativa.

«Non ero felice e volevo capire il perché. Ci ho messo cinque anni per realizzare di avere sofferto dell’assenza di un padre, di aver idealizzato i maschi perché li sentivo più forti di me e per cominciare a incuriosirmi dell’universo femminile», racconta Luca. Ma guai a parlargli di lavaggio del cervello: «Non ci sto. Sono una persona in grado di intendere e di volere come lo ero quando ero un gay. La vera violenza è dire che è impossibile uscire dall’omosessualità», si difende. E insiste: «Basta con questa accusa di omofobia. Chi discrimina è chi pensa che gay si nasce. Non esiste certo un gene. La mia scelta ha richiesto coraggio, anche perché non ho dovuto lottare solamente contro le mie abitudini, praticare l’astinenza per un periodo, ma ho dovuto rinunciare anche ai privilegi di una società in cui essere gay è trendy, ti serve a trovare un lavoro più facilmente e a fare soldi più in fretta», dice Luca attaccando la comunità omosessuale. Poi precisa: «Certo che ci sono gay che vivono la loro condizione con naturalezza e in tranquillità. Ma io voglio dire a tutti quelli che invece vivono il disagio che ho attraversato io che non devono vergognarsi, che possono rivolgersi a strutture che li aiutano e che alla fine possono trovare la felicità». Luca ci crede davvero: «Le strade sono tante, non c’è solo la terapia riparativa, ci sono i gruppi e i corsi living waters, la cristoterapia per chi – com’è successo a me – vuole trovare conforto e motivazione nella preghiera. Io voglio solo che si sappia che c’è un’omosessualità che è il frutto di un disagio e che può essere curata come si fa con la depressione o con i disturbi alimentari. Lo scriva, è importante», dice serio Luca. Che si addolcisce quando comincia a parlare di sua moglie: «L’idea di poter avere un bambino da una ragazza di cui sono innamorato mi elettrizza e mi commuove. L’ho conosciuta a Medjugorie. È stato come ricevere una grazia. Lisa mi ha accettato per quello che sono, col mio passato, senza pregiudizi e con grande amore. È bello che un rapporto si fondi sulla diversità. La favola della famiglia gay è politica, un modo per ottenere un riconoscimento. Ma i figli devono crescere con una madre e un padre, con degli esempi. Anch’io ora voglio pensare al futuro. Sono sieropositivo ma posso sottopormi a un trattamento, previsto dalla nostra legislazione e accettato anche dalla Chiesa, per avere un figlio sano. È la mia nuova vita. Non vedo l’ora». gaia.

Da Il Giornale